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Riflessioni sparse sull’identità – Sconfinare Vintage

Pubblico ora un articolo che è uscito un anno fa sul cartaceo, al numero 23 per l’esattezza. Penso che abbia una sua attualità ancora oggi, nonostante i fatti di cronaca a cui si riferisce siano sicuramente datati: ma cambiate il riferimento al ‘Bianco Natale’ con la notizia recente di un sindaco del trevigiano che ha vietato alle maestre di un asilo di dare da mangiare ad una bambina di origine nigeriana perché i genitori non potevano pagare la retta. Oppure sostituite il riferimento a Rosarno con quanto succede ogni giorno nei nostri mari, con i respingimenti dei barconi di immigrati. In secondo luogo, penso che il tema dell’identità sia molto importante in particolare in questo 2011, in cui si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia. Cosa vuol dire essere italiani? Da cosa è data l’identità? Sono temi che molto spesso sono usati per puri scopi politici, che sia da parte della Lega o del Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano. Credo invece che una riflessione seria sull’identità, e una sua smitizzazione, sia importante per un’Italia che vuole essere Europea. Oggi più che mai.

Da un po’ di tempo, la questione “Identità” è in primo piano nel dibattito politico quotidiano. E’ di un mese fa la proposta del “Bianco Natale”, un Natale senza immigrati in un Paese della provincia di Vicenza. Ma gli esempi non mancano, da nord a sud. Vogliamo parlare di Rosarno? Sicuramente da noi l’Identità è spesso argomento di discussione per la presenza al governo della Lega, che dell’identità locale ha fatto il proprio cavallo di battaglia, ma credo che questo Nazionalismo sia dovuto a qualcosa di più che alle quotidiane beghe politiche. Tant’è che, prima di tutto, non è un sentimento diffuso solo in Italia, ma in tutto il resto d’Europa: i Paesi dell’est fanno impallidire e sembrare cosmopoliti noi Italiani, ma anche nella grande e civile Francia, Sarkò se n’è uscito con il richiamo a riscoprire le vere radici francesi, ed ha invitato il ministro per l’Immigrazione e l’Identità Nazionale (notare bene le due qualifiche associate al titolo, dicono già molto) Besson a riaprire il dibattito, a livello pubblico, su cosa voglia dire essere francesi.

Dibattito a cui tutti possono partecipare, ovviamente, tranne quelli che dovrebbero: sono decenni che psicologi e antropologi sono giunti alla conclusione che non esiste una vera identità. O meglio, non esiste una vera e propria identità condivisa, almeno al livello profondo. In altre parole, ognuno di noi ha una propria identità, cioè un suo modo di rispondere alla domanda:”Chi Sono Io?” Ma questa identità è costruita da tutte le esperienze individuali, non è imposta dall’alto. Certo, io sono italiano perché ho studiato Dante e mangio la pasta a mezzogiorno; ma se non mangiassi la pasta per allergia al glutine? E gli italiani, la maggior parte poi, che non hanno mai letto Dante? Un ebreo ateo, di origine russa ma che abita negli Stati Uniti? A tutto ciò, già abbastanza complicato, c’è da aggiungere il fatto ovvio che l’identità non è, in nessun caso, qualcosa di fisso e predeterminato, non è uno IUS SOLI, e men che meno sta in un abito, essendo in continua trasformazione. E’ lo sforzo che per i francesi va fatto ogni giorno: svegliarsi e sforzarsi di comportarsi da Francesi. Solo che, sinceramente, credo che ben pochi di noi abbiano il tempo e la voglia di concentrarsi per essere Italiani. O Francesi. Almeno non già di prima mattina. Già ci metto un po’ per svegliarmi, figurarsi se dovessi ricordarmi già da subito di farmi il caffè piuttosto che il tè, o ricordarmi che le salsicce prima delle 11 sono moralmente e legalmente vietate. Poi ovvio, possiamo parlare di ESPERIENZE condivise, e qui rientrano Dante e i mondiali del 2006. Ma l’identità è comunque qualcosa di enormemente stratificato, dubbio, incerto. E in trasformazione. E’ più francese un Musulmano, immigrato di terza generazione, che lavora nel porto di Marsiglia, o M.me Carlà, o anche Mr. Sarkozy (cognome ungherese)? Se non capiamo questo punto, l’identità diventa una questione di luoghi comuni, finta tradizione, e soprattutto Censo, classe sociale. Dire “sono italiano perchè sono antifascista” toglie di mezzo dall’identità italiana non solo quelli che antifascisti non sono, ma anche quelli che hanno altro a cui pensare.

Ecco perchè il dibattito sull’identità è fuori luogo: prima di tutto perchè non si può dire cosa vuol dire esser italiano, o meglio si può, ma rischiando di finire per rispondere, invece, dicendo cosa vuol dire essere Giovanni, Paolo o Francesco. In secondo luogo, perchè comunque a questo dibattito partecipano quasi esclusivamente quelli che ne hanno secondi fini: elettorali, di prestigio, ecc., e che per questi cavalcano determinati sentimenti di appartenenza. Non sentirete mai un antropologo parlare ai comizi della Lega; neanche a quelli della sinistra, se è per quello. Infine, spesso queste questioni sono montate ad arte per coprire peggiori problemi. Ma questo è da pagina 10 del Manuale del Buon Politico.

In fondo, però, oltre a tutto ciò, c’è da considerare il fatto sociale: le identità sono forti ora proprio perché sono deboli. Cioè, c’è insicurezza su “Chi Sono”, anche a livello individuale, e allora si cerca qualcosa di superiore, un collante sociale. E’ l’individuo in crisi del XXI secolo che chiede il nazionalismo. Così, la Francia di Sarkozy cerca di capire chi è Francese per togliere di mezzo quelli che “veri francesi” non sono. Magari riducendo a requisito per essere citoyen il censo, appunto. E qui arriviamo all’Italia, ad un altro caso piuttosto recente: quello dei crocifissi nelle scuole. Io personalmente sono cristiano, con i miei dubbi e le mie insicurezze, ma ritengo di esserlo. Però non mi fa particolare effetto che nelle scuole italiane tolgano il crocifisso. Se io credo, non ho bisogno del simbolo di quello in cui credo; se devo ricordarmi, appunto, ogni mattina di essere cattolico, c’è qualcosa che non va. Il fatto di riunirsi contro la corte europea a favore del crocifisso, oltre che ovvi significati politici, ha anche l’intenzione di coprire il vuoto che ci sentiamo dentro. Il crocifisso ci serve per ricordarci non chi siamo, ma chi DOVREMMO ESSERE. E soprattutto, ci serve ad escludere lo straniero, colui che non ha “identità cattolica”, come nel caso del Bianco Natale. Rifiutandoci di provare a comprendere che quello che oggi fa “Italiano” non è lo stesso del 1860, ma neanche del 1968.

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Sono uno studente del primo anno specialistica del SID, originario di Conegliano (TV). Mi sono laureato alla triennale, sempre al SID, con una tesi sul divieto internazionale di tortura nel contesto internazionale della tutela dei diritti dell'uomo. Ho trascorso un semestre abbondante in Erasmus a Vienna, esperienza che mi ha fatto maturare molto dal punto di vista accademico e umano, principalmente perché ho imparato a fare il risotto. Tennista fallito, scrivo e impagino per Sconfinare fin dal mio primo anno di università, che ormai comincia a risultare spaventosamente lontano. Mi piace molto leggere, e compro sempre molti più libri di quanti riesca effettivamente a leggere. Adoro viaggiare. Suono la chitarra, mangio e bevo.

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