Iran al voto: in gioco gli equilibri mondiali

Il  19 maggio si terranno in Iran le elezioni presidenziali. Sei sono i candidati ammessi alla competizione elettorale, ma il numero di quelli con maggiori possibilità di vittoria si riduce a due: il presidente in carica Hassan Rouhani ed Ebrahim Raisi, allievo della Guida Suprema del Paese. Le elezioni iraniane rivestono un’importanza fondamentale non solo per lo scacchiere mediorientale ma anche e soprattutto per gli equilibri mondiali.

L’Iran ambisce a diventare la principale potenza regionale in Medio Oriente. L’intervento in Iraq contro lo Stato Islamico e la presenza in prima linea nel conflitto siriano ne sono una chiara dimostrazione. Ma la nazione degli ayatollah è al contempo  la prima produttrice di gas dell’area e fra i primi produttori al mondo di petrolio. Questo la rende uno dei principali partner commerciali dell’Europa e dell’Italia in particolare. Infine, la scelta del  futuro presidente iraniano rischia di influenzare la politica di apertura all’Occidente condotta dal leader in carica Rouhani e culminata, nel 2015, con l’accordo sul nucleare siglato con gli Stati Uniti del presidente Obama.

Il ritiro a pochi giorni dal voto del candidato conservatore Mohammad Ghalibaf, sindaco di Teheran vicino alle forze armate e ai servizi segreti, ha ulteriormente polarizzato il conflitto fra l’ala riformista e l’ala conservatrice del Paese. La prima è rappresentata dal presidente in carica Rouhuani, grande favorito di queste elezioni. Il presidente ha infatti incassato il sostegno dei più influenti leader riformisti della nazione, l’ex primo ministro Hossein Mousavi e l’ex presidente del parlamento Mehdi Karoubi, e può fare affidamento sul sistema elettorale iraniano che tradizionalmente premia la rielezione.  Un ulteriore punto di forza della sua candidatura è dato dall’alta affluenza (67%) prevista per il giorno del voto, che tende a premiare i candidati riformisti.

Ma la rinuncia di Ghalibaf alla corsa  ha compattato il fronte conservatore intorno alla figura di Ebrahim Raisi. Presidente della Astan Quds Razani, una delle maggiori fondazioni religiose del Paese, Raisi è una personalità molto vicina all’attuale Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Khamenei. In quanto esponente di spicco dell’establishment religioso Raisi può contare sul sostegno delle aree rurali del Paese, tradizionalmente conservatrici e tuttora piegate dal peso della crisi economica. Infine, non si deve dimenticare che Ghalibaf, nell’annunciare il suo ritiro, ha dato pieno appoggio alla candidatura di Raisi, garantendogli l’accesso ad un bacino di voti che potrebbe risultare prezioso.

La campagna elettorale è stata dominata da due tematiche fondamentali: l’economia e la politica estera.
Quattro anni fa, Rouhani è stato eletto a schiacciante maggioranza grazie a due promesse: la soluzione della questione nucleare e la ripresa economica. Il presidente ha speso buona parte del suo capitale politico sull’accordo sul nucleare concludendolo con successo nel 2015. Ma le conseguenze di tale vittoria tardano a venire. La principale causa è da rintracciarsi nelle sanzioni bancarie che tuttora attanagliano il paese, imposte dagli Stati Uniti sulla missilistica iraniana. L’Iran non può effettuare transazioni bancarie con nessuno stato estero e un turista che decidesse di visitare la repubblica degli ayatollah sarebbe costretto, di fatto, a portare con sé i soldi in contanti.

Se da questo punto di vista l’ascesa economica dell’Iran risulta bloccata, la cancellazione delle sanzioni economiche previste dall’accordo sul nucleare ha consentito al paese di riattivare la propria produzione di petrolio. L’apertura all’Occidente voluta da Rouhani inizia dunque a produrre frutti, anche se passeranno anni prima che la ripresa economica sia effettivamente percepita dalla popolazione. Il perdurare della crisi non sarà un punto a favore per il presidente in carica, ma d’altra parte Rouhani lascia una situazione migliore di quella che ha trovato nel 2013, con l’economia rovinata dall’amministrazione del suo predecessore e l’inflazione alle stelle.

Sostenitori del presidente iraniano Hassan Rouhani durante un comizio elettorale a Teheran.

L’Iran, nel momento in cui è stato investito dalle sanzioni americane, si è notevolmente avvicinato alla Russia e alla Cina, le quali importavano petrolio iraniano e hanno consentito al Paese di vincere l’isolamento internazionale. Oggi, all’indomani dell’accordo sul nucleare, il futuro economico dell’Iran sembra passare attraverso l’avvicinamento all’Unione Europea. La riconferma di Hassan Rouhani garantirebbe la prosecuzione di tale politica di apertura. Viceversa, con la vittoria di Raisi, si rafforzerebbero i rapporti con Russia e Cina, a discapito della partnership con l’Europa.

Le posizioni estere dei candidati sono tuttavia meno distanti di quanto si possa ritenere all’apparenza. La politica estera iraniana poggia da decenni su pilastri intoccabili. La contrapposizione con Israele e le monarchie del Golfo, l’ambizione di creare una “mezzaluna sciita” che vada dall’Iran al Libano, la stessa alleanza con Assad in Siria e con le milizie libanesi di Hezbollah non vengono messi in discussione da nessuno degli aspiranti presidenti.

Se le previsioni della vigilia saranno rispettate, Hassan Rohuani verrà riconfermato presidente. Ma la popolazione non avrà scelto il candidato migliore, bensì il minore dei mali. In questi anni l’amministrazione in carica ha fatto ben poco per ampliare la libertà sociale e politica dei cittadini. Decine di giornalisti e attivisti sono tuttora in carcere per motivi politici e l’Iran è ancora ai primi posti della triste classifica dei Paesi con maggiori condanne a morte.

Tuttavia, il controllo sugli arresti è ancora largamente in mano alle guardie della rivoluzione, il motore della rivolta di Khomeini del 1979 diventato uno dei più importanti centri del potere economico del paese. Nel sistema di governo iraniano, inoltre, i poteri del presidente sono fortemente limitati dall’autorità della Guida Suprema, vera detentrice delle leve politiche, militari e religiose della nazione. L’evoluzione della società iraniana, pertanto, non potrà avvenire in tempi brevi. E in attesa di un vero cambiamento, la popolazione probabilmente si affiderà ad un candidato di cui conosce le luci e le ombre piuttosto che tentare un salto nel buio.

About Andrea Battistone 8 Articles
Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e di tutto ciò che accade intorno a noi.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: