Intervista al regista Leonardo Cinieri Lombroso, dal FEFF17

È entrato nella nostra sala interviste tranquillo, come se stesse andando a prendere un caffè con un amico. Si è seduto e ha iniziato semplicemente a chiacchierare con gli intervistatori, dei giovanissimi e preparatissimi professionisti che avevano un fuoco di domande. E i suoi occhi si illuminavano mentre raccontava della sua vita; persino chi gli sedeva accanto sembrava prendere un po’ più di luce mentre lo ascoltava. È Leonardo Cinieri Lombroso, regista romano che ha deciso di girare un documentario sull’Asia: ha scelto quattro paesi e ha deciso di raccontarceli come farebbe un poeta.

Ascoltarla quando parla del suo lavoro è meraviglioso. Strega.

Perché quello che faccio lo faccio con talmente tanta passione, tanto amore… mi ci tuffo dentro.

Ha girato un documentario per raccontarci dell’Asia, ma… non ci ha raccontato quale è la cosa che le piace di più dell’Asia.

L’irraggiungibilità. Più vado in Asia, più mi accorgo di quanto è lontana da me. È la sfida della scoperta continua, e inconsciamente sai che non la raggiungerai mai.

Ci parlava di quanto le piace raccontare le storie di “persone normali”. Come sono le persone normali giovani che vivono in Asia? Forse qui abbiamo un po’ troppo la tendenza a demotivarci.

Ti dico il perché: è un fatto storico. Nel nostro dopoguerra bisognava ricostruire l’Italia, c’era un grande fermento di energia. Bisognava esserci di nuovo: a livello di case da ricostruire, come governo, e a livello artistico. E infatti, l’Italia ha insegnato il cinema al mondo. E ora cosa sta succedendo? Che l’Europa non ha più quel fermento. Si è spostato in questi paesi, perché hanno bisogno di crescere. Noi viviamo in una bolla, dove il contatto con la vita non esiste più: i nostri contatti sono puramente il lavoro, uscire la sera a cena, i telefoni, la macchina. Abbiamo perso il concetto di sopravvivenza. Tu hai paura di morire domani? No! Ma pensi che morirai quando avrai 70, 75 anni e vedrai altre persone morire. Allora prenderai coscienza di essere mortale. Siamo in una bolla; non tocchiamo mai la vita, la vera vita. Ma lì, lì ogni giorno, ogni minuto, ogni volta che giri un angolo tu puoi morire: se mangi una cosa da terra, un’erba, può esserci un virus. Puoi morire. Lo sanno. È questo che fa capire ai giovani cos’è la vita. A noi manca. Manca perché è finito quel periodo storico. Tocca a loro, ed è giusto. Li abbiamo colonizzati per tanto tempo, e adesso è il loro momento di parlare e di raccontarci la loro storia. È un passaggio.

C’è stato il caso Ferraresi in estate: un giovane è morto in Thailandia per un incidente d’auto, e subito tutti si sono scagliati contro il popolo thailandese definendolo incivile. Cosa vuol dire inciviltà?

Non sono incivili. L’inciviltà esiste solo dal punto di vista culturale di chi dice che l’altro è incivile, perciò non si può definire un concetto di incivile. È molto difficile, noi diamo giudizi sempre attraverso il nostro retaggio culturale ma è completamente sbagliato. Perché ci facciamo le guerre, perché c’è il razzismo, perché ci odiamo? Perché è molto difficile comprendere l’altro; ci vuole pazienza, apertura. È molto difficile anche per me, ma io te lo dico perché l’ho vissuto: quello è il difficile, capire l’altro. È diverso, ma diverso in tutto. Non è solo l’aspetto. Ma l’altro può essere oro, ti può portare qualcosa in più che un individuo della tua cultura non può darti. Noi abbiamo la forza di dire che gli altri sono incivili, lì invece non hanno modo di difendersi. Perché non hanno avuto un’evoluzione come la nostra. Un italiano che ho conosciuto mi diceva di aver viaggiato in Africa e che non hanno acqua, elettricità… ma gli ho risposto che loro non hanno bisogno di tutto quello di cui noi abbiamo bisogno ogni giorno. Acqua, mangiare, dormire. Di quello hanno bisogno. Sono felici, loro, nella loro semplicità. E noi? Noi che vogliamo tutto, dove sta la nostra felicità? Bella domanda. Oggi che il mondo crolla… chi siamo noi? Quale è la nostra identità? Cos’è la vita?

