Intervista a Luca Susic: equilibrio e minacce nei Balcani

Durante la conferenza “Le guerre inconcluse: vent’anni dopo”, Luca Susic, laureato di fresco presso la magistrale del SID, ha illustrato la preoccupante influenza che l’estremismo islamico sta esercitando nei Balcani, ormai da numerosi anni, e ha sottolineato l’alto numero di foreign fighters provenienti dai paesi ex-jugoslavi, in particolare Kosovo e Bosnia Erzegovina. Infatti, secondo un rapporto pubblicato dall’Atlantic Initiative, dal 2012 al 2014 sono stati 192 i cittadini bosniaci adulti (156 maschi e 36 donne) e 25 i bambini a partire per sostenere la causa dello Stato Islamico. In seguito ci ha gentilmente concesso un’intervista in modo d’approfondire le tematiche concernenti i Balcani, su cui lavora come esperto per la rivista Analisi e Difesa.

Nella conferenza appena conclusasi il professor Stanicic ha asserito che in Bosnia non cade capello senza che lo vogliano gli USA. Di fronte alle forti influenze jiahdiste nella regione vi è stata una reazione da parte degli USA?

A parte le dichiarazioni di rito, la preoccupazione per i foreign fighters e per la radicalizzazione, gli Stati Uniti non si sono mossi per scongiurare il rafforzamento dell’estremismo islamico nell’area. Interventi e retate sono rimaste molto limitate dal difficile coordinamento tra le diverse agenzie di polizia, come tra le istituzioni centrali e periferiche. Tuttavia è vero che gli USA rimangono la potenza che maggiormente influisce sulle decisioni del Kosovo e della Bosnia perché i propri rappresentanti sono i garanti dell’esistenza di questi due stati. Non è raro che in Kosovo, Bosnia come anche in Serbia il rappresentante americano intervenga su argomenti che non c’entrano direttamente con la politica estera statunitense. Ultimamente  poi c’è stato un revival dell’interesse statunitense soprattutto perché c’era la paura che la Russia potesse compiere dei passi avanti nell’area.

Passiamo invece ad esaminare alcuni degli argomenti di cui hai scritto. Il Montenegro ha da poco ricevuto l’invito ufficiale a far parte della NATO: se l’offerta venisse accettata, pensi ci saranno importanti conseguenze nell’equilibrio della regione e in particolare sulla Serbia, l’unico stato che rimarrebbe fuori dall’Alleanza atlantica?

Sicuramente l’ingresso del Montenegro nella NATO costituirebbe un forte segnale per la Serbia. Verrebbe a trovarsi accerchiata prevalentemente da stati membri della NATO, oppure da stati ad autonomia limitata come il Kosovo e la Bosnia che ospitano truppe della NATO o basi statunitensi, come la base Bondstill in Kosovo. Significa per la Serbia non avere più vicini che rimangano fuori da un’alleanza di peso. Perciò la Serbia dovrà investire molto nel proprio settore della difesa per avere un esercito che risulti essere credibile nella politica del non allineamento e della neutralità militare, in quanto un paese non allineato non può contare su amici di sorta. La Russia, per contro, sembra interessata a stringere i propri legami con la Serbia dal punto di vista politico e militare, soprattutto in seguito al riarmo dell’esercito Croato grazie ai paesi europei. L’equilibrio nei Balcani nello scacchiere internazionale invece non verrebbe alterato, perché era già chiaro alla Russia come alla stessa Serbia che il Montenegro era destinato ad entrare nella NATO. Nel corso degli ultimi anni il rapporto fra Montenegro e Russia si è molto affievolito. In Montenegro è forte la spinta pro Europa, e Europa e NATO vengono viste insieme.

In blu scuro gli attuali membri della NATO, in azzurro i paesi del Membership Action Plan, in verde i paesi di dialogo intensificato, in giallo i paesi dell'Individual Partnership Action Plan, in arancione i paesi della Partnership for Peace, in rosso i paesi che aspirano ad entrare nella Partnership for Peace

In un tuo recente articolo hai scritto che, per quanto riguarda la questione dell’immigrazione nei Balcani, l’UE non sta svolgendo un ruolo abbastanza attivo nel supportare i paesi ex-jugoslavi e l’Ungheria. Quali sono le principali mancanze dell’Unione in merito, e come potrebbero essere colmate?

Innanzitutto, il primo problema che hanno affrontato i paesi balcanici è di essere delle realtà con scarse risorse economiche che si sono trovate a gestire un flusso di profughi tale da mettere in difficoltà quasi tutti gli stati europei. Si sono trovati a gestire tutto ciò da soli perché la Grecia, che era il paese d’ingresso dei migranti sul territorio europeo, non faceva più nessuna sorta di controlli e aveva tutto l’interesse a mandarli via. La situazione infatti era già esplosiva in alcune città, come Atene, e alla Grecia non rimanevano le risorse economiche per gestire i profughi. Di fronte al disinteresse dell’UE per la Grecia, tutti i paesi balcanici hanno realizzato che tanto meno a Bruxelles sarebbe interessato quello che succedeva nei loro territori. Quindi sprovvisti di forum permanenti di dialogo per coordinarsi, i paesi ex-jugoslavi si sono trovati a giocare lo scaricabarile. La Macedonia, che ha dovuto affrontare recentemente seri problemi di governo e atti di terrorismo, non aveva alcuna intenzione di ospitare siriani e afghani e appena ha potuto li ha mandati oltre. La Serbia ha cercato inizialmente di ospitare e costruire dei centri, però presto nelle principali città si sono trovati centinaia e centinaia di siriani e afghani che giravano senza sapere cosa fare, lavandosi nei parchi e generando problemi di ordine pubblico. La Serbia ha allora cercato di liberarsene alimentando il movimento a cascata verso Austria e Germania. In tutto questo l’UE non ha evitato che sorgesse della tensione tra i paesi sulla distribuzione dei migranti. è rimasta a guardare, salvo sorprendersi quando la Croazia ha chiuso parte dei propri confini con la Serbia, l’Ungheria ha costruito un muro e la Slovenia ha eretto una barriera con la Croazia. Erano tutte cose evitabili se si fosse cercato un coordinamento, e soprattutto se si fosse cercato di risolvere il problema all’origine, prima che i migranti sbarcassero in Grecia. Il ruolo di Bruxelles è stato insufficiente perché ha rischiato seriamente. Non era prevedibile come si sarebbero comportati questi paesi che hanno visto entrare più di 500 mila persone in pochi mesi sul proprio territorio. Non è successo nulla di particolarmente eclatante, ma i Balcani insegnano che lì le crisi scoppiano quando meno te lo aspetti.

 Dopo la barriera eretta tra Ungheria e Serbia, a Novembre è seguito il muro di filo spinato della Slovenia con la Croazia per limitare il flusso di richiedenti asilo. Tali divisioni materiali si concretizzano anche in un aumento di tensione politica nella regione? Come dovremmo valutare i rapporti tra gli esecutivi?

L’effetto del muro tra Slovenia e Croazia primariamente è stato quello di creare una frattura tra la popolazione del Litorale Sloveno e del governo centrale. Il governo centrale di Miro Cerar ha costretto i cittadini locali ad accettare il muro sull’Istria, il più doloroso, poiché l’area è sempre stata unita e le comunità slovene e croate vivevano insieme. D’altro canto si è realizzata anche una sorta di tensione, ma particolare fra il governo sloveno e il governo croato. Dico particolare perché la Croazia per lunghi mesi è rimasta senza un esecutivo, in cerca di una maggioranza stabile. Quindi non sono seguite prese di posizioni molto forti da parte dei singoli esponenti politici, preoccupati di garantirsi una poltrona, ma solo del governo uscente che  però non aveva molte carte da giocare. Un governo che per primo aveva giocato questa stessa carta del blocco del confine con la Serbia non era molto credibile nelle sue posizioni. In ogni caso la frattura esiste ed è dolorosa tra due stati che andavano d’accordo. è importante chiarire infatti che il muro non è tanto un vero ostacolo al passaggio dei profughi, ma un messaggio politico molto forte e doloroso.

Grazie.

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