Intervista alla dott.ssa Flavia Bustreo ex vice-direttore per la salute delle famiglie, delle donne e dei bambini per l’OMS

Flavia Bustreo, ex vice-direttore per la salute delle famiglie, delle donne e dei bambini per l’OMS (Twitter)

Un’intervista con una delle donne più importanti nel panorama italiano e mondiale, la dott.ssa Flavia Bustreo, ex vice-direttore per la salute delle famiglie, delle donne e dei bambini per l’OMS. Un dialogo trasparente sul futuro dell’organizzazione e, più in generale, del multilateralismo, in un sincero bilancio tra criticità e risultati ottenuti. Il ruolo dei giovani nelle organizzazioni internazionali, le possibilità a loro riservate e la “gavetta” da intraprendere per farne parte. Ma anche riflessioni sul cambiamento climatico, le energie rinnovabili, la salute delle donne e dei bambini nei paesi in via di sviluppo, il ruolo degli USA nel sistema multilaterale durante la presidenza Trump.

Un’intervista dedicata ai giovani, da parte di chi conosce bene il sistema delle Nazioni Unite e da anni si batte per il diritto più prezioso: la Salute.

La dott.ssa Flavia Bustreo è stata per lungo tempo Vice-Direttore Generale per la salute della famiglia, delle donne e dei bambini per l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’Oms, che opera sotto l’egida delle Nazioni Unite, è l’organismo responsabile per la salvaguardia della salute a livello mondiale. La dott.ssa Bustreo ha lavorato per più di vent’anni in questa organizzazione e grazie al suo lavoro e al suo impegno battaglie come i vaccini per tutti e il diritto alla salute nei paesi in via di sviluppo sono state vinte. È stata insignita a giugno 2017 del premio “Marisa Bellisario Foundation”, un riconoscimento attribuito a donne che si sono distinte a livello mondiale per meriti in vari campi, in precedenza attribuito a donne come Rania di Giordania, Ségolène Royal e Aung San Suu Kyi. Tutte queste cose non le ho sapute da lei, ma dalla lettura di precedenti interviste, perché questa donna, nonostante la carriera e l’importanza del suo ruolo, ha un rarissimo dono: l’umiltà.

Mi saluta con un sorriso caloroso e naturale, come se fossi una cara amica. Dando una rapida occhiata intorno noto due grandi foto con due Papi: una con Benedetto XVI e un’altra con Papa Francesco. Noto anche che il sorriso che ha nelle foto è lo stesso riservato a me e mi ripeto che sono i dettagli come questi a contribuire alla grandezza di una persona. Le indico le foto e lei con semplicità e disinvoltura mi parla dell’incontro recente con Papa Francesco, della sua personalità e di come sia una piacevolissima compagnia. Nel frattempo fatico a ricollegare la persona di cui sta parlando all’uomo vestito di bianco che legge l’Angelus davanti a folle oceaniche. Dopo un po’ di aneddoti per sciogliere il ghiaccio, inizia l’intervista. Specifico che questa sarà rivolta ai giovani, in particolare a coloro che hanno intrapreso un percorso di studi orientato all’inserimento nelle organizzazioni internazionali.

“Perfetto -dice- iniziamo”.

Come prima domanda, vorrei chiederle quale sia la percezione di cui gode l’OMS al momento e in quali contesti è attualmente impegnata in prima linea?

“La ringrazio per la domanda. Proprio adesso è uscita un’intervista sulla rivista della London School of Hygiene & Tropical Medicine, dove ho fatto la specialità nel 1994, nella quale mi venivano poste le stesse domande. Fa piacere sapere che anche in Italia ci sia questo tipo di interesse perché secondo me le persone che vivono in Italia, forse perché in questo paese c’è una bellissima cultura ed è un paese molto ricco, sotto molti punti di vista, tendono ad avere un orizzonte più limitato. E’ bello vedere che anche qui ci sono dei giovani curiosi del mondo. A tal proposito, ho fatto di recente una bellissima esperienza nel corso dei colloqui sul cambiamento climatico a cui ho partecipato per 3 anni, inclusa la riunione di Parigi, nel 2015. Una delle cose di cui sono più orgogliosa è che il trattato di Parigi contiene il right to health grazie al lavoro dell’OMS.

Mi ha fatto molto piacere incontrare a Marrakech, lo scorso anno, i giovani di una Ong italiana che seguivano i negoziati sul cambiamento climatico. Operavano in collegamento web e facevano un report giornaliero delle discussioni con i giovani delle università italiane. Inoltre avevano un network di giovani da tutto il mondo che utilizzavano per scambiare le dichiarazioni dei politici dei loro paesi. Quel che più mi ha colpito (ed è paradossale) è che i ragazzi fossero più informati rispetto ai politici stessi. Ad esempio, uno dei punti più critici era quello del loss and damage.

Questo è una delle tematiche di maggior tensione perché i Paesi in via di sviluppo non sono stati responsabili dell’inquinamento e stanno chiedendo un risarcimento che i paesi ricchi rifiutano. Un argomento su cui gli ambientalisti e i Ministri dell’Ambiente insistono di più. L’accordo di Parigi infatti sotto questo aspetto ha grosse limitazioni. Tutti i paesi si sono impegnati a fare piani volontari di finanziamento di controllo e adattamento a favore dei paesi più poveri, ma sono volontari. Questo crea una grande divisione tra paesi del Nord e del Sud: paesi come le piccole isole del Pacifico, dei Caraibi o dell’Africa subsahariana stanno già pagando i danni del cambiamento climatico in termini economici e soprattutto da un punto di vista della salute (di donne e bambini in particolare) senza aver creato il danno e si trovano senza sostegno economico da parte dei paesi che l’hanno creato.

Se poi si aggiunge che il trattato è non binding – non vincolante – e che alcune modalità relative al suo funzionamento debbano essere chiarite, il quadro si complica ulteriormente. Ci sono inoltre altri aspetti, non ultima la decisione di Trump di sfilare gli U.S.A. dalla convenzione di Parigi. Questo è molto importante perché gli U.S.A. sono i più grandi inquinatori a livello mondiale. Per fortuna gli USA sono uno stato federale, quindi alcune decisioni spettano ai singoli stati. Ad esempio la California è uno del più grandi promotori per il contenimento del cambiamento climatico e li si sono già fissati limiti di de-carbonizzazione. Altri paesi hanno pianificato il controllo delle loro emissioni fino al 2050.”

La dott.ssa Bustreo durante l’evento “Securing the Future: Saving the Lives of Women and Children” a Ginevra, 22 maggio 2013 (U.S. Mission Geneva / Eric Bridiers via Flickr)

Quindi diritto alla Salute e cambiamento climatico sono i temi più importanti con il quale l’OMS si sta confrontando? L’Italia come si comporta sotto questo punto di vista? C’è sensibilità a livello di opinione pubblica su questo tema?

“Si esiste una certa sensibilità. Soprattutto attorno a Legambiente. Di recente ho incontrato la responsabile Rossella Muroni, che è una donna dinamica e attiva. Ci sono delle sensibilità, però non siamo all’avanguardia. Avevo cercato di proporre al Governo dei progetti in Africa subsahariana dove combinare più obbiettivi come la salute materna e infantile e il controllo del cambiamento climatico, ma non ho avuto riposta.

L’obbiettivo della creazione di energia pulita e il miglioramento dei sistemi sanitari è importante ma non viene portato avanti con determinazione. Ed è un vero peccato! In Italia abbiamo moltissimi tipi di energia: eolica, solare, geotermica, riconversione dei rifiuti; abbiamo moltissime tecnologie sviluppate in modo innovativo, su piccola scala e con start-up, se il Governo le mettesse a sistema sarebbe un grosso beneficio perché l’energia del futuro sarà sempre meno carbonica, indipendentemente da Trump.

Il problema dell’inquinamento atmosferico è un problema grandissimo, io ne ho parlato più volte. La pianura padana ha un livello di inquinamento di dieci volte superiore a quello raccomandato dall’OMS. Ho più volte fatto presente ciò a chi di competenza, ma senza risultati. Il Ministro dell’Ambiente e quello della Salute dovrebbero agire in congiunzione, poi ci dovrebbero essere delle politiche energetiche di largo respiro e più incentivi. Molti paesi hanno già messo in atto queste strategie, in Italia non è successo forse perché non c’è l’incentivo politico o il ritorno politico.

Il danno è che l’inquinamento atmosferico non si vede, perciò non è percepito come pericolo. Eppure, secondo le stime dell’OMS, ci sono 7 milioni di morti all’anno provocati dall’inquinamento esterno e indoor. Soprattutto il secondo tipo di inquinamento, nei Paesi in via di sviluppo, è un problema per la salute di donne e bambini, poiché vengono utilizzati sistemi di riscaldamento, alimentati con materie organiche che producono fumi e polveri sottili che se inalati sono mortali. Confido in una nuova generazione che presti più attenzione a questi temi.”

Forse manca un po’ di informazione. Di questo tema se ne parla molto poco, quindi si fatica a creare una consapevolezza.

“Si, ma in altri paesi se ne parla. In Svizzera hanno promosso moltissimi incentivi per far sì che gli individui raggiungano un sistema di riscaldamento con standard ecologici molto stretti.”

Cambiando argomento, posso chiederle come ha iniziato il suo lavoro nelle organizzazioni internazionali?

“Ho lavorato all’inizio con molte Ong come volontaria, come l’Organizzazione di medici per la prevenzione della guerra nucleare e i costruttori di pace. Dopo la specializzazione a Londra ho iniziato a lavorare con l’OMS, quindi ho un esperienza del sistema multilaterale molto focalizzata sulle Nazioni Unite. Sono stata sei anni alla World Bank, a Washington DC, dove mi sono occupata di finanziamenti alla salute pubblica e ho contribuito a fondare la partnership for the child health, un’alleanza formata da professionisti e accademici, da cui negli ultimi anni abbiamo creato una youth constituency, un’esperienza molto bella. Da sette anni sono vice-direttore generale per la salute delle donne e dei bambini per l’OMS.”

La sede dell’OMS a Ginevra (U.S. Mission Geneva/ Eric Bridiers via Flickr)

Da una prospettiva interna, ci potrebbe dire come funziona il sistema delle organizzazioni internazionali?

“Il sistema multilaterale è stato ereditato dalla 2° guerra mondiale e per questo avrebbe bisogno di molta modernizzazione. Però è vero che si sente parlare molto delle critiche e poco dei risultati. Nello specifico l’organizzazione di cui faccio parte, l’OMS, si occupa di salute pubblica nei paesi dove gli indicatori di salute sono più bassi come i paesi in via di sviluppo in cui supporta tutte le decisioni in materia sanitaria. Ad esempio, in Sudan, ho lavorato con i dirigenti del Ministero della Salute con cui ho scelto politiche di finanziamento per la salute delle donne e dei bambini. Influenzare il percorso decisionale in maniera così risolutiva anche in Italia purtroppo non è altrettanto facile.

In ogni caso, noi italiani abbiamo un sistema di salute di cui sono molto orgogliosa. A mio avviso è uno dei sistemi migliori al mondo, perché ha alla base il Diritto alla salute ed è un sistema egalitario. Se tu sei figlio di Mario Rossi e appartieni al popolo hai gli stessi diritti di Berlusconi (tra gli uomini più ricchi d’Italia) e hai le stesse vaccinazioni, gli stessi trattamenti, da quando nasci a quando muori. In tante parti del mondo il sistema non è finanziato pubblicamente: se hai soldi puoi avere le cure perché il sistema funziona tramite le assicurazioni. Ad esempio, negli Stati Uniti hanno due assicurazioni Medicaid o Medicare, una copre gli indigenti e l’altra le persone sopra i 65 anni. Se poi hai assicurazioni integrative hai accesso al altre cure, ma milioni di persone sono sprovviste di assicurazione. I promotori delle assicurazioni private sono in antitesi con il sistema sanitario nazionale.

In Kenya abbiamo spinto molto il Governo a investire nella salute e creare un sistema in grado di assicurare cure. In particolare in materia di salute materna e infantile, assicurando cure gratuite ai bambini sotto i 5 anni e alle donne in gravidanza. Se non garantisci questo diritto crei dei gradienti di salute perché le persone che vivono nella città (Nairobi) possono avere accesso alla cure, ma le persone a distanza non possono pagare. Questa dicotomia preoccupa molto. L’idea della salute per tutti sembra un po’ dépassé. Ultimamente si sente più forte la voce di chi propone un contenimento dei costi. Ho lavorato molto con gli economisti di salute alla World Bank e ci sono due scuole di pensiero diverse. Gli stati che hanno nella costituzione il diritto alla salute senza distinzione di genere, razza (questo è molto importante) fanno in modo che questo accesso alla cure sia possibile, se invece lo Stato non garantisce questo principio, non si sente in dovere di farlo.

A tal proposito ho scritto con il primo UN Special Rapporteur for Health and Humans Rights, sulla salute e i diritti umani, il neozelandese professor Paul Hunt, un‘analisi sugli stati in cui il diritto alla salute è previsto dalla Costituzione o dalla high law of the Land, come la nostra legge del 78’, una legge che è molto esplicita sul diritto alla salute. Infatti, un altro obiettivo dell’Oms è confrontare la presenza del diritto alla salute con i risultati in materia sanitaria, questo rapporto si chiama evidence of impact -analisi dell’impatto- da qui è emerso che nei paesi in cui c’è lo stato di diritto i risultati nella salute di donne e bambini sono migliori.”

Vorrei farle in proposito due domande. I governi fino a che punto sono disposti a collaborare? L’Oms non ha mezzi coercitivi, quindi sono gli stati che spontaneamente devono sottostare alle sue decisioni. Fino a che punto sono disposti a collaborare e quali sono gli stati che collaborano di più? In secondo luogo, negli stati dove la salute non è un diritto costituzionale, come si crea un forma mentis nei governanti per far si che ciò avvenga?

“L’OMS non può forzare gli stati. Ciascun membro dell’OMS decide volontariamente di partecipare, paga delle Fee, ¼ del budget dell’Oms proviene dalle fee. Il compito dell’OMS è di creare e diffondere evidenza scientifica fra i vari paesi: li pone a confronto e li porta al tavolo per discutere. Poi c’è un sistema di risoluzioni: ogni anno quando l’OMS si riunisce in assemblea plenaria (assemblea che coinvolge tutti i Ministri della Sanità che fanno parte dell’OMS – i Ministri italiani hanno partecipato poche volte) i paesi votano e discutono le risoluzioni con le quali si impegnano a raggiungere certi obiettivi come la copertura vaccinale, la riduzione della mortalità materna e infantile, il trattamento contro tubercolosi etc. Pertanto l’azione dell’OMS è non solo un’azione di condivisione di evidenza scientifica, ma anche di know-how e coordinamento per il raggiungimento di determinati standard.

La domanda su come si crei una sensibilità politica è più complessa. Nel 2008 ho scritto un pezzo su The Lancet dal titolo Parlamentarians: leading the change for maternal, newborn and child survival?, scritto con il rappresentante dell’Inter-parliamentary Union, perché ci siamo accorti già dieci anni fa che per cambiare la sensibilità in tema di salute si deve lavorare con i politici. Abbiamo fatto un lavoro con un’associazione di 170 parlamenti, non governi, per mettere in risalto le evidenze e le pubblicazioni che bisogna portare all’attenzione dei politici. E’ più facile collaborare con i paesi a democrazia nascente che quelli a democrazia sviluppata, perché quest’ultimi molto spesso considerano le Nazioni Unite come uno strumento del loro esercizio di potere e non vogliono essere molto consigliati.

Una delle cose più difficili è imporre un comportamento ai paesi ‘ricchi’ nelle situazioni di emergenza, outbreak, perché questi paesi sono i maggiori finanziatori. Durante la crisi generata da Ebola, ad esempio, controllare il comportamento degli Stati Uniti è stata una delle cose più difficili. Le mie mansioni all’OMS non sono quelle di controllo delle emergenze, però lavoravo a stretto contatto con i colleghi che si occupavano di ciò. La soluzione degli USA in questi casi è sempre quella di portare i militari e ovviamente i paesi non sono interessati ad un aiuto in questa forma. Mediare l’aspetto di controllo della crisi con le varie strategie di aiuto e le risorse messe a disposizione dai paesi del Nord è tra le cose più difficili.

Inoltre, in queste situazioni non ci si confronta solo con gli stati, ma anche con Ong e associazioni umanitarie. Il coordinamento in queste situazioni è spesso un problema perché si ‘catapultano’ in questi paesi (con bassissima capacità di amministrazione e coordinazione) una serie di attori umanitari che sono motivati dall’aiutare ma rischiano di diventare un intralcio e non hanno le competenze per lavorare in un paese con capacità ridotte. Essere medico negli Stati Uniti non è come esserlo in Africa.”

On 20 June the Democratic Republic of the Congo's Ministry of Health declared a #YellowFever epidemic in 3 provinces….

Pubblicato da World Health Organization (WHO) su Giovedì 23 giugno 2016

L’Italia come risponde in questi casi?

“L’Italia ha una storia di relazione con il sistema delle Nazioni Unite che potrebbe essere più positiva. Nonostante sia un paese piccolo è sempre stata un contributore molto interessato. E’ stato il più grande contributore dell’Unicef fino agli anni ‘90. Però negli ultimi anni si è sottratta a molte responsabilità. Ad esempio, durante le crisi di Ebola, nonostante la nostra ex direttrice, la dott.ssa Chan, abbia chiesto aiuto per il rimpatrio del personale affetto da Ebola (in Italia abbiamo un ottimo centro per il contenimento delle malattie infettive) non ha ottenuto risposte. Addirittura, è stata criticata.”

Non è paradossale che i maggiori contributori si sottraggano agli impegni presi?

“E’ molto difficile influenzare le politiche dei paesi più ricchi perché guardano al sistema multilaterale come al sistema a cui dire cosa fare, senza sottostarvi. Tuttavia il 2015 ha segnato un cambio di passo. Nel 2015, i 194 paesi che fanno parte delle Nazioni Unite hanno siglato un accordo sugli obbiettivi di sviluppo del millennio. I Millennium Development Goals erano degli obiettivi creati dal Nord per il Sud. Ad esempio: ‘bisogna ridurre la mortalità infantile di 2/3’, questo obbiettivo è ovviamente destinato solo ai paesi più poveri (in paesi come l’Italia è già stato abbondantemente raggiunto).

Obbiettivi come la riduzione dei livelli di anidride carbonica coinvolgono paesi ricchi più avanzati come l’Italia. Questo è un cambiamento strategico e politico che avrà forti ripercussioni. Il paese che più di tutti vede le Nazioni Unite come estensione del proprio potere sono gli U.S.A. Da decenni sopravvive una grossissima incongruenza, che mantiene inalterate le dinamiche della seconda guerra mondiale. Questa è rappresentata dal Consiglio di Sicurezza in cui i cinque membri permanenti hanno diritto di veto. Si è visto in merito al pronunciamento degli USA su Gerusalemme e la loro proposta di spostarvi l’Ambasciata. Come Italia potremmo supportare finanziariamente di più il sistema della Nazioni Unite. L’Italia ha fatto una bella iniziativa sulla pena di morte, riuscendo a far passare una moratoria, è una delle iniziative di cui, in quanto italiani, si dovrebbe essere orgogliosi.”

Le farei un’ultima domanda sui giovani e le Nazioni Unite: che possibilità ci sono per noi?

“Una delle cose che dovrebbe cambiare è che questi organismi non vengano controllati solo dai governi. Nella costituzione delle Nazioni Unite c’è scritto We, the people’, ma in realtà chi partecipa sono i governi. Invece sono le persone, ‘the people’, che dovrebbero partecipare di più. Negli ultimi cinque anni c’è stata una grossa spinta a portare nelle discussioni persone giovani, grazie alla creazione di spazi di confronto on-line. Questo potrebbe avere una grossa ripercussione. Ad esempio, uno dei collaboratori più interessati per spingere sul diritto alla salute all’interno del trattato di Parigi è stata l’Associazione dei Giovani Medici, con cui abbiamo lavorato a stretto contato. I Giovani Medici facevano molta pubblicità, scrivevano pubblicamente, sui social, anche criticando perché i giovani hanno la bella caratteristica di poter ancora criticare, perché non sono parte del sistema.

Queste critiche sono molto positive, creeranno decisioni più legittime e questo è uno dei motivi per cui i giovani sono importantissimi per le Nazioni Unite. Inoltre ci sono dei programmi pensati per loro, io ho partecipato al JPO, in cui i giovani sono affiancati da esperti. Questo prevede una selezione a livello nazionale e poi il Governo supporta il programma per due anni. Oppure si possono fare esperienze con organizzazioni non governative. Una strada che sta nascendo ora e che mi auguro avrà futuro, è quella della collaborazione attraverso le università. Oggi grazie al web è anche possibile partecipare osservando le discussioni dei paesi. Consiglio di seguire, via streaming, le discussioni delle organizzazioni che hanno una governance pubblica (come HRC o l’OMS), inoltre queste istituzioni offrono numerose possibilità di internship, un modo per potersi avvicinare alla realtà ed osservare da vicino il mondo delle organizzazioni internazionali.”

L’intervista è terminata e ha richiesto più tempo di quello che avrei mai potuto sperare. La dott.ssa Bustreo ha trattato moltissimi temi e offerto moltissimi spunti di riflessione, spaziando su più argomenti. Andandomene rifletto sulla vita di questa donna, elegantissima nella sua disarmante semplicità. Mi chiedo com’era lei alla mia età. Ho letto che è stata capitano della squadra di pallavolo: dunque una donna da sempre carismatica e abituata a vincere. Sono questi gli esempi di cui noi giovani abbiamo bisogno.

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