Iraq nel caos

La Mahdi Army irachena, creata da Moqtada Al-Sadri

di Luca Nucera

La Mahdi Army irachena, creata da Moqtada Al-Sadr

Per il governo iracheno di Haydar al-‘Abadi quelli appena conclusi sono stati probabilmente giorni tra i più difficili: prima lo Stato Islamico, poi l’instabilità politica, il prezzo del petrolio – che è la principale fonte di introiti del Paese, nel mese di aprile ha raggiunto un record positivo di esportazioni – ai minimi storici e ad aumentare il carico c’è anche il computo degli attentati del mese di aprile (oltre 740 morti e 1300 feriti, non proprio un mese pacifico). A dir la verità, in Iraq non si vedono mesi pacifici da un bel po’ e a complicare le cose, come se ce ne fosse bisogno, da un anno a questa parte si è reinserito nel contesto politico anche Moqtada Al Sadr, figura religiosa sciita di Najaf. Con il suo ritorno in scena ha indirizzato i suoi sostenitori sia contro lo Stato Islamico, diventando un vero problema per il Califfo, sia contro il governo centrale di Bagdad, nel quale dilagano corruzione e clientelismo svuotando le casse statali, già in forte difficoltà per le spese dovute alla guerra contro Daesh e per gli incassi del petrolio calati a picco.

Ma chi è Moqtada Al Sadr? Figlio di un ayatollah sciita assassinato nel 1999 dal regime di Saddam, è arrivato alle luci della ribalta con l’invasione americana del 2003, fondando la forza paramilitare Esercito di Mahdi: milizia in lotta contro la coalizione occidentale talmente radicata e popolare da poter influenzare direttamente il governo iracheno e l’apparato di polizia, nel quale si trovavano numerosi e convinti sostenitori. “È la più grande minaccia per la sicurezza dell’Iraq” secondo rapporti del Pentagono del 2003. Sciolto nel 2008, l’Esercito di Mahdi è stato rifondato nel maggio 2014 per respingere l’avanzata nera del califfato sunnita; “sappiate che noi riempiremo la terra dell’Iraq con i vostri corpi in decomposizione se cercherete di dissacrare qualsiasi luogo sacro di questa Terra Santa”: così Sadr, rivolgendosi contro i miliziani dello Stato Islamico.

Nei giorni scorsi le manifestazioni dei sadristi conto il governo centrale si sono intensificate: da tempo chiedono la sostituzione degli attuali ministri politici con esponenti tecnici, capaci di superare sia le tensioni etniche e religiose che stanno lacerando e destabilizzando l’Iraq, sia di fermare un’ulteriore diffusione della corruzione. Martedì scorso il Parlamento ha accettato un parziale rimpasto di governo, nonostante da tempo i parlamentari boicottassero le sedute, ma l’assemblea si è interrotta quando si è giunti a votare il nuovo ministro degli esteri. Così sabato, dopo giorni di manifestazioni sempre più pressanti, nel momento in cui il Parlamento non ha raggiunto un accordo sulla legge contro la corruzione, centinaia di sostenitori di Al Sadr hanno fatto irruzione nella zona verde della capitale irachena, l’area delle ambasciate e dei palazzi del potere teoricamente accessibile in modo esclusivo ai lavoratori e a chi vi abita, e hanno assaltato il Parlamento contro i deputati che non hanno votato il rimpasto di governo, definendoli “codardi”. Le autorità hanno dichiarato lo stato d’emergenza imponendo il coprifuoco, per poi annunciare in serata che la situazione era stata riportata sotto controllo: dopo alcune ore, i manifestanti hanno abbandonato l’assemblea per porre un presidio all’esterno del Parlamento. Nella giornata di domenica, Al Abadi ha ordinato l’arresto degli attivisti sciiti che hanno assaltato la sede parlamentare. L’Alto Rappresentate per la politica estera europea, l’italiana Mogherini, ha rilasciato una nota sugli eventi di sabato: si tratta della deliberata rottura del processo democratico. L’UE sostiene gli sforzi del primo ministro per trovare una soluzione all’impasse politica attuale e chiede a tutti di sostenere questi sforzi e non perturbarli”.

Se la causa di tutto ciò va ricercata non tanto nella destituzione di Saddam quanto piuttosto nell’incapacità americana di gestire il periodo di normalizzazione e transizione verso un regime democratico (al momento dell’invasione, i vertici del Pentagono fecero notare a Bush jr che per controllare il Paese non erano sufficienti i 150mila uomini che erano stati inviati ma che ne servivano almeno il doppio), ora non c’è solamente il “problema Iraq” da risolvere: il prossimo inquilino della Casa Bianca (o forse la prossima inquilina) dovrà definire una strategia più chiara e più forte contro lo Stato Islamico, provando a recuperare quei Paesi ormai quasi in totale balia del califfato – non solo in Medio Oriente ma anche nel nord Africa – e dovrà scegliere le proprie priorità: la stabilità o i princìpi?

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