Intervista a Alma Grandin (Tg1 online): “Diventare giornalisti in Italia è possibile, ma dovete tirare fuori le idee”

Alma Maria Grandin è caposervizio alla redazione del Tg1 Online. Ha lavorato a lungo per L’Espresso e per il Corriere della Sera, prima di diventare la voce del Giornale Radio Rai. Dopo dieci anni tra radio e televisione, approda al Tg1. Dalla sua esperienza al Tg1 online, iniziata tre anni fa, è nato un libro: www.viraccontoiltg1.rai.it. L’abbiamo intervistata per indagare più a fondo sul giornalismo italiano.

a cura di Veronica Andrea Sauchelli e Lorenzo Alberini

foto di Veronica Andrea Sauchelli

Partiamo dal Tg1 e dal suo ex direttore, Augusto Minzolini, che l’ha portata al Tg1. Tutti conoscono le preferenze politiche di Minzolini. Lei le condivide? E questo l’ha aiutata ad arrivare fin lì?

No no, non c’è stata alcuna preferenza sulla base delle idee politiche. Io sono stata chiamata perché volevano aprire una redazione online del telegiornale. Io lavoravo già come giornalista in radio e non c’era nessuno del Tg1 che ci volesse andare perché molti, ancora oggi, pensano che lavorare sull’online sminuisca la professione del giornalista. Per me non è così! Lavorare all’online è stato un nuovo modo di reinventarmi.

Sempre a tal proposito, nel libro Eserciti di carta dei grafici mostrano che, nel periodo in cui Minzolini era direttore del Tg1, il tempo dei servizi dedicati al governo del Pdl in carica era aumentato fino al doppio del tempo dedicato all’opposizione. Vi è mai stato chiesto di non dare una notizia, o metterne un’altra più in evidenza…?

La pressione si percepiva, sì, ma la redazione online è a sè stante. Minzolini non è mai venuto da me – e nemmeno uno dei suoi vicedirettori – a dirmi quali notizie dare e quali nascondere. Io la notizia la metto, ma la riporto come notizia di cronaca. Non mi permetto di dare un commento. Se guardi il sito del Tg1 noti che noi, a differenza dei siti dei grandi giornali, pubblichiamo solo notizie, mai commenti. Tant’è che tutte le notizie sui processi di Berlusconi, per dire, sono state pubblicate.

Ma certe volte la manipolazione sta anche nel mettere una notizia a un certo orario piuttosto che a un altro.

Cambiare orario non ha senso, visto che la velocità dell’informazione ormai richiede di essere tempestivi. E da quando sono qua, non è mai successo. Certo, quando c’era Minzolini avevamo il suo editoriale: lo stesso che andava in onda in tv veniva ripreso sul sito. Quello c’era, ma c’erano anche tutte le notizie, comprese quelle sul processo Ruby, sul processo Mediaset e così via. Magari non veniva messa in alto, ma come terza o quarta notizia. Però non per alterare la tempestività della notizia, a cui teniamo tantissimo, ma solo perché andava nel blocco di cronaca o di giudiziaria.

C’è una domanda che sto facendo a tutti i giornalisti importanti qui al Festival. Il giornalismo vive un’indiscutibile fase di precariato e di compensi molto molto bassi, ma ai «piani alti» del giornalismo non c’è un lavoro di autodenuncia per questa condizione, non c’è complicità fra colleghi per far passare questo messaggio. Ci sono solo movimenti formati dai precari stessi.

Sì, hai ragione. Per contro, però, ti posso assicurare che sia l’Inpgi (Istituto nazionale di protezione dei giornalisti italiani), sia la Casagit (cioè la cassa mutuo giornalisti) hanno aperto negli ultimi anni ai precari con delle agevolazioni. Abbiamo un fondo di solidarietà per le maternità, per i giornalisti disoccupati. È ovvio che per arrivare all’Inpgi devi essere giornalista professionista [cioè devi aver lavorato 18 mesi in una redazione, aver superato l’esame di Stato ed esserti iscritto all’Ordine dei giornalisti, ndr]. È un po’ un cane che si morde la coda.

Va bene, ma parliamo di visibilità. Il punto è che sui giornali e nei servizi dei telegiornali ogni volta che si parla di crisi e di precariato si citano un sacco di professioni, ma mai i giornalisti. Sembra quasi che ognuno pensi a se stesso perché tanto il suo posto ce l’ha e quindi non gli importa parlare dei colleghi disoccupati.

