La gogna del Leviatano ed altre (brutte) storie: per la Bosnia un giudizio senza soluzione

Novembre 1984 – Foto segnaletiche di Radovan Karadžić
Novembre 1984 – Foto segnaletiche di Radovan Karadžić

Il verdetto è giunto. La lenta giustizia internazionale può tirare un sospiro di sollievo, perché dopo venti lunghi anni un traguardo è riuscita a raggiungerlo: Radovan Karadžić, 70 anni, ex Presidente della Republika Srpska di Bosnia, è stato giudicato colpevole di dieci degli undici capi di imputazione a lui ascritti presso il Tribunale penale internazionale dell’Aia.

Tra le accuse, due per genocidio e cinque per crimini contro l’umanità. Tuttavia, il collegio dei giudici ne ha decretato la «non responsabilità» per il primo dei due capi d’accusa di genocidio a suo carico: il presidente O-Gon Kwon e il resto della camera non hanno potuto, sulla base delle prove presentate, identificare un’intenzione reale di sterminio da parte dell’accusato per quanto concerneva i crimini compiuti nelle località bosniache di Ključ, Sanski Most, Prijedor, Vlasenica, Foča, Zvornik e Bratunac.

La condanna a 40 anni in carcere, decretata dal TPI ed espressa in primo grado, è calata come una doccia fredda, ghiacciata, antartica, non solo sull’imputato, che ricorrerà in appello, o sulle vittime insoddisfatte, che prospettavano un giusto ergastolo, ma anche sulla popolazione serba, che il 24 Marzo 2016 commemorava l’anniversario dell’inizio della stagione dei bombardamenti NATO nel 1999. Intuitivamente, potremmo dunque dedurre, il diritto internazionale la sa veramente lunga sullo scambiare il sano tempismo con il caro e becero opportunismo.

Tweet di Lily Lynch, capo-redattore del “Balkanist”

Per almeno le prossime due settimane, la condanna di Karadžić sarà la scusa per scontri patriottici, liste di buoni e di cattivi: si ricorderanno le vittime, si parlerà invano di “giustizia” e ognuno rivangherà i crimini degli altri e cercherà di giustificare i propri.

Tuttavia, il 24 Marzo 2016 è, contrariamente alla propensione ultra-nazionalista serba, un giorno migliore di altri per l’umanità: un uomo, mandante di efferati massacri, è stato condannato. Certamente un esito potenzialmente migliore sarebbe risultato da una condanna anche per gli altri criminali di guerra che presero parte in modo più o meno attivo al conflitto, ma se fossi in voi ben pensanti, non pretenderei troppo: i tempi per i processi sono già di per sé biblici, il copione mondiale è già stato scritto e, come avrete potuto notare, sommando tutto ciò alle rincorse internazionali per acchiappare gli accusati, tanto vale accontentarsi di quello che arriva di volta in volta. E questa volta, il colpo è grosso.

Karadžić con e senza travestimento

Dopo una latitanza di 12 anni grazie a colpevoli connivenze non solo serbe, Karadžić, mandante del massacro di Srebrenica e dell’assedio di Sarajevo, è stato arrestato a Belgrado nel 2008. Secondo alcune indiscrezioni non ufficiali, Karadžić avrebbe trascorso il suo primo anno di clandestinità in Bosnia-Erzegovina, più precisamente nella zona di Foča, e si sarebbe inoltre rifugiato per qualche tempo anche in una base militare a Han Pijesak, nella municipalità di Sarajevo.

La sua, ammettiamolo, è stata una caccia all’uomo ben orchestrata e che potrebbe diventare fruibile per un’accattivante sceneggiatura hollywoodiana. Rubati i documenti identificativi di un muratore in pensione, tale Dragan Dabić, il quale non seppe del furto d’identità fino al momento in cui, dopo la cattura di  Karadžić, la polizia locale gli si presentò alla porta di casa per registrare la sua dichiarazione, Karadžić iniziò una nuova vita, prima in sordina e poi sotto le luci di una piccola ribalta borghese in quel di Belgrado.

Sulla sua testa, dal 2001, pendeva una taglia degna del americanissimo Far West: 5 milioni di bigliettoni che parvero fare gola a più di qualcuno. Alcuni dichiaravano di averlo visto tra i monaci di Ostrog o del Monte Athos; altri erano certi di averlo incrociato in Montenegro e in Russia, ma anche  in Bielorussia, nella Repubblica Ceca o in Grecia. Altri ancora giuravano sulla propria madre che Rado, così lo si chiamava affettuosamente, doveva essere in Serbia, perché “il ladro non si cerca mai a casa propria” e Karadžić non aveva mai smesso di essere amato e sostenuto da certi connazionali. Presumibilmente, dunque, avrebbe poi vissuto per almeno due anni a Novi Sad, per trasferirsi infine a Belgrado.

Occhialuto, con capelli e barba lunghi, nessuno lo avrebbe potuto riconoscere nei panni del dottor Dragan David Dabić, specialista in medicina alternativa ed omeopatia: una sottospecie di Osho balcanico con la pancia molle e il modo di fare gioviale. Dopo aver rispolverato i rudimenti di psichiatria, nella quale si era laureato in tempi non sospetti, Karadžić era divenuto un membro rispettato della comunità, con un seguito fortemente ispirato dai suoi insegnamenti per una vita serena. Era divenuto un personaggio pubblico con una rubrica in una rivista di successo, conferenze tenute per tutto il territorio e contatti telefonici e e-mail disponibili su larga scala: viaggiava frequentemente e pareva non avere alcunché da nascondere.

A fine Giugno 2008 venne localizzato: osservato per circa un mese, si giunse alla notifica di arresto il 21 Luglio. Era stato preso dall’Agenzia di Sicurezza sul Bus 73, che da Nuova Belgrado va a Batajnica. Giunto quasi alla fine del tragitto, lo avevano bruscamente prelevato, bendato e trasportato in prigione. Si dice non abbia opposto resistenza, nonostante i tentativi di mantenere la copertura presentandosi fino all’ultimo come Dabić: la faccia di bronzo dovette sciogliersi dinanzi ad un giudice incaricato dell’indagine.

Credeva di essere protetto, avrebbe fatto intendere Karadžić: parlava di un presunto accordo verbale fra lui e Holbrooke (sì, “Quello di Dayton, OH”) che, ipoteticamente, gli avrebbe concesso la libertà, a patto del suo ritiro dalla vita politica e pubblica, cosa che accadde il 30 Giugno 1996 con il trasferimento del potere all’allora vice-presidente della Republika Srpska Biljana Plavsić. Naturalmente Holbrooke ha da quel momento negato di aver promesso qualunque tipo di garanzia di tutela a Karadžić: i panni puliti dei risolutori del conflitto bosniaco non potevano né possono mescolarsi a quelli sporchi del macellaio di Srebrenica che, per tutta la sua carriera politica, non aveva e ha fatto altro che accarezzare il sogno della Grande Serbia e distruggere vite di migliaia di persone.

Il 6 aprile del 1992 i serbi, guidati da Karadžić, diedero il via all’assedio di Sarajevo durato fino al 95. Bombardamenti contro civili, massacri, distruzione e terrore: un assedio che fece oltre diecimila vittime. In aggiunta a ciò, fu anche una figura chiave per il massacro di Srebrenica nel Luglio 1995: 4 mesi prima, avrebbero accertato i giudici, Karadžić aveva dato l’ordine, in quanto capo supremo delle forze armate, di conquistare Srebrenica. Per quanto concerne Srebrenica, parrebbe opportuno fermarsi un attimo e riflettere sulle circostanze che hanno portato a tale massacro e la rete di colpe ben più fitta delle apparenze.

Il 1 Ottobre 2013, a Little Rock, Arkansas, l’ex presidente Bill Clinton si incontrò con gli ex membri della sua amministrazione presso la William J. Clinton Presidential Library al fine di discutere di come la leadership politica e l’intelligence avessero contribuito nel porre fine alla guerra in Bosnia del 1992-1995. E no, non stavano scherzando. La notizia, tuttavia, non era questa. Il simposio, dall’altisonante titolo “La Bosnia, l’intelligence e la presidenza Clinton“, celebrò anche il rilascio da parte della CIA di 341 documenti declassificati relativi alla guerra: una collezione ghiotta, che lucidava le scarpe alla CIA, ma che, sfortunatamente, infangava quelle di grandi Stati quali la Gran Bretagna, la Francia e, soprattutto, gli Stati Uniti. Il tutto, se vogliamo, è stato variamente condito da alcune inchieste poste in atto dal “The Observer” e il “The Guardian” negli anni a seguire.

Ratko Mladic (primo da sin.) e Sefer Halilovic (terzo da sin.) durante la firma dell’Owen-Stoltenberg

Nell’Aprile 1993, Ratko Mladić, capo di stato maggiore dell’esercito della Repubblica  Serba di Bosnia firmò con Sefer Halilović, generale e ufficiale comandante dell’Esercito della Bosnia-Erzegovina, un piano delle Nazioni Unite per la demilitarizzazione di Srebrenica, onde evitare le rappresaglie perpetrate contro i serbi attorno all’enclave di Srebrenica e contro i bosgnacchi delle enclave. Già nel 1992 era stato proposto un piano che potesse accontentare le parti: si trattava del Carrington-Cutileiro, che dopo essere stato revisionato secondo una mappa fornita dalle parti interessate, venne firmato dall’allora presidente della Bosnia-Erzegovina, Alija Izetbegović, da Radovan Karadžić per i serbi, e da Mate Boban per i croati. Tuttavia, dieci giorni dopo la firma, Izetbegović, personaggio dal difficile inquadramento, ritirò la propria firma, forse persuaso dall’incontro proprio lo stesso giorno con l’ambasciatore UN in Jugoslavia, Warren Zimmermann.

Nel 1993, prima che Halilović e Mladić si trovassero sulla HMS Invincible a discutere dell’Accordo  Owen-Stoltenberg, l’inviato speciale UN Vance e Lord Owen proposero di cercare diplomaticamente la pace tra le parti. Tuttavia, nonostante la firma a favore del piano da loro proposto, la popolazione bosniaco lo rigettò al 96% mediante referendum e Vance dovette dare le dimissioni, venendo sostituito dal norvegese Thorvald Stoltenberg. L’accordo Vance-Owen, a differenza dell’Owen-Stoltenberg, pareva uno schizzo insicuro su un foglio stropicciato in cui la Bosnia veniva divisa in una decina di imprecisi cantoni: l’accordo voluto da Stoltenberg, invece, era assai interessante, trattandosi di una proposta confederativa, con la divisione della Bosnia in tre mini-Stati in percentuali del 52%, 30% e 18%, a favore dei serbi. Il piano, nonostante l’iniziale predisposizione propositiva, venne rigettato da Izetbegović, probabilmente a seguito di un confronto con l’amministrazione Clinton, contraria alla proposta.

Nel Settembre 1993, Hakija Meholijć, allora capo della polizia di Srebrenica, fu invitato all’Holiday Inn di Sarajevo. Ad accompagnarlo vi era un gruppo di concittadini: la chiamata era arrivata dal Presidente in persona, Alija Izetbegović e, a motivo di ciò, la delegazione percepì sin da subito la gravità e l’importanza di tale incontro: le alte sfere stavano discutendo da tempo di un piano di pace per la Bosnia-Erzegovina e vi era la concreta speranza di essere riusciti ad ottenere una soluzione all’orrore subito da entrambe le parti.

Dopo i saluti iniziali, Izetbegović esordì con un “Cosa ne pensate dello scambio di Srebrenica per Vogosca?”, a cui seguì un silenzio denso, rotto solo dalla risposta di Meholijć, il quale disse che la delegazione non possedeva alcun mandato da parte dei cittadini per eseguire uno scambio di territori. La discussione, appena all’inizio, si trovò arenata. Ognuno andò per la propria strada: chi con il peso nel cuore per non aver potuto fare nulla; chi per non aver ottenuto quello che voleva con le buone. Alija Izetbegović voleva territori più ampi e meno frazionati: si sentiva un paladino della politica bosniaca e della religione musulmana. Non avrebbe mai voluto usare le cattive. Nel 2016, la metà para-liberale dei politici d’Europa lo avrebbe considerato un fondamentalista della peggior specie e un uomo deprecabile. Negli anni ’90, era ancora un semidio. La realtà, ad oggi, sta in un punto impreciso a metà tra i fatti e l’interpretazione di essi, e converrebbe a ogni lettore farsi un’idea propria, completando la propria opinione con letture e ricerche ulteriori.

Alija Izetbegović

Il concetto chiave dell’ideologia bosniaco-musulmana di Izetbegović era un ritorno al rigore e alla purezza dell’Islam, dal momento che l’identità bosniaca stessa dipendeva, ai suoi occhi, dall’aderenza alla religione musulmana. Tutta la sua produzione scritta, così come la sua politica, gravitarono attorno a tali principi: nel 1970, pubblicò “La Dichiarazione islamica“, poi ristampata nel 1990 con un sottotitolo enfatico, quale: “Un programma per l’islamizzazione dei musulmani e dei popoli musulmani” e dai toni deliziosamente estremisti, evinti da passaggi quali: “non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche“; “il movimento islamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico“. All’interno della Dichiarazione, inoltre, si auspicava un futuro con una “comunità islamica unita“, dal Marocco all’Indonesia, in cui, potenzialmente, anche i non-musulmani avessero dei diritti garantiti. In fin dei conti, caro Hollebecq, ci sei quasi andato vicino.

Ciononostante, è necessario ridimensionare la foga percepibile dalle righe precedenti: Izetbegović salutava con gioia i progressi della civiltà “euro-americana” e affermava che al posto di odiare l’Occidente, si sarebbe dovuta proclamare la cooperazione anziché il confronto: quello che definirei, dita premute sulla tastiera, un buon aggiustamento di tiro. Eppure, ai tempi andati, Izetbegović era comunque un sovversivo: contrario alla precedente rotta anti-nazionalista del comunismo titino e alle spinte nazionaliste delle singole popolazioni della multietnicissima Jugoslavia, proponeva una visione sorella di tanti pamphlet religiosi ispirati al Corano, ma che veniva percepita dai cittadini jugoslavi non bosniaci come un’influenza esogena, figlia dell’occupazione turca.

Il Partito dell’Azione Democratica (Stranka Demokratske Akcije, SDA), fondato da Izetbegović nel 1990, si fece cavaliere dell’ideologia del suo fondatore, portando a casa esiti alquanto inaspettati, soprattutto per quanto concerneva i rapporti con i Paesi arabi e musulmani e i cittadini da lì provenienti e trasferitisi in Bosnia durante e dopo la guerra: così come da citazione di Bellion-Jourdan, “La re-islamizzazione della Bosnia promossa dai vari ed eterogenei gruppi esterni produsse l’effetto inverso rispetto a quello del progetto panislamico originario, e le identificazioni all’Islam si diversificarono anziché convergere“. E così, le paure di oggi, sono forse nate ieri.

Il 1 Marzo 2002, Senad Pecanin, giornalista del settimanale “Dani”, intervistò Izetbegovic: alla domanda su quali fossero stati i maggiori amici della Bosnia durante la guerra, il vecchio Alija ricostruì un disegno piuttosto interessante con Stati Uniti e Iran rispettivamente ai primi posti per sostegno politico e sostegno materiale, seguiti poi da una varipinta carrelata composta da Arabia Saudita, Turchia, Germania e Malesia. Dunque, Izetbegovic, il presidente Clinton, gli uomini di Stato di Teheran, così come il re Fahd, il presidente Demirel, il cancelliere Kohl e il premier Mahatir, avrebbero potuto benissimo vedersi per un caffè (rigorosamente turco) in amicizia. Qui sulla Terra o su, nel Regno dei Cieli. Tutto in linea con le teorie complottiste (o forse no), che vorrebbero che Clinton, nel 1993, avesse promesso l’intervento NATO in Bosnia “solo” con il sacrificio di 5000 musulmani da parte di Izetbegovic.

Quanti Isacco ti ci sono voluti infine, caro Abramo, per ottenere i favori di Dio?

Manfred Eisele

Nell’aprile 1993, l’ONU, così come anche da dichiarazione del Generale UN NY Manfred Eisele, voleva neutralizzare militarmente le tre zone a maggioranza musulmana di Srebrenica, Zepa e Goradze. Alle forze bosniache sotto il comando del brigadiere generale Naser Orić era stato permesso di tenere le armi in posizioni all’interno della zona protetta, contrariamente alle condizioni stabilite nel patto col quale si conveniva il “cessate il fuoco” della zona protetta. Huso Sahilović, ex ufficiale dell’esercito bosniaco, dichiarò infatti che di tutte le armi in possesso dell’esercito all’interno dell’enclave, solo il 15-20 per cento (per la maggior parte di armi di bassa qualità) venne requisito. Inoltre, da fine 1994, avvennero varie consegne aeree top-secret, che così segrete proprio non erano. John Schindler, al tempo Capo analista in Bosnia per la NSA, l’agenzia statunitense di raccolta informazioni, fece più volte riferimento a tali consegne dichiarando che le uniche cose realmente segrete riguardanti esse fossero la loro provenienza e il loro reale contenuto. Mladić e Karadžić, dal canto loro, le denunciarono all’UNPROFOR: tuttavia sullo spazio aereo vigeva lo stretto controllo della NATO e non si fece nulla per interrompere il flusso delle consegne verso l’enclave.

Naser Orić

Orić, il cosiddetto, “Che Guevara di Srebrenica”, approfittò della situazione non solo per utilizzare gli aiuti umanitari ricevuti per istituire un mercato nero all’interno dell’enclave, ma anche per condurre attacchi notturni di pulizia etnica contro villaggi serbi nei dintorni. Il caso più clamoroso fu quello di Kravica, attaccato nella notte del Natale Ortodosso del 1993. Negando tale massacro per diverso tempo, Oric prese credito dell’atto compiuto durante il II anniversario di celebrazione per la formazione della Bosnian Army. A seguito di un’offensiva serba in risposta all’attacco di Kravica, la quale inaugurò una stagione di terrore che colmò con l’operazione Krivaja del 1995( e che, in base ai documenti declassificati nel 2013, era cosa ben conosciuta da vari Stati occidentali), l’ONU decise di incrementare la propria presenza nella città di Srebrenica e nelle zone limitrofe. Inoltre, con la risoluzione 836, venne dichiarato che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati garantiti all’occorrenza con l’uso della forza, utilizzando soldati della forza di protezione delle Nazioni Unite. Di seimila peacekeepers richiesti per la zona, ne vennero tuttavia inviati 450, muniti di armi leggere e inadatte alla difesa del territorio. Vi erano inoltre 4 carri armati e 400 uomini di Mladić, come posti da Karadžić, in aggiunta a circa 1600 locali armati, i quali si contrapponevano ai 5500 di Orić.

Nell’Aprile del 1995, Orić e 12 dei suoi comandanti vennero richiamati dall’SDA e si allontanarono da Srebrenica in elicottero, lasciando la città in balia del fato. Il 6 Luglio iniziò l’attacco a Srebrenica, con il 10 Luglio come giornata simbolica in cui le truppe di Orić, prive del loro comandante, rimasero per almeno dodici ore ad aspettare sulle colline un qualche comando di risposta contro i serbi. Nella notte, i capi bosniaci rimasti, decisero di abbandonare in toto la città.  Muhamed Filipović, ex ambasciatore di Bosnia ed Erzegovina in Inghilterra, sostenne sin da allora che vi fosse un accordo tra le due parti per garantire il fatto che non ci fosse resistenza alcuna. Il mattino dell’11 Luglio 1995, Mladić poté infatti entrare con la sua macchina in una Srebrenica deserta mentre ventimila, tra donne, bambini e anziani, si rifugiarono nella base ONU a nord della città. Mladić desiderava a tutti i costi trovare le milizie di Orić e, a motivo di ciò, chiese un incontro la sera stessa con i peacekeepers per localizzare le milizie rimanenti. In giornata, come preludio dell’incontro serale, si presentò e diede caramelle ai bambini. Le riprese in mano a telecamere spente, con un fare grottesco.

Nesib Mandzić, insegnante, fu chiamato la sera per affiancare i peacekeepers nel negoziato. In seguito sarebbe divenuto il sindaco di Srebrenica.

Cosa vuoi Nesib?“, esordì Mladić.

Intendi proprio io, personalmente?“, gli chiese Nesib.

No, non tu, ma la tua gente.”, gli rispose il serbo.

Voglio salvare la gente dalle sofferenze.“, riuscì a dire il bosgnacco.

Era quello che volevano i serbi nel ’92 e nel ’93. Per prima cosa, dovete posare le armi e io garantisco la vita di tutti quelli che lo faranno. Avete la mia parola, di uomo e di generale, che userò la mia influenza per aiutare la popolazione musulmana innocente, che non sarà bersaglio dell’esercito serbo. Nesib, il destino dei musulmani è nelle tue mani.”, concluse Mladić. Ricordava probabilmente tutti i soprusi che dal 1992 i serbi di Bosnia avevano dovuto subire e immaginava di ammazzare uno a uno quelli che per lui erano solo sporchi traditori della Jugoslavia. Uno ad uno.

Nesib, tuttavia, non poteva fare nulla: di 15.000 musulmani presenti nei dintorni dell’enclave, quasi nessuno voleva arrendersi. Temendo infatti la vendetta serba, decisero di scappare sulle montagne per dirigersi a Tuzla.

Una colonna di militari e civili si riversò sulle colline: nelle prime 48 ore morirono circa 2000; altri 5000 presumibilmente perirono nei successivi 5 giorni. Quello che il mondo oramai vuole chiamare genocidio, per i serbi e per molti altri è ancora considerato un massacro, frutto di una serie di crimini di guerra di larga scala, conseguenti una vera e propria operazione militare.

Secondo il Tribunale dell’Aia, la Serbia non fu responsabile di genocidio, dal momento che “non vi sono prove di un ordine inviato esplicitamente da Belgrado, né che l’intenzione di commettere atto di genocidio fosse stata portata all’attenzione delle autorità di Belgrado”. Tuttavia, venne riconosciuto che Karadžić e Mladić dipendessero da Belgrado, la quale forniva assistenza finanziaria e militare ed esercitava grande influenza sul leader politico serbo-bosniaco e sul capo militare. Izetbegović e Orić, nonostante fossero stati accusati dalla Repubblica Srpska di fronte al Tribunale dell’Aia per crimini che con molte probabilità avvennero negli anni precedenti e durante a guerra, vennero assolti. Nel 2003, con grandi funerali di Stato, Alija Izetbegović, se ne andò da questo mondo; Orić, nonostante il suo arresto in Svizzera nel Giugno 2015 sotto richiesta serba, è stato estradato in Bosnia-Erzegovina dove, dal Gennaio 2016, sta avendo luogo un processo per l’omicidio di tre prigionieri serbi, uccisi nei villaggi di Zalazje, Lolici e Kunjerac nel 1992. Il 31 Marzo 2016, il leader del Partito radicale serbo Vojislav Šešelj è stato assolto da tutti e nove i capi d’accusa a lui contestati: prima del 2014, anno in cui è dovuto tornare in Serbia per motivi di salute, aveva già trascorso undici anni nel carcere di Scheveningen.

Il 25 Marzo 2016, il Partito radicale serbo è sceso in piazza a Belgrado e il portavoce Šešelj ha guidato la marcia di protesta per la condanna di Karadžić fino al Parlamento: ha detto molte cose, troppe, a tratti avrebbe dovuto frenare la lingua nazionalista che si ritrova; eppure, fra tutte le frasi che da lui proferite, su una non si può fare altro che concordare

Il verdetto su Radovan Karadžić è un verdetto sul popolo serbo, sulla storia serba e la nazione serba.“.

Tweet del “Balkanist”, Ph. Lily Lynch

L’occidentale medio, infatti, per antonomasia, dimentica che la guerra da soli non è possibile farla: a questo gioco sanguinoso ci si può giocare minimo in due. Il problema del gioco, oltre che essere privo di regole, se non in casi empirici alla Sun Tzu, permette talvolta ad alcuni dei suoi partecipanti di ergersi ad arbitri. Un vizio peculiare, da scemi, ma tipico del diritto internazionale. Un vizio che, seduti al tavolo con i propri amici ed un bicchiere, può essere discusso con un sorrisetto compiaciuto, di chi ha scoperto l’acqua calda, ma che, se calato nella realtà, fa rabbrividire.

Inoltre, l’occidentale medio ha la pretesa di possedere non il metro di giudizio, ma anche di avere tra le mani quello che tra tutti i metri è il”più giusto”. “Giusto” in base a cosa, poi, nessuno lo sa: talvolta c’entrano i diritti umani, altre volte la coscienza civile, altre ancora l’anima religiosa.

E’ un guazzabuglio che si gloria di obiettività, quando la realtà è molto diversa da quel che appare agli occhi dell’occidentale medio: spezzando una lancia verso i complottisti del mondo, sarebbe lecito dire che viviamo in un epoca così influenzata e globalizzata, da renderci impossibile l’obiettività. I nostri standard di vita, benessere, società, vanno tutti pescati in un grande brodo che ci sforziamo di mangiare, perché sin da quando il moccio ci colava dal naso, ci hanno detto che quel brodo era il più buono di tutti. Questo stesso articolo, che tanto vorrebbe essere obiettivo, non può semplicemente esserlo: è frutto di molto più di un resoconto di fatti, poiché contempla anche riflessioni, eppure, per quanto si possa sforzare di essere completo e puntuale, sarà sempre approssimativo.

Quello che possiamo fare noi, che nel letame della guerra ci siamo forse entrati solo con un polpastrello, è fare congetture, cercare di capire. La comprensione, quella che tanti millantano di avere, non è un prodotto che ci spetta. Sarebbe come tentare di parlare d’aborto e di come ci si sente ad averlo vissuto ed essere un uomo celibe.

Talvolta dovremmo lasciare i giudizi tagliati con il coltello da prosciutto nelle osterie, e addentrarci nei fatti con uno spirito un poco più flessibile e che, soprattutto, ci eviti la magra figura di giudicare un popolo in base alla propria malata, folle e diabolica leadership.

Gioiamo oggi, perché sulla gogna c’è qualcuno che se lo merita, ma riflettiamo un’ultima volta: pensiamo veramente di avere domato il Caos?

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