La Bottega del Caffè al Teatro Verdi

Di Federica Del Medico & Ludovico Mazzocco

La Venezia goldoniana ha rivisto la luce al Teatro Verdi di Gorizia martedì 31 gennaio grazie alla regia di Mauro Scaparro che, con la sua compagnia teatrale, ha portato in scena La bottega del Caffè del celebre commediografo veneziano.
La vicenda ha luogo durante un giorno del Carnevale in una piazza di Venezia nella quale sono ubicate il salone del barbiere, la bisca gestita da Pandolfo e la bottega del caffè di proprietà di Ridolfo, il quale cerca di distogliere Eugenio – mercante di stoffe nonché figlio del suo vecchio padrone a cui è ancora molto affezionato – dallo spendere ogni suo risparmio nel gioco d’azzardo praticato nella bisca assieme a Flaminio, giovane piemontese che finge di essere nobile e risponde al nome di “conte Leandro” di cui la ballerina Lisaura è perdutamente innamorata. Mentre Eugenio si indebita al gioco impegnando gli orecchini della moglie Vittoria e Ridolfo cerca di aiutarlo a recuperare del denaro vendendo alcune stoffe, Don Marzio, aristocratico napoletano caduto in disgrazia, pur non avendone la certezza, racconta pubblicamente che la ballerina Lisaura è in realtà una donna di facili costumi e frequenta sia il conte Leandro sia il giovane Eugenio. Arrivata a Venezia nelle vesti di una pellegrina Placida, moglie del conte Leandro di cui è in cerca, ella riceve l’aiuto di Eugenio nel trovare una sistemazione per la notte, aiuto maliziosamente interpretato da Don Marzio il quale, spettegolando con Vittoria, la moglie di Eugenio, insinua una presunta relazione fra la pellegrina e quest’ultimo. Successivamente Vittoria, pur avendo scoperto il tradimento del marito e il pegno degli orecchini, lo perdona mentre Lisaura comprende che il conte Leandro è in realtà sposato con Placida e non
ha titoli nobiliari. La commedia si conclude con la riconciliazione delle due moglie con i rispettivi mariti e la definitiva diffamazione di Don Marzio che solo abbandona la città.

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Degna di nota è sicuramente la caratterizzazione psicologica di Don Marzio: egli infatti incarna la nobiltà settecentesca in declino che dall’alto del proprio scranno è costretta a cedere il passo alla borghesia, nuova classe sociale in ascesa. Ciò che connota maggiormente l’anziano aristocratico è sicuramente la solitudine, che lo induce a malignare senza indugio di chiunque e con qualsiasi persona incontri senza essere conscio del male che procura a chi lo circonda. Egli infatti, pur volendo rendersi accattivante e affabile a tutti, insinua e alimenta falsità circa gli altri personaggi finendo, paradossalmente, per isolarsi da ognuno a causa della sua necessità di parlare male di chiunque.
Carlo Goldoni pertanto esplora i lati più nascosti di due classi sociali ben diverse fra di loro: da un lato la nobiltà in decadenza – che lentamente comprende di aver perso parte dei suoi privilegi ma continua a rimanere ancorata ai propri antichi valori e ideali – dall’altro la borghesia settecentesca in ascesa che, grazie alla scaltrezza e all’ingegno, si impone nella nuova realtà sociale come protagonista. Vittoriosa all’interno della comunità risulta dunque questo secondo ceto, rappresentato da Ridolfo, il proprietario della bottega del caffè, personaggio positivo sotto qualsiasi punto di vista in quanto dotato di alti valori etico-morali. Infine, come prevede la tradizione, è l’Amore a trionfare sul Bene e sul Male: Placida e Vittoria perdonano infatti i rispettivi mariti, Flaminio ed Eugenio, nonostante i tradimenti e i torti subiti per mano di questi ultimi nel corso della vicenda, riuscendo così ad evitare che le infamie prodotte dai pettegolezzi del becero Don Marzio prevalgano su un sentimento così nobile e potente quale l’Amore.

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