Intervista a Filippo Facci: «Non ha senso parlare di ‘giornalismo’»

Foto di Veronica Andrea Sauchelli

Filippo Facci, giornalista e scrittore, ha iniziato la sua attività professionale collaborando a L’Unità. Si è occupato poi di seguire l’inchiesta su Tangentopoli. Dal 1994 ha scritto per Il Giornale, per L’Opinione, per Il Tempo. Collabora anche con Il Foglio, Il Riformista e Grazia. Oggi lavora per Libero e collabora con il quotidiano online Il Post. È spesso ospite di trasmissioni e talkshow di argomento politico e ha pubblicato diversi libri.

Filippo Facci, perché si è avvicinato al giornalismo?

Avrei potuto fare qualunque altro mestiere.  Un giorno, per puro caso, ho risposto a un annuncio. Prima non avevo alcuna intenzione di fare il giornalista. Ho cominciato a fare questo lavoro quando il giornalismo non era ancora ben chiaro e inquadrato come mestiere. Oggi non si sa più cosa sia, non capisco cosa voglia fare da grande chi frequenta una scuola di giornalismo o chi partecipa a un festival come questo.

Secondo lei quale sarà il futuro del giornalismo?

Il futuro del giornalismo sarà l’abolizione del termine stesso, che sarà declinato attraverso le diverse sfumature della comunicazione che già oggi implica. Nel futuro ciascuno dovrà spiegare se vuole fare il fotografo, il cineoperatore, l’impiegato della notizia, l’anchorman, il segugio inviato di guerra, il topo di redazione assemblatore di notizie altrui o una delle tante persone che sono associate all’infotainment. È probabilmente per queste persone che il giornalismo ha riconquistato auge: per via del fatto che viene impropriamente associato a un mestiere che confina quasi con il mondo dello spettacolo.

Oggi tutti possono accedere velocemente all’informazione tramite Twitter o altri siti, questo porta spesso le persone a non soffermarsi sulla notizia, a non approfondire un argomento. Quale sarà quindi il futuro dell’informazione?

Tutto è informazione, anche se c’è il rischio che si pensi che l’informazione sia più o meno importante sulla base del fatto che abbia più o meno mercato, che una notizia sia più rilevante se vende più o meno copie, se ha più o meno teleascoltatori, se registra più o meno clic su internet. Qualcuno potrebbe dire che con l’esistenza di questi mezzi di informazione veloce una parte degli operatori dell’informazione non servano più. Io credo invece che sia il contrario perché c’è la necessità di una certificazione del reale, rispetto a quella – pur rispettabilissima e capillare – informazione veloce che ha le sue fonti nel cittadino comune. Ora, più che nel passato, serve una trasformazione degli Ordini dei giornalisti, o un ristabilimento dei vari modi con cui rendere professionale questo lavoro.

Consigli per i futuri giornalisti?

Dovete decidere che mestiere volete fare “da grandi” perché giornalisti non vuol dire niente. Dovete decidere esattamente cosa volete fare, verificare se c’è lo spazio occupazionale, se c’è un canale di accesso possibile che implichi una meritocrazia.

Filippo Facci

Non so se i giornalisti siano migliori, peggiori, o semplicemente come gli altri, nell’arroccarsi in ciò che hanno acquisito in un’epoca diversa da questa. Personalmente io sono per l’abolizione della parola “precari” perché non esistono più: siamo tutti precari, il futuro del lavoro è precario.
Ad esempio, negli Stati Uniti c’è mobilità professionale e sociale; prima di fare un lavoro se ne fa un altro senza quel tipo di garanzie che solo l’Europa (in particolare alcuni stati come l’Italia e la Francia) ormai garantiscono all’interno di un welfare desueto. La verità è che non ci sono più i soldi. Io sono a metà carriera, il problema lo sento.

C’è qualche giornalista che stima nonostante sia di sinistra?

Assolutamente sì! Non è nonostante sia di sinistra, ma è del tutto indipendente dalla fazione. Chi ha problemi di intolleranza ideologica ha un problema caratteriale. Peter Gomez (direttore de “ilfattoquotidiano.it”) è mio grande amico da venti anni e il primo giornale che leggo alla mattina è il suo.

Crede che le scuole di giornalismo siano utili? O è meglio fare la gavetta cercando di entrare in un giornale?

Credo siano utili per chi può permettersi di frequentarle, poiché sono molto selettive. A volte ho l’impressione che ci possa accedere solo chi ha le spalle robuste, soprattutto dal punto di vista economico. Per come vanno le cose in Italia, le scuole di giornalismo sono quasi una garanzia di raccomandazione perché nel complesso ci vogliono meno raccomandazioni per entrare in queste scuole che quante ce ne vogliano per entrare in una redazione.

Infine, è favorevole o contrario a mantenere aperto l’Ordine dei giornalisti?

Sono favorevole al mantenimento e alla modifica dell’Ordine proprio perché l’informazione – che sono e che saranno in grado di fare tutti – possa poi dotare una persona di un “patentino di affidabilità”, che eventualmente possa essergli tolto con eguale severità. Questo “patentino” dovrebbe impedire ad una persona di farsi pubblicità, di mascherare interessi occulti attraverso un’informazione che dovrebbe essere mera comunicazione.

About Carol Pigat 11 Articles
Punta alla luna, se sbagli sarai tra le stelle.

4 Comments on Intervista a Filippo Facci: «Non ha senso parlare di ‘giornalismo’»

  1. Il primo giornale che legge è Il fatto quotdiano per potere commentare l’articolo di Travaglio per Libero.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: