La Grande Bellezza trionferà

– di Riccardo d’Orsi

Il vortice della mondanità goriziano, che nel mese di maggio ha toccato il proprio apice, e che ogni anno inghiotte noi siddini, offre spesso svago e garanzia di spensieratezza dopo una stancante giornata di studio. A fine serata si fa tuttavia prepotentemente spazio quella sensazione di amara quiete che l’indole umana ci ripropone: è allora che hanno inizio voli pindarici sul senso della vita e riaffiorano ricordi sfumati e scene grottesche, velate da una curiosa nebbiolina diafana, probabilmente dovuta ai postumi causati dai troppi bicchieri di drink casereccio, maldestramente improvvisati, che sicuramente avremo ingurgitato qualche ora prima. La cifra comune di tutte le congetture che accompagnano queste immagini è soltanto una: l’avvertenza del paradossismo della natura umana, che se da un lato si eleva grazie a ragione e arte, dall’altro necessita anche di sciorinare i propri istinti facendo propri comportamenti che sono alla stregua di quelli animali.

E’ proprio dopo essere arrivato a questa conclusione che mi è parso di rivivere le stesse fasi conoscitive e di giungere alle medesime conclusioni del protagonista de “La grande bellezza”, con la leggera differenza che Roma non è Gorizia e che io a Tony Servillo non ci somiglio molto. E’ per questo che ho deciso di scrivere questo articolo, un po’ perché come giustamente diceva Svevo, il processo di scrittura letteraria assurge a quella “pratica igienica” consentendo una catarsi ben accetta quando si tratta di rinfrescare la mente e pulire le coscienze, un po’ perché mi sembrava doveroso rendere omaggio alla pellicola che forse mi ha toccato più nell’intimo in occasione del mese del suo quarto anniversario.

Lo si ama o lo si odia, ma quel che è certo è che il capolavoro di Sorentino turba e scuote i sentimenti più profondi del nostro animo e porta inesorabilmente la nostra mente a domandarsi quale senso abbiano quelle scene apparentemente sospese nell’aria, ma che in realtà, nella loro sequenza, si incastrano alla perfezione restituendoci un perfetto mix di malinconico, nostalgico e amaro, che offre senz’altro tanti spunti di riflessione.

Partendo dal titolo, il regista rende sin da subito chiaro quello che sarà il baricentro attorno al quale ruoterà la trama, se la si può definire trama, onde come dichiara Sorrentino stesso “tutti i film non dovrebbero avere trama”. Si tratta della  ricerca della bellezza. Ma che cos’è la bellezza? Definire questo termine è labor assai arduo, visto che si tratta di una categoria generica che ne contiene molte altre. Si può trovare bellezza in generi esorcizzati dalla società, o comunque non convenzionalmente accettati dal parvenu odierno, come in quello del grottesco, dell’osceno o dell’erotismo non razzistico che menzionava Pasolini intervistato da Biagi: non esistono oggetti belli di per sé, ma è l’uomo ad attribuire tale caratteristica a realtà frammentarie del mondo che lo circonda; lo dice Kant ne “La critica del giudizio”, lo sostiene Hume nel suo celebre aforisma “La bellezza delle cose sta nella mente di chi le osserva” e, soprattutto, è uno concetto che  traduce Louis-Ferdinand Céline nel suo primo romanzo “Viaggio al termine della notte” del quale, non a caso, una citazione è riportata al termine dei titoli di testa. Il film cerca dunque di cogliere questi spiragli e, in quest’ottica, non poteva esserci una miglior scenografia di Roma, città recuperata dall’abbondante produzione filmografia felliniana, che di bagliori e scorci suggestivi è ricca, sia di quelli più “convenzionali”, palesati dalla maestosa architettura della città eterna che storicamente è forse quella che più si è trovata immersa nell’avanguardismo artistico e culturale, sia di quelli più intimi e dimessi, rintracciabili in luoghi o scene inconsuete, curiose, genuine.

La grande bellezza, insomma, tacita o manifesta, pervade l’intera pellicola e scorre al di sotto della superficie come falde acquifere di un paesaggio carsico che appare arido e sterile, ma che in realtà ha qualcosa in più da dire; la si trova nei voli degli uccelli, nel cielo terso di Roma, nei fenicotteri rosa che si riposano sul terrazzo lato Colosseo del protagonista o nell’architettura barocca, che offre una magnifica scenografia alle sue passeggiate; ma soprattutto la troviamo nelle azioni e nei sentimenti umani, non quelli falsati di una società borghese radical chic ormai in declino, ma nella spontaneità delle risate di alcune educande, che dal cancello del loro convento fissano la scena caricaturale di un maggiordomo filippino che trascina al guinzaglio un cagnolino che si ostina a resistere, nei due giovani che “si sono conosciuti dieci giorni fa all’università” e “ sono dieci giorni che si baciano ininterrottamente senza mai fermarsi”, ma soprattutto nello splendido sguardo di una giovane ragazza che indietreggia.

Queste realtà frammentarie sono sapientemente distribuite nel corso di tutto il film, in cui appare ben più evidente un’altra realtà: quella dei teatrini onirici di feste, cene, salotti e incontri. Il capolavoro di Sorrentino ci offre dunque un affresco crudo e spiazzante di una società romana costantemente in declino.

