Intervista al Console Generale di Francia, Olivier Brochet: l’impegno francese tra Siria e Africa

il Console Generale di Francia a Milano, Olivier Brochet
il Console Generale di Francia a Milano, Olivier Brochet

Ex potenziale coloniale, oggi tra i principali attori in Europa e sui più “caldi” fronti contro il terrorismo: la Francia rimane sempre un punto fermo nello scacchiere geopolitico mondiale. Per parlare della sua politica e della sua presenza internazionale, è stato ospite giovedì scorso in Aula Magna il Console Generale di Francia a Milano, Olivier Brochet, diplomatico di provata esperienza alla PESC e all’Ambasciata transalpina in Etiopia. A Gorizia ha tenuto la conferenza “La France dans le monde en 2016”, organizzata da Francophonie Sid con il Consolato Onorario francese di Trieste, al termine delle quale abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo.

Il prossimo anno si voterà in Francia: se vincesse il Front National, potrebbe iniziare una nuova stagione per l’Europa?

Mi è molto difficile fare dei ragionamenti su avvenimenti futuri, su questo non mi è possibile fare un commento. È una questione di natura politica.

Riguardo il conflitto siriano, molti trovano l’origine agli accordi Sykes-Picot del 1916: è veramente legato a quel passato o è una situazione a sé?

Entrambi. Naturalmente per una crisi simile bisogna cercare tutte le origini, ce n’è sempre una storica e forse quegli accordi ne fanno parte. Ma al tempo stesso c’è una guerra civile, legata alla politica interna di un governo che già da lungo tempo non ha esitato a opprimere una grande parte della sua popolazione e che quando è iniziata la rivolta di questa ha usato dei mezzi terribili per reprimerla. Buona parte della mappa del mondo è rettata dalla colonizzazione, da conflitti nel corso della Storia, ma non deve essere una scusa per una crisi odierna che ha origine in un governo non accettabile.

Uno dei principali attori in Siria è la Russia: al vertice NATO a Varsavia, Hollande aveva teso una mano verso Putin ma ultimamente ha fatto un passo indietro. Perché questo atteggiamento?

Abbiamo pensato a un certo punto che la cooperazione con la Russia poteva essere utile per trovare una soluzione al conflitto (siriano, ndr) e, nello stesso tempo, combattere veramente un nemico comune, il Daesh. Ma dopo qualche mese è chiaro che la politica scelta dalla Russia non è quella che speravamo, c’è un suo contributo affianco del governo siriano che non aiuta, difendendo Assad senza sé e senza ma e attaccando fortemente i ribelli. Non è accettabile ancora tutto ciò.

Un momento della conferenza
Un momento della conferenza

Passando all’Africa, com’è cambiato il rapporto tra Francia e Paesi del Maghreb dopo le Primavere arabe?

La Tunisia, per esempio, è per noi un caso importantissimo: c’è bisogno di una mobilitazione massima della comunità internazionale, dell’Europa in particolare, per sostenere il governo locale e il processo iniziato che ha costruito un Paese democratico con la partecipazione quasi totale della popolazione, con un negoziato difficile ma positivo e minacciato dai terroristi. Perché se il processo in Tunisia riuscisse, sarebbe una grave sconfitta per gli islamisti radicali, sarebbe la dimostrazione che democrazia e islam sono totalmente compatibili. Noi siamo totalmente al fianco del governo tunisino, come lo siamo a quello del Marocco e dell’Algeria: non sono nella stessa situazione, i problemi sono diversi, ma è fondamentale aiutare questi Stati ad affrontare le sfide e rinforzare le loro democrazie.

Per quanto riguarda la Libia, perché a suo tempo la Francia decise di intervenire? All’epoca sembrò che l’Italia fosse stata l’ultima a essere interpellata per un intervento…

Su questo ci fu una differenza di vedute tra Italia e altri Paesi: la Francia e l’Inghilterra, con il sostegno degli Stati Uniti, pensarono che fosse una necessità per evitare un bagno di sangue. La rivoluzione avvenne, cadde il regime di Gheddaffi che nessuno poteva difendere… Il problema è che non si pensò abbastanza al “dopo”, su come gestire la situazione dopo il crollo di un regime tanto dittatoriale. Oggi l’importante è che tutti dobbiamo lavorare per ricostruire una Libia stabile, con delle autorità legittime, per la pace e stabilità: nell’interesse libico e nostro, perché la nostra sicurezza dipende forteemente da questo.

Ormai sono circa tre anni che la Francia è intervenuta militarmente in Mali: pensa che ciò abbia incentivato la violenza di Boko haram nella zona?

No, penso che la violenza fosse già presente e senza il nostro intervento sarebbe stato molto peggio. Nel senso che il Mali sarebbe diventato una base per il terrorismo internazionale e la popolazione sarebbe stata fortemente oppressa. Il problema di Boko haram esiste, c’è una cooperazione internazionale fortissima per lottare contro questo gruppo, ma senza l’intervento francese credo che la situazione oggi sarebbe molto peggiore.

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Si ringrazia Francophonie SID

About Timothy Dissegna 110 Articles
Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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