King, cinquant’anni dopo

Martin Luther King (Source: Facebook / GeopoliticalCenter)

Una riflessione sull’eredità ideologica del Reverendo

Nel suo De Oratore, Cicerone sosteneva che “la Storia è maestra di vita”; certo non un’affermazione scontata, o di per sé inesatta. Ma chi la Storia la studia sa che essa può insegnarci a vivere solo quando è definitivamente entrata a far parte del passato; perché nel momento del suo svolgersi, mentre va sotto lo pseudonimo di cronaca, sovente la Storia non ci lascia lezioni da imparare, ma ironie da cogliere.

A guardarlo da fuori il Lorraine Motel di Memphis, Tennessee, non ha nulla da dire; due piani, le porte delle stanze color verde acqua ornate soltanto da qualche numero in ottone, le vetrate coperte da tende che paiono fatte di carta. Sembra solo uno dei tanti squallidi motel a bordo strada che, ci ha insegnato la cinematografia d’oltreoceano, accolgono ad un prezzo di favore prostitute e banditi, quasi che le loro fatiscenti insegne al neon fossero fari messi lì a segnalare una zona franca, un porto sicuro al riparo dalla burrasca delle ipocrisie e delle brutture di un mondo che da nuovo s’è fatto vecchio in fretta.

La bocca disegna così un ghigno amaro quando si pensa che in un luogo simile abbia trovato la morte Martin Luther King Jr., il volto della lotta per i diritti civili negli USA di Jim Crow, uomo di fede e figura di inarrivabile statura morale. Certo la sua era una fine annunciata: l’America di quegli anni aveva il grilletto facile, e da par suo Mr. King non le mandava a dire. Ma, l’abbiamo detto, la Storia ha un suo -spesso macabro- senso dell’umorismo: e dunque, invece di spirare tra le braccia di uno dei suoi fedelissimi, centrato dai colpi di un misterioso cospiratore dopo l’ennesimo sermone da folla oceanica, il Reverendo dovette accontentarsi di farsi ammazzare sul balcone della camera 306 di quel Lorraine Motel, abbattuto da un furfante improvvisatosi cecchino; era il 4 aprile del 1968.

Il Lorraine Motel, oggi convertito a Museo nazionale sui diritti civili (Source: Wikipedia)

A cinquant’anni da quel tragico momento, qual è la posizione del kingismo (se di kingismo si può parlare) nella galassia del pensiero e dell’attivismo politico afroamericano? Per comprenderlo, è forse opportuno domandarsi dapprima in che ottica si guardi oggi al dottor King e al suo operato. È indubbio che egli sia divenuto, nel corso degli anni, una figura iconica nel panorama storico-culturale statunitense e non solo: le sue parole potenti, una personalità atipicamente avvezza ai riflettori e l’aura di bontà che lo ha circondato fino alla prematura dipartita ne hanno fatto l’oggetto di un culto al limite del messianico, dotato -come del resto l’uomo che ne è al centro- del non indifferente pregio di attraversare le linee di divisione razziale che da sempre solcano la quotidianità dell’America, in favore di una visione universale e universalista di una realtà certo sgradevole anche per la sua intrinseca complessità.

Va però detto che l’ascesa di King a vera e propria leggenda ha finito per ingigantire la dimensione individuale della sua esperienza, la persona, a scapito di una filosofia articolata e alle volte sorprendente, in certi aspetti vicina alle posizioni tanto della sinistra sessantottina a stelle e strisce quanto di quella contemporanea, seppur fuori dal mainstream. Il religioso non nascose mai il suo sdegno per le condizioni di forte svantaggio economico sperimentate da larga parte della comunità nera, né tantomeno la sua ferma opposizione ad una guerra, quella in Vietnam, che considerava alla stregua di una conquista coloniale; si diceva a favore del controllo delle nascite (al punto da venir premiato dalla controversa Planned Parenthood Foundation) e di un programma di riparazioni a beneficio dei negroes.

La vicinanza all’area ideologica della New Left degli Anni ’60 non deve però portare il lettore ad assumere che il Dottore goda di un riguardo esclusivamente positivo in certi ambienti della sinistra contemporanea, in particolare quella più radicale; al contrario, gli esponenti di punta di movimenti come Black Lives Matter sembrano preferirgli il coevo Malcolm X, assai più incisivo nelle sue istanze segregazioniste.

Malcolm X nel 1964 (Source: Wikipedia)

Differenti sono del resto tanto le origini quanto le problematiche da affrontare: se all’evangelico King spettò al tempo l’ingrato compito di mettere fine alla discriminazione istituzionalizzata degli afroamericani (soprattutto nella cabina elettorale), gli attivisti dei giorni nostri, figli della corrente intersezionalista sviluppatasi in seno al Partito Democratico tra gli Anni ’70 e gli Anni ’80, guardano alla brutalità poliziesca e alla disuguaglianza economica come ai veri flagelli del nero d’oggi, inserendo il tutto in un più ampio quadro marcatamente filo-socialista e anticapitalista.

Ciò detto, non può comunque sfuggire la presenza di diversi punti di contatto tra due dimensioni che, ad uno sguardo più attento, paiono separate soltanto da un sottile velo di retorica: più moderata quella di King, più aggressiva quella dei vari McKesson. Non sembra allora così azzardato postulare che sia proprio il Dottore, in apparenza decaduto nei circoli dell’attivismo radicale di oggi, il padre spirituale delle correnti di pensiero che li animano.

La conclusione che si può trarre da questa analisi, in definitiva, è che se quella di King è una immagine nel complesso consolidata, il suo bagaglio ideologico rimane ad oggi cosa controversa, spesso distante da dibattiti che, si è detto, tendono sovente a concentrarsi più su King stesso. Laddove se ne discute, però, il kingismo dà segno di essere sopravvissuto quasi intatto alla prova del tempo, anche coi riflettori spenti. E va bene così: perché, ci permettiamo di dire, uomini come Martin Luther King, assassinato il 4 aprile del 1968 al Lorraine Motel di Memphis, Tennessee, di riflettori non hanno bisogno.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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