Facilmente si può giungere quindi alla conclusione che ritratti di un film sulla decadenza, ma attenzione: il perimetro entro il quale si muovono i protagonisti della pellicola è dato si dai confini della città di Roma – ma questa altro non è che un luogo allegorico, una metafora con la quale l’arguto spettatore non può che constatare che il messaggio trascende un singolo contesto o un singolo individuo, per abbracciare l’intera condizione umana. Roma, anzi, rappresenta  un palcoscenico privilegiato, in cui la bellezza dei suoi artefatti esalta a tal punto da indurre per un momento a coprire lo squallore che invece permea la società odierna, ed ecco perché Sorrentino insiste tanto su questo tema. Appare dunque evidente alla luce di quanto è stato detto, che il film si gioca interamente sulle categorie del contrasto e del paradosso, proprio perché ad essere contrastante e paradossale è l’esistenza umana.

Credo che la chiave interpretativa del film sia pienamente contenuta in due frasi del monologo finale, “Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza”, in contrapposizione allo “squallore disgraziato e l’uomo miserabile”. Di fronte alla tragica condizione umana, data dall’assenza di un “escaton”, un senso o un fine, la bellezza e la contemplazione estetica rappresentano l’unico palliativo. Non si tratta certo di un concetto nuovo, tanti pensatori ben prima dell’acclamato regista italiano ne hanno fatto la ragione delle loro opere, o addirittura della loro vita; Basti pensare all’estetismo di Oscar Wilde o di D’Annunzio, alle sue donne, al lusso, alla sregolatezza, alla bellezza della quale avidamente e voracemente amava circondarsi, ma si pensi anche alle parole di un altro celebre regista, Woody Allen, che ricordando il suo film Manhattan disse: “Ci sono alcune donne che ti colpiscono così, sono talmente belle che è difficile tenere gli occhi sul tassametro. Sono quelle piccole oasi di vita in cui puoi perdere per un attimo i pensieri sulla mortalità, per poi tornare alla realtà”.

La gente spesso confonde l’essere esteta con l’essere superficiale; sono due concetti assolutamente differenti: l’esteta pensa che la bellezza sia un valore altissimo, probabilmente il più alto, il superficiale crede che sia invece l’unico valore. La maggior parte dei personaggi di questo film non sono degli esteti come vorrebbero far credere, ma dei superficiali, perché rispecchiano la cultura attuale. Il film di Sorrentino dice proprio questo e mette in luce il circolo vizioso al quale inevitabilmente ci condanna la contemplazione estetica: il circondarsi del patinato mondo mondano, evita di pensare alla propria miserabile condizione, almeno in quei momenti, ma rischia anche di condurti alla perdizione e allo smarrimento del reale concetto di bellezza, rischia di trasformarti in un superficiale, e non in un esteta.

La bellezza, quando serve a colmare dei vuoti, diventa infatti come una droga – e per mantenere lostesso effetto curativo ha bisogno di essere sempre più stupefacente, perché l’uomo per sua natura, si abitua maledettamente a tutto. È proprio quel che è accaduto al protagonista del film, Jep Gambardella, navigato giornalista di costume e critico teatrale, dal fascino innegabile, impegnato a districarsi tra gli eventi mondani. Cimentatosi in gioventù anche nella scrittura creativa, è autore di una sola opera, L’apparato umano. Nonostante gli apprezzamenti e i premi ricevuti, Gambardella non ha più scritto altri libri, non solo per sua pigrizia, ma soprattutto per un blocco creativo da cui non riesce a uscire. Tale blocco creativo è proprio dovuto al fatto che la sua vita è diventata quella di un superficiale, non di un esteta. Jep forse è stato un esteta e conserva ancora questa matrice che comunque gli permette di conservare un’aura e un pathos della distanza che ci porta inconsciamente a collocarlo in un piano differente rispetto a quello degli altri personaggi, ma la società in cui si trova gli impedisce di realizzare questa sua natura perché, ormai, il suo senso di vuoto si è allargato troppo.

Se ne rende conto dopo aver compiuto 65 anni e quando gli viene chiesto il motivo per cui non abbia mai più scritto un libro risponde  “Stavo cercando la grande bellezza, ma non lho trovata”. La verità tagliente e amara sulla sua esistenza trapela dalla grata di un oculo, dalla cripta di una splendida chiesa barocca e assume le sembianza della voce innocente di una bambina che dopo avergli chiesto chi fosse, di fronte alla sua esitazione, lo interrompe bruscamente dicendo “No, tu non sei nessuno”.

Il film si conclude quindi con la consapevolezza che gli ultimi quarant’anni di ricerca esistenziale di Jep si sono risolti in un nulla flaubertiano, ma anche con la realizzazione che, in fondo, la grande bellezza l’aveva già trovata a 18 anni nel suo primo, unico e fugace amore, negli occhi di quella ragazza che, quando rientra dalle feste mondane, nel suo immaginario, continuano a fissarlo indietreggiando. Soltanto il tempo è in grado di dare il vero valore alle cose, la ricerca del senso è ciclica e si completa con un ritorno al passato.

Tutti quanti noi siamo dei vinti, tutti noi ci troviamo nella stessa barca che solca un mare di vuoto esistenziale, una barca senza timone né capitano, destinata ad un naufragio sicuro, ma quando ci viene data l’opportunità di apprezzare opere come questa, la speranza riaffiora, e come troppo spesso dimentichiamo senza speranza è impossibile trovare l’insperato”: è impossibile trovare la grande bellezza.

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Sconfinare è il periodico creato dagli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università degli Studi di Trieste - Polo di Gorizia. La firