L’ inizio del declino di Erdogan

Potrà mai l’AKP spodestare il “divino” Ataturk?

Il 2012 si apre con nuovi interrogativi sul futuro della Turchia.

Il 6 gennaio viene arrestato Ilker Basbug, ex Capo di Stato Maggiore, con l’accusa di guidare il presunto gruppo terroristico kemalista Ergenekon. È la prima volta nella storia della Turchia che accade una cosa del genere: l’esercito è sempre stato il guardiano della laicità dello stato, governando il paese a fasi alterne dal 1960 al 2002. Secondo analisti di Goldman Sachs la progressiva diminuzione del potere dell’esercito negli ultimi anni è un passo avanti verso il consolidamento della società civile, e perciò fondamentale per rafforzare la democrazia. D’altra parte, però, fu proprio l’idolo dei militari, Mustafa Kemal Ataturk, a trasformare il califfato in una democrazia laica, mentre l’attuale primo ministro Erdogan ha cercato di modificare la Costituzione per orientare lo stato verso un modello teocratico . Il premier si distacca dall’occidentalismo di Kemal  anche in politica estera: rapporti stridenti con Israele e Stati Uniti e allontanamento dall’obiettivo di entrare in Unione Europea, tanto da considerarla ormai “una versione glamour di Disneyland”.

Dal 2012 inoltre la solennità nazionale del 19 maggio, in cui si celebra la gioventù e il ricordo di Ataturk, potrà essere celebrata pubblicamente solo ad Ankara e nelle scuole, non nelle altre città.

Ci si può perciò chiedere come può la popolazione continuare a sostenere un presidente del Consiglio che va contro i principi dell’ eroe nazionale, venerato come un dio, le offese al cui nome costituiscono tuttora reato. Innanzitutto bisogna considerare che Erdogan  ha portato la Turchia ad avere, almeno nel 2010, il terzo tasso di crescita più alto al mondo dopo Cina e Singapore, sollevando un paese in cui, nel 2002, l’inflazione aveva raggiunto il 45% mentre il 50% della spesa pubblica serviva a pagare gli interessi del debito estero. Inoltre ha fatto sì che Ankara acquistasse sempre più importanza strategica nel Medio Oriente, tanto che il premier è considerato da molte popolazioni arabe un leader da cui prendere esempio.

Eppure il malcontento comincia a farsi sentire, l’effetto“panem et circenses” della crescita economica lascia spazio a preoccupazioni riguardo alla perdita di laicità e alle misure poco democratiche che il governo utilizza nei confronti di dissidenti e ultimamente dei militari. L’unico problema è che, almeno fin’ora, non si prospetta un’alternativa concreta a meno che i kemalisti del CHP e la sinistra radicale del partito MHP non si coalizzino, sempre che i militari non organizzino un nuovo colpo di stato, che non farebbe altro che riportare la Turchia verso la fragilità e la debolezza del cinquantennio passato.

Sta di fatto che Erdogan sta lentamente perdendo consensi, e potrebbe subire una sconfitta clamorosa se continua a voler spodestare il Padre dei Turchi dal trono.

 

 

 

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