Kirghizistan: fra rivoluzione e stabilizzazione

La situazione politica del Kirghizistan a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’ottenimento dell’indipendenza non era molto diversa da quella degli altri paesi dell’Asia Centrale: una classe dirigente riciclata dalla vecchia intelligencija sovietica, un sistema presidenziale dal carattere autoritario e ampi problemi di corruzione.

Askar Akayev, il presidente del neonato Kirghizistan, non era un’eccezione. Esponente dell’ex PCUS, Akayev manterrà la carica di presidente fino al 2005, anno in cui verrà costretto a fuggire in Russia dalla cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani o Prima Rivoluzione del Kirghizistan. Ciò che accadde fu il frutto di una sempre maggiore insofferenza della popolazione nei confronti di un regime autoritario, imperituro, accusato di corruzione e di brogli elettorali. Il 2005 fu infatti l’anno delle elezioni legislative per il rinnovo del parlamento. Perciò, la scontata vittoria del blocco politico referente a Akayev (nel quale oltretutto di inserirono i figli del presidente stesso) fece scoppiare una serie di poderose proteste nel paese, amplificate dall’opposizione, che portarono alla fuga di colui che per circa quindici anni aveva guidato il Kirghizistan.

Le successive elezioni presidenziali, tenute nello stesso 2005, consegnarono la guida del paese a Kurmanbek Bakiyev, una delle principali figure di riferimento per l’opposizione anti-Akayev, guida della rivoluzione e, nonostante fosse stato collaboratore di Akayev e primo ministro sotto la sua presidenza dal 2000 al 2002, uomo in cui il Kirghizistan riponeva gran parte delle proprie speranze per una normalizzazione e una moralizzazione della vita pubblica, una riforma per trasformare la repubblica in senso parlamentare e la fine di ogni autoritarismo.

Askar Akayev, ex presidente kirghiso

Inutile dire che queste aspettative verranno in gran parte deluse. Dei veri cambiamenti stentavano a esserci, mentre il costo della vita cresceva e Bakiyev veniva riconfermato presidente alle elezioni del 2009,  in un contesto estremamente controverso, caratterizzato dal ritiro, nel giorno stesso delle elezioni, di due candidati dell’opposizione che, insieme all’OSCE, accusavano irregolarità nel processo elettorale.

Nel 2010 queste tensioni accumulate esplosero in proteste molto più violente di quelle del 2005, seguite da gravi violenze interetniche fra la componente uzbeka e quella kirghiza nel sud-ovest del paese, portando infine alla fuga di Bakiyev in Bielorussia. Il leader della Rivoluzione dei Tulipani del 2005 fu perciò sostituito da Roza Otunbayeva, leader delle proteste del 2010, in un governo il cui compito principale era quello di guidare la fase di transizione.

Kurmanbek Bakiyev, presidente fino al 2010

Poco dopo il suo insediamento, infatti, si tenne un importante referendum che trasformò il paese in senso parlamentare, aumentando i poteri del primo ministro e dello Zhogorku Kenesh, il nuovo parlamento kirghiso composto da una sola camera di 120 seggi, a scapito di quelli del presidente. Le elezioni dello stesso anno diedero tuttavia un risultato controverso, premiando il partito Ata-Zhurt con 28 seggi (circa il 15,5% dei voti), fautore di un ritorno di Bakiyev, seguito a poca distanza con 26 seggi (circa il 14,2% dei voti) dal Partito Socialdemocratico.

Il risultato costrinse a dare vita a una quanto mai innaturale coalizione fra Ata-Zhurt, pro-Bakiyev, e il PSD, anti-Bakiyev, che governò il paese per i primi tempi dopo gli eventi del 2010. L’elezione di Almazbek Atambayev, esponente del Partito Socialdemocratico – nonché da poco cantautore – a presidente della Repubblica nel 2011 (con ben il 63% dei voti) testimonia altresì la crescita del PSD.

Almazbek Atambayev, attuale presidente kirghiso

La vita politica kirghisa attuale é caratterizzata perciò da un contrasto fra i due principali partiti, Ata-Zhurt, passato all’opposizione con lo sfaldarsi della coalizione con il PSD, e, appunto, il Partito Socialdemocratico, attorno ai quali ruotano gli altri partiti di importanza minore, ma per niente trascurabile, in coalizioni guidate dai due principali attori della vita politica kirghisa.

Le elezioni per il rinnovo del parlamento nel 2015 hanno visto una poderosa crescita del PSD, che ha guadagnato ben 38 seggi (27% dei voti), dieci in più rispetto al 2010, e un risultato deludente per Ata-Zhurt. La coalizione Ata-Zhurt – Respublika ha infatti ottenuto appena 28 seggi, attestandosi a un misero 20%. Un risultato irrisorio se confrontato con quelli che i due partiti avevano ottenuto singolarmente nel 2010 (Ata-Zhurt, ricordiamo, 28 seggi con il 15,5% dei voti e Respublika con 23 seggi e circa il 12,5%). Attualmente il governo è guidato da una coalizione fra il PSD, il Partito del Kirghizistan e Bir Bol. A misurare ulteriormente la crescita del PSD vi saranno le elezioni presidenziali da tenersi nel novembre 2017, alle quali l’uscente Atambayev, secondo quanto stabilito dalla costituzione, non potrà ripresentarsi.

In ogni caso, sembra che la situazione kirghisa abbia trovato una rapida stabilizzazione dopo il 2010. E così, un paese che fa da cerniera fra la Cina e l’Asia Centrale, posto in prossimità di tradizionali zone di tensione, come l’Afghanistan, e dal 2015 membro dell’Unione Economica Eurasiatica, porta, seppur fra mille contraddizioni, un primo esperimento di liberalizzazione e pacificazione nell’area.

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