Ha un modo estremamente poetico e delicato di relazionarsi con la vita. Cosa ne pensa dell’amore? Girerebbe un film su questo tema?

Ho sempre voluto fare un film sull’amore, perché lo vivo quasi sempre come un film. Mi ci perdo. Però l’amore esiste e non esiste; è difficile delinearlo perché è una cosa chimica. È molto psicologica. Ma quella psicologica è quella che definisce l’amore-parola. Non è quello, l’amore. Scatena all’interno delle reazioni chimiche che non si riesce a controllare. Una nuova vita, riscopri qualcosa. È magico. Non so se l’amore è per sempre: per me l’amore è un attimo, forse è quel momento. E poi… chissà. Non lo so se esiste per sempre.

Dal punto di vista tecnico: è vero che le scuole sono tanto teoriche…

La tecnica nelle scuole non esiste. Perché non esiste più il cinema in Italia? C’è solo la Scuola Nazionale di Cinema. Sei ammessi ogni due anni. Vai in Corea: delle scuole con dentro degli studios che sembra Cinecittà; cose pazzesche e chi insegna? I registi che vincono qui a Cannes. Lì un insegnante-regista che vede un buon lavoro, ti dice: “Te lo produco io! Vieni con me, andiamo nella mia produzione, facciamo un cortometraggio e se viene bene lo sviluppiamo, ci facciamo un film; sei TU il regista, tu che nasci ora”. Questo è il cinema.

Il suo sogno nel cassetto?

Ne ho tanti, i cassetti sono pieni…

E gli armadi?

Voglio fare un film, ecco. Mi piace giocare con le emozioni, quindi voglio passare ai film. È stato bello l’ultimo esperimento che ho fatto: un misto tra documentario e la storia di due persone reali, in cui ho messo tutta la mia voglia di fare un film. È quasi più un film che un documentario e… io l’ho trovato bello. Io sono più quello. Voglio fare un film. Storie reali. Voglio storie vere, perché sono tanto attaccato al reale; ho fatto documentari. Ma comunque il reale può diventare fantasia, se portato all’estremo dell’emozione. Tutti sogniamo, no? Sogniamo nel reale. Allora il reale diventa fantasia, la vita si fa fantasia. È quello. Voglio le storie giuste da raccontare.

Il FEFF è anche interviste e chiacchierate che regalano sogni. Il FEFF è anche questo.

About Giulia Mastrantoni 31 Articles
Nasco a Frosinone nel 1993. Decido presto che la musica è la mia strada e poi cambio idea. Al momento di iscrivermi all’università decido di voler studiare cinema e mi iscrivo a Lingue. Ma di una cosa sono certa: andare lontano da casa. Inizio da Udine, dove collaboro all'inserto Scuola del Messaggero Veneto e co-conduco il programma radiofonico #rockYOU. Laureata, vado in Inghilterra, dove lavoro in un museo, poi in Canada, dove studio per la laurea specialistica, e dopo a Berlino, dove scrivo full time per il Berlino Magazine. A brevissimo, andrò in Australia, per studiare comunicazione e giornalismo. Attualmente scrivo per Sconfinare, SugarPulp, Gli Scrittori della Porta Accanto e Berlino Magazine. Ho pubblicato i racconti "Misteri di una notte d'estate" per la Montag Edizioni e il romanzo in eBook "Veronica è mia" per la Panesi Edizioni. To be continued...

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