È vero, ma non è per questo. Purtroppo è la vita del precario. Pensa che io sono arrivata in Rai nel 1992 e mi hanno assunta nel 2000: otto anni da precaria. Certo mi pagavano, ma il mio stipendio era meno della metà di quello di un redattore ordinario. Non c’è solidarietà, non c’è una «cordata» di colleghi.

La facciamo nascere?

La facciamo nascere, ma deve nascere anche da voi.

No, deve nascere anche da lei! Perché lei non manda qualcuno a cercare notizie a riguardo?

Io ti posso dire come iniziare: devi andare dal presidente del tuo Ordine regionale dei giornalisti, devi sentire la Federazione Nazionale della Stampa e dirgli ‘la situazione è questa. Che cosa vogliamo fare? Perché tu, presidente dell’Ordine, non senti gli altri giornalisti precari e fai nascere un movimento?’. Una giornalista deve anche sapersi muovere. Dovete attivarvi, capire in quanti siete a voler lavorare e poi creare un sito, un blog, dovete farvi sentire.

E poi, sai, quando c’è l’operaio che prende 900 euro al mese che perde il posto, il lavoro del giornalista è visto come un lavoro di elezione, è diverso. Fa più notizia l’operaio che perde il lavoro, che il giornalista che non ce l’ha. Devi tenerne conto.

Però su 365 giorni dell’anno penso che uno spazio piccolo ve lo possiate anche permettere…

Assolutamente sì, ma mi aspetto che nasca da voi una pagina, un blog o un movimento che ne parla. È una cosa che deve nascere dal basso.

Noi ieri abbiamo parlato con alcuni giornalisti precari che hanno tenuto un panel discussion [qui l’intervista a uno di loro] sul tema del precariato nel giornalismo. Alcuni di loro sono nell’Ordine, altri nella Federazione Nazionale della Stampa, ma ultimamente Ordine e Sindacato sono troppo deboli e scollati. Per questo stanno già nascendo tanti coordinamenti regionali di precari.

Ma voi dovete farne uno solo, dev’esserci una voce sola a rappresentarne tante. In più se non nascono da voi giovani le idee, la voglia di fare, lavorare, andare a bussare alle porte, nessuno verrà mai a darvi un lavoro. Ve lo dico perché questa è la mia esperienza: io ho rotto le scatole a tutti e non solo ai piccoli. La prima volta che sono andata in Brasile a seguire un’elezione sono andata a bussare a L’Espresso anche se non conoscevo nessuno. Partite anche dalle realtà locali: ormai il giornalista non fa solo informazione, fa comunicazione a 360 gradi. Se non avete le idee voi che siete nativi digitali, chi le deve avere?

Però è diverso partire da un’azienda che ha già una base solida, oltre che un buon capitale di partenza, rispetto a partire dal nulla.

Ma basta che prendi un’azienda agricola che vende vini e nessuno conosce, vai là e ti proponi come ufficio stampa, così la fai crescere e ti crei un lavoro. Oppure se conosci un’azienda che fa dei kiwi enormi, o diversi dagli altri, vai e gli proponi un progetto di comunicazione. Dovete andare, bussare, proporre. Adesso che il lavoro non c’è, ve lo dovete inventare. E soprattutto dovete avere le idee. Io che ho cinquant’anni e due figli, le idee ce le ho ancora, tanto che ho cambiato lavoro solo tre anni fa. E, nonostante tutto, non mi fermo.

Un altro problema che si pone è che i giovani assunti per trasmettere l’informazione tramite social network non vengono riconosciuti come giornalisti e prendono 300 euro al mese, lavorando 6 ore al giorno. Che rapporto ha il Tg1 online con i social network?

Noi abbiamo su Facebook e su Twitter le stesse notizie che trovate sul sito, ma non abbiamo qualcuno che si dedica solo ai social network. Questo perché non siamo abbastanza e l’azienda non investe più su niente. È questa la verità.

La realtà che emerge dalle parole di Alma Grandin si scontra, in parte, con ciò che abbiamo appreso grazie ad alcuni giornalisti precari presenti al Festival. Li abbiamo intervistati per meglio comprendere il loro punto di vista e presto potrete apprenderlo leggendo le risposte che ci hanno dato.

About Veronica Andrea Sauchelli 15 Articles
Veronica è un'idealista persa determinata a diventare giornalista. Oltre a quella per la scrittura, ha una grande passione per la fotografia.

2 Comments on Intervista a Alma Grandin (Tg1 online): “Diventare giornalisti in Italia è possibile, ma dovete tirare fuori le idee”

  1. Grazie all’autore del post, hai detto delle cose davvero giuste. Spero di vedere presto altri post del genere, intanto mi salvo il blog trai preferiti.

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