Intervista a Federica Angeli, la giornalista di Repubblica sotto scorta per le sue inchieste su Mafia Capitale

Il caos provocato dall’inchiesta “Mafia Capitale” scuote ormai da due anni la politica romana e nazionale, ma c’è qualcuno che denunciava già da tempo la criminalità organizzata romana: la giornalista di Repubblica Federica Angeli vive per questo dal 2013 sotto scorta, dopo aver denunciato un clan di Ostia, quartiere in cui lei stessa vive ancora. È stata ospite lunedì sera a Ronchi dei Legionari, per un appuntamento organizzato dall’associazione “Leali delle Notizie” incentrato proprio sul suo lavoro giornalistico.

Iniziamo dal ruolo del giornalista che racconta la criminalità organizzata: si può fare un paragone con un inviato di guerra?

Sono due differenti e importanti settori del giornalismo, però per il rischio possiamo assimilarli. Chi va con le telecamere o a intervistare popolazioni che vivono nella guerra ha un rischio di diventare egli stesso vittima di quello che accade nel paese, esattamente come accade per le mafie, perché quando accendi la luce può capitare, com’è capitato a me, di finire nel loro mirino. Loro non dimenticano. Mentre l’inviato di guerra a un certo punto torna a casa, il giornalista che si occupa di criminalità organizzata è sempre a rischio bomba.

Le recenti inchieste giornalistiche hanno scoperchiato un sistema lontano dalla “geografia” tradizionale della mafia…

Il problema dei territori dove le mafie storicamente non sono riconosciute, dal Centro Italia in su, è che c’è stata una mancanza di volontà di vedere realmente l’esistenza della mafia. Confinarla al Sud è stato come esorcizzare la paura che potesse essere in altri terriori ma le mafie ci sono state: pensiamo alla banda della magliana, con tutti i connotati della mafiosità e nei primi due gradi di giudizio erano imputati per il 416bis. Cosa che è crollata in Cassazione: il problema della magistratura giudicante non avezze alla mafia è proprio quello di non non riconoscerla, a Roma non abbiamo mai avuto una sentenza passata in giudicata per gruppi romani che erano accusati per questo. La mafia romana ha i connotati delle mafie del Sud attuali, che non sparano più ma sono imprenditoriali, riciclano le ricchezze accumulate comprando politici. Che è quello venuto fuori con Mafia Capitale.

Infografica di La Repubblica
Infografica di La Repubblica

L’indagare su nuovi tipi di mafie, in posti “nuovi”, è dovuto anche al fatto che i giornalisti hanno sviluppato un nuovo punto di vista?

Purtroppo per molto tempo negare questa realtà è stato anche un fatto giornalistico, non solo di procura (quella di Roma è stata chiamata la “Procura delle nebbie”, peraltro). Tant’è che è dal 2008 che determinati clan li chiamo mafiosi nei miei articoli e venivo derisa anche in trasmissioni televisive dallo stesso Procuratore Capo che è stato per undici anni in antimafia a Roma, il dottor Capaldo, e lo stesso Prefetto di Roma parlava di guerre tra bande ogni volta che c’era una sparatoria. Di fronte a un monitoraggio della realtà, era impossibile non vederlo: era una questione di volontà. Una volta che è cambiato il Procuratore Capo, c’è stato un cambio di passo nel riconoscimento della fisionomia di quel gruppo criminale ed ecco che tutti iniziano a parlare di mafia.

Quest’estate c’è stata la sentenza Fasciani, in cui questo clan romano è stato condannato solo per associazione a delinquere semplice, cadendo quella per stampo mafioso. Che idea si è fatta?

Come accenavo prima, l’idea è che la magistratura romana non riesce ancora culturalmente ad accettare questo fenomeno. In primo grado sono stati condannati per mafia, in secondo è caduto, e l’assurdo di questa sentenza è che, cinque giorni prima dell’Appello, in Cassazione i prestanome di quest’associazione mafiosa sono stati condannati con l’aggravante dell’articolo 7. Abbiamo allora il paradosso che le figlie del boss Fasciani sono state condannate a cinque anni per associazione a delinquere semplice, cinque anni ai prestanome perché è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa. Io dico che la partita non è ancora chiusa, la sentenza della Cassazione ha un suo valore.

Un momento dell'incontro (foto Ivan Bianchi/ Leali delle Notizie)
Un momento dell’incontro (foto Ivan Bianchi/ Leali delle Notizie)

Si può stringere un legame tra Mafia Capitale e Tangentopoli?

Tangentopoli fu l’espressione di una corruzione di un sistema politico, indubbiamente in Mafia Capitale c’è una parte consistente legata alla corruzione legata al “mondo di sopra”, per dirla con Carminati. Nel primo mancava l’elemento della mafiosità, che qui è stato contestato a chi aveva le redini, Buzzi e Carminati, che è un personaggio che ci portiamo dietro dalla Banda della Magliana. Siamo quindi a un passo oltre: la forza intimidatrice di questi personaggi è tale per cui è riuscita a comprarsi e a infilarsi in una città come Roma.

Ma Tangentopoli non avrebbe dovuto arginare il fenomeno della corruzione? Oggi sembra che si siano aperti gli argini, dando il via libera a tutto ciò…

Il proliferare di questo fenomeno doveva essere bloccato dal legislatore, perché qui non è stata fatta nemmeno la legge. Con il governo Renzi si è cercato di allungare i termini della prescrizione, ma se consideriamo che i condannati definitivi, su 22mila indagati soltanto 40 sono stati condannati e solo 1 ha fatto il carcere, capiamo che è un reato sottovalutato sia dal legislatore che da chi lo commette. Da un’inchiesta come Tangentopoli non abbiamo capito nulla allora.

L’Assessore ai rifiuti di Roma, Paola Muraro, è stata anche consulente di un’azienda di rifiuti pordenonese. È possibile che i problemi dell’Ama si riflettano anche all’esterno della Capitale?

Lei è originaria di Pordenone e quando era consultente in Ama ha agevolato le aziende di queste zone. Ha fatto sottoscrivere dei contratti per cui i rifiuti venivano smaltiti qui. Il problema è: se tu da consulente Ama non fai il tuo dovere di valutare, attraverso dei codici, il tipo di prodotto che uscivano dall’impianto di TMB (Trattamento Meccanico Biologico, ndr) e alteri i codici, ciò che arriva qui è nocivo e non poteva esserci. Ecco quindi che se fai il danno su Roma, automaticamente si riflette nell’azienda che ti accoglie: è comunque un rifiuto pericoloso, perché tu lo hai codificato con un codice errato, come sta riscontrando la Procura di Roma. Se n’è accorta una discarica laziale, che non gli ha più preso quei prodotti. Ora, la domanda è: essendo amici della Muraro (l’azienda pordenonese, ndr), se ne sono accorti o no? Il prodotto falsato è comunque arrivato anche qui, ma non è detto che ci sia complicità.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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