Israele e Palestina: le ripercussioni del rapimento sul governo israeliano

Il ritrovamento dei cadaveri dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno scorso in Cisgiordania ha dato luogo in Israele ad un vero e proprio lutto nazionale. Un lutto nazionale ebraico al quale si è unito un lutto altrettanto significativo: quello palestinese per la morte di Mohammed Abu Khdeir, il ragazzo sedicenne arso vivo settimana scorsa da un gruppo di giovani israeliani in cerca di vendetta.

Questa serie di omicidi in Palestina ha pericolosamente riacceso un conflitto che dura da decenni e che non si è mai veramente spento, quello tra israeliani e palestinesi: due popoli, uno unito sotto uno Stato sovrano e l’altro alla ricerca di un proprio riconoscimento internazionale entro dei confini territoriali che avrebbe il diritto di ottenere. Una ferita apertasi ancor prima del crollo dell’Impero ottomano e non certo aiutata a rimarginarsi dall’operato degli anglo-francesi tra gli anni ’10 e gli anni ’40 del secolo scorso. Ma non è questa la sede per discutere gli accordi Sykes-Picot del 1916 o la Dichiarazione di Balfour del 1917.

Dopo il ritrovamento dei tre giovani israeliani, il governo ha subito promosso una serie di iniziative militari ai danni dei terroristi palestinesi nella striscia di Gaza. Gli attivisti di Hamas e Al Fatah però non sono state le uniche vittime di questi attacchi: decine di famiglie di civili innocenti sono state danneggiate dai raid aerei israeliani e decine sono stati gli episodi di rappresaglia incontrollata da parte di coloni ebrei contro arabi palestinesi (si parla di almeno sei morti). In seguito all’omicidio di Mohammed mercoledì scorso, il premier israeliano Netanyahu, incontratosi con il padre del ragazzo ucciso per esprimere personali condoglianze, ha però cercato di frenare la collera del suo popolo, dichiarando che “Israele non fa differenza tra il terrorismo arabo e quello ebraico” e che gli assassini del sedicenne palestinese saranno presto processati secondo la legge.

Sull’ Internazionale di questa settimana sono apparsi due articoli scritti rispettivamente da una scrittrice di origini palestinesi e da una giornalista israeliana: due punti di vista completamente diversi, entrambi focalizzati sui torti e sulle ragioni del conflitto israelo-palestinese, conflitto che in questo caso potrebbe non essere la conseguenza principale dell’uccisione di giovani innocenti. Infatti, nonostante le ripercussioni degli omicidi sul rapporto tra i due popoli si stiano già palesando in questi giorni, questo trauma collettivo, almeno per quanto riguarda Israele,  potrebbe avere serie conseguenze soprattutto sul fronte interno.

L’uccisione dei tre ragazzi è stata per Israele una vera e propria tragedia nazionale: tutte le madri e tutti i padri del Paese, come si legge in un articolo di un giornalista israeliano pubblicato su The Guardian, si sono immedesimati nei genitori dei giovani uccisi, annoverando l’episodio nella storia delle persecuzioni contro gli ebrei, in questo caso ad opera dei palestinesi. L’odio che scorre fra i due popoli potrebbe però non essere, come detto, l’unico fattore ad essere messo in risalto dai fatti di sangue avvenuti recentemente. Le stesse madri e gli stessi padri che oggi partecipano con condivisione e solidarietà al lutto nazionale, nei giorni scorsi si saranno sicuramente posti delle domande circa l’operato del governo israeliano per proteggere i coloni che esso stesso spinge verso zone densamente abitate da palestinesi come Gaza e la Cisgiordania. Inoltre, come scritto dal giornalista Anshel Pfeffer sul quotidiano inglese, i sondaggi in Israele indicano una graduale diminuzione del sostegno popolare ai coloni: ciò non indica necessariamente un affievolimento dell’appoggio del Paese alla lotta per controllare i territori instabili, ma è comunque un fatto che riflette le perplessità che gli israeliani stessi nutrono verso il proprio governo.

Perché le autorità non fanno nulla per impedire che la vita dei giovani israeliani sia in pericolo? Perché i coloni israeliani devono rischiare la vita quotidianamente a cause delle mancate politiche di sicurezza del governo? Non è questa la sede per commentare (né tantomeno giudicare) l’operato del governo, ma prima o poi i cittadini israeliani, una volta esaurito il periodo di lutto nazionale per la morte dei ragazzi, si porranno queste domande senza dare la colpa solamente ai palestinesi.

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Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

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