Intervista a Roberto Vicaretti, il volto giovane di RaiNews24

Roberto Vicaretti, laurea in scienze politiche, ha frequentato la scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia. Da pochi anni lavora in Rai, dove si occupa in particolare della rassegna stampa mattutina di Rai News 24. L’abbiamo intervistato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Negli ultimi anni il giornalismo italiano è in crisi: precarietà, disoccupazione. Eppure dei giovani, come te, ce la fanno. Come hai fatto ad arrivare in Rai così presto?

Il problema che c’è nella nostra categoria c’è anche in altre categorie. Disoccupazione giovanile, precariato, pochi soldi che girano, contratti ultra flessibili. Da questo punto di vista siamo tutti sulla stessa barca. Per quanto mi riguarda io ho fatto il percorso che hanno fatto tanti altri studenti usciti dall’università: ho fatto una scuola di giornalismo – io l’ho fatta qui a Perugia – e ho avuto l’opportunità di fare uno stage a Rai News e dopo l’esame mi hanno chiamato a lavorare.

Quindi consiglieresti le scuole di giornalismo?

Io le consiglierei, ma non tutte. A un ragazzo che esce dall’università quindi consiglierei di scegliere bene la scuola perché non tutte danno la stessa formazione e le stesse opportunità. Sono molto importanti perché ti danno il senso della responsabilità di questo lavoro, però il lavoro è un lavoro che si impara facendolo e quindi meglio accompagnare a una scuola anche un lavoro in una redazione locale, scrivendo cose che ti sembrano assurde, come le sagre di paese, che però vanno raccontate. Quello che ho capito io dalla scuola di giornalismo di Perugia è l’importanza degli equilibri in una redazione e come comportarsi, più che come scrivere. Quello te lo insegnano, ma lo impari sbagliando.

Quanti dei tuoi compagni della scuola di Perugia hanno trovato lavoro come giornalisti dopo essere usciti da lì?

Del mio corso, tutti evidentemente precari o in fase di assunzione a tempo indeterminato, eravamo in 25 e ora in 25 lavoriamo in Rai, a Roma o in giro per l’Italia nelle sedi regionali.

Tutti sanno che c’è una certa pressione della politica sulla Rai. Si sente questa pressione?

Secondo me va capita una cosa. Io non conosco personalmente Santoro, però credo che lui abbia fatto un’operazione molto intelligente e che riflette il senso dell’azienda Rai. Lui ha fatto passare un messaggio, che poi è lo stesso che ci porta tante critiche, e cioè che l’azienda dove lavoro è di tutti i cittadini e quindi sostanzialmente non è di nessuno. È di tutti quelli che pagano il canone Rai. Sembra un concetto banale, ma è rivoluzionario rispetto a chi dice che il mio editore di riferimento è il governo. Dopodiché questa è un’azienda che nasce e vive vicino alla politica e quindi porta con sé delle influenze inevitabili, ma per la mia esperienza sono molto meno di quel che sembra.

Ti è mai capitato di subire personalmente pressioni per nascondere una notizia o metterla più in evidenza?

Una linea editoriale ce l’ha ogni canale e da quella dipende il tipo di notizie che da in maggiore o minore quantità, ma non ci sono scelte politiche: quando un politico parla, viene riportato, che sia Bersani o Berlusconi o un altro.

Pensi che il giornalismo online sostituirà gran parte degli altri mezzi di informazione, in particolare il giornalismo su carta?

Intanto noi come canale siamo in televisione, in rete, su Twitter e su Facebook, quindi siamo multi piattaforma. Io penso di aver fatto un tema al liceo classico, quindi una quindicina di anni fa, sui giornali cartacei e i giornali multimediali. Il tema era lo stesso: i giornali escono nelle edicole e secondo me continueranno ad uscire perché sono uno strumento che fa parte della cultura di questo Paese e sarebbe un reato rinunciarvi. Che poi la rete dia enormi possibilità a chi è di una generazione diversa – la mia, la tua o quelle future – è sicuramente vero, però va maneggiata con cura. Serve un approccio ”laico” alla rete perché non è quella che ti risolve tutti i problemi, non è l’unica strada da seguire. Secondo me la televisione e la radio già danno gran parte delle opportunità che da la rete. Non danno l’interazione bidirezionale con il pubblico: se riusciremo come tv, radio e carta stampata a ricevere gli input che il pubblico ci manda, allora avremo vinto la sfida.

Ultima domanda. Pensi che il giornalismo italiano abbia qualcosa da invidiare al giornalismo estero?

In linea di massima penso che l’Italia non debba invidiare niente in giro per il mondo. Poi se non sfruttiamo a pieno le qualità che abbiamo è un altro discorso. Io sono convinto che il giornalismo italiano abbia una sua peculiarità e che vada maneggiata con cura. Quando fai i corsi di giornalismo ti spiegano sempre il giornalismo anglosassone, con i fatti da una parte e le opinioni dall’altra. Io penso che la ricchezza del giornalismo italiano sia proprio la mescolanza di fatti e opinioni, il raccontare quello che si vede dal proprio punto di vista. Abbiamo da invidiare, forse, una scarsa variegata proprietà, non so come dire. Tutto sommato la televisione è bloccata fra quattro grandi blocchi: Sky, Rai, Mediaset e La7. E anche nella carta stampata, a ben vedere, le grandi proprietà non sono molte, perché poi i piccoli giornali fanno squadra con i grandi. Ci fosse una maggiore imprenditoria ed editoria forse staremmo meglio.

Nel senso che si investe poco?

Si investe poco e ci sono pochi imprenditori che vogliono fare non gli editori puri, ma gli editori in genere. Mancano imprenditori che se la sentono di investire nella carta stampata, nella televisione. E poi il sistema è bloccato anche perché veniamo da vent’anni difficili, lo sanno tutti, e dal craxismo in avanti si strutturata una doppia direzione. Perciò anche quando Cairo compra La7 rimane il fatto che Cairo è stato uno dei più grandi collaboratori di Berlusconi, all’inizio della sua avventura. Forse aprendoci un po’ all’esterno e a editori stranieri… da questo punto di vista Murdoch a portato una ventata d’aria fresca in Italia.

Quindi non è un problema il fatto che i grandi editori italiani – Berlusconi, De Benedetti, Cairo – non siano degli editori puri?

Intanto c’è una differenza sostanziale non tanto tra Berlusconi e De Benedetti, ma tra Berlusconi e Cairo. Cairo, ad esempio, non è il capo politico di un partito, è evidente. De Benedetti è molto vicino a un’area politica. Non credo sia quello il problema: il gruppo Mediaset, ad esempio, non è un’editoria pura, ma in fondo fino a qualche anno fa gran parte dei cultori della libera informazione lavoravano in Mediaset. Mentana, Santoro… i più bravi che ci sono in questo momento.

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Roberto Vicaretti intervista Beppe Severgnini al Festival del Giornalismo di Perugia

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About Lorenzo Alberini 50 Articles
Laureato alla triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche nel 2015, da allora studio Sicurezza Internazionale a Odense, Danimarca. Leggo e scrivo soprattutto di conflitti armati, terrorismo e del mondo arabo-islamico. Se in Danimarca ci fossero le montagne, l'alpinismo sarebbe la mia passione. Visto che ci sono le piste ciclabili, mi dedico all'escursionismo a due ruote. Da aprile 2014 ho il piacere di essere il direttore di Sconfinare.

2 Comments on Intervista a Roberto Vicaretti, il volto giovane di RaiNews24

  1. A Roberto Vicaretti un suggerimento da telespettatore. Fare giornalismo di carta stampata non necessita un controllo ordinato del proprio luk ma quando quando si entra nelle case con il proprio viso beh, …pur sapendo che le nostre origini sono scimiotiche, non ci autorizza a imporre le nostre sembianze di barboni o da Isis. La barba é sinonimo di sporcizia e di persona trasandata. Ma la barba puó diventare un arredo gradevole de nostro volto se corta e ben curata con contorni da ricamo sul viso. Quella di Roberto é proprio deprimente che cancella tutta la bravura professionale rendendolo non solo inguardabile ma anche inascoltabile. Caro Roberto…vedi se puoi correggerti. Ciao.
    Rino da Grado

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