Investimenti e sicurezza nell’agenda cinese sull’Africa

Xi Jinping durante i lavori del Summit (Credits: People's Daily, China/Facebook)

A inizio settembre Pechino ha ospitato la diciottesima edizione del Forum on China Africa Cooperation (FOCAC), appuntamento annuale ormai diventato uno dei più attesi a livello mondiale dagli osservatori internazionali e dai suoi stessi protagonisti. Il motivo di tanto interesse è dovuto al peso sempre più crescente e invasivo della Cina nella politica e nell’economia del Continente Nero, tanto che il valore del commercio bilaterale tra i due nel 2014 ha raggiunto il picco dei 200 miliardi di dollari, mentre appena dodici anni prima si attestava appena a 10 miliardi. Per capirci, la Repubblica Popolare oggi gode di un’influenza maggiore rispetto agli Stati Uniti, superati nella classifica dei partner commerciali già nel 2009.

Il vertice del 3 e 4 settembre si è aperto così con i riflettori puntati addosso, anche perché ormai in ballo non c’è più solo il settore economico. Nel 2017, infatti, Pechino ha aperto la sua prima base militare all’estero proprio su suolo africano, a Gibuti, e nel giugno di quest’anno si è tenuto il primo China-Africa Forum on Defense and Security; già nel 2014, in Mali, vennero inviati per la prima volta soldati cinesi fuori dai propri confini nazionali, aderendo alla missione ONU di peacekeeping in funzione anti-Boko haram. Questo dinamismo sarebbe motivato dall’esigenza per le truppe cinesi di fare esperienza sul campo, non essendo mai stati coinvolti in combattimenti reali negli ultimi anni; certamente i fronti su cui intervenire, in Africa, non mancano: degli oltre 2,5 mila elementi all’estero, oltre mille sono dislocati solo in Sud Sudan, paese tormentato da carestie e dagli strascichi della guerra civile scoppiata nel 2013.

Esercitazione dell’esercito cinese nel nord-est del Paese (Credits: Russia, Iran, China and North Korea Military Alliance/Facebook)

“La Cina ha ancora difficoltà a gestire i problemi generati da una generale instabilità africana, come nel caso Sudan-Sud Sudan” spiega il prof. Federico Battera, docente di Sistemi Politici Afro-Asiatici all’Università di Trieste. Molto probabilmente, quindi, ancora per un po’ di tempo la RPC manterrà basso il proprio profilo, limitandosi a contribuire alle missioni delle Nazioni Unite nell’attesa di sviluppare un proprio progetto a lunga scadenza. In realtà, già nel 2015 Xi Jinping aveva annunciato la creazione di un sistema di assistenza militare gratuita del valore di 100 milioni di dollari, comprendente finanziamenti per l’African stand-by force (forze di peacekeeping africane dell’Unione Africana) e l’African force for crisis rapid response, impiegabili in caso di pronto intervento, ma le trattative non avrebbero trovato uno sbocco definitivo nemmeno durante l’ultimo FOCAC. Che questa sia la strada da percorre in futuro è comunque indubbio e la presenza del premier libico Al Serraj al vertice di Pechino appare un chiaro segnale di tutto questo.

Alla fine, Jinping ha chiuso i lavori con la promessa di 60 miliardi di dollari tra aiuti, prestiti a interessi zero, linee di credito, un fondo speciale per lo sviluppo, importazioni dall’Africa e progetti privati delle imprese cinesi. Tra quest’ultime, saranno soprattutto quelle legate all’estrazione di risorse energetiche e minerarie a godere maggiormente degli accordi, vista la sempre più crescente necessità sinica di materie prime per la propria economia; la questione si ricollega alla situazione politica e sociale dei Paesi in cui Pechino indirizza i propri investimenti, poiché “le aziende cinesi – continua Battera – aumenteranno le loro capacità estrattive in rapporto ai negoziati vantaggiosi con i governi locali e alla stabilità degli Stati con cui sono stati siglati accordi”.

Una delle situazione più delicate su questo fronte è quella della Somalia, con cui la Cina ha uno storico legame già dagli anni ’70; proprio per questo il Presidente somalo Farmajo e l’omologo cinese si sono incontrati qualche giorno prima del summit, sempre a Pechino, in un bilaterale per discutere degli investimenti cinesi nel Corno e firmare una serie di accordi di cooperazione bilaterale. Il volume degli scambi bilaterali tra Somalia e Cina ha raggiunto i 485 milioni di dollari nel 2017 con una crescita annua del 20 per cento e, come dichiarato dai due capi di Stato, Mogadiscio “persiste fermamente nella politica di una sola Cina – non riconoscendo quindi l’indipendenza di Taiwan – e partecipa attivamente alla cooperazione nella costruzione di ‘Una cintura e una via’”, ossia la Nuova Via della Seta che toccherà anche i porti somali. Sempre nella capitale cinese, durante i giorni del summit, Farmajo ha anche incontrato premier etiope Abiy Ahmed, con cui il dialogo di riconciliazione è stato già avviato da qualche tempo, dopo decenni di tensioni per questione di confini.

Il Presidente somalo Farmajo con l’omologo cinese Xi Jinping a Pechino (Credits: Villa Somalia/Facebook)

Secondo Battera, però, “le differenze Somalia-Etiopia sono largamente sopravvalutate e il peso specifico dei due Paesi è troppo diverso perché Mogadiscio possa diventare una priorità senza prima aver regolato dei buoni rapporti con l’Etiopia. In altre parole, se si vuole contare qualcosa sullo scacchiere somalo non lo si può fare senza prima fare i conti con Addis Abeba”. Ovviamente non è mancato un incontro a due a Pechino tra Xi Jinping e Abiy Ahmed Ali, durante il quale entrambi hanno confermato i loro ottimi rapporti, con il primo che, si legge nella nota ufficiale, è disposto a “approfondire la cooperazione reciprocamente vantaggiosa in vari campi, sostenersi a vicenda questioni che riguardano i rispettivi interessi centrali e le principali preoccupazioni, rafforzare la comunicazione e il coordinamento negli affari internazionali e regionali e salvaguardare gli interessi comuni di entrambe le parti e di altri Paesi in via di sviluppo”. Analogo rapporto di stretta collaborazione nell’area c’è con Gibuti, anch’esso testimoniato da un incontro privato sempre tra Xi e il presidente dell’ex-colonia francese, Ismail Omar Guelleh, con il padrone di casa che ha auspicato di “rafforzare la comunicazione e il coordinamento con Gibuti su questioni internazionali e regionali come il cambiamento climatico, in modo da salvaguardare meglio gli interessi comuni delle due parti e di altri Paesi in via di sviluppo”.

Oltre al Corno d’Africa, il summit cinese si è concluso con la soddisfazione del leader cinese e dei suoi ospiti, con la stipula del FOCAC Beijing Action Plan (2019-2021). L’obiettivo temporale è comunque ben più in là nel tempo, come ha sottolineato ancora Xi nella conferenza stampa finale: “La Cina e i paesi africani sono disposti a (…) portare avanti lo sviluppo congiunto della Nuova Via della Seta” e allinearla “strettamente con l’Agenda 2063 dell’Unione Africana, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo sostenibile e le strategie di sviluppo dei Paesi africani”. La presenza del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha rappresentato in questa direzione un importante endorsement, anche se l’assenza sua e del Presidente di turno dell’UA, il ciadiano Moussa Faki Mahamat, all’incontro con la stampa (presenti invece il capo di Stato sudafricano, Cyril Ramaphosa, e l’omologo senegalese Macky Sall) sono un indizio su quanto l’Impero Cinese punti ancora sul FOCAC come strumento “personale” piuttosto che per ergersi a difensore internazionale del continente africano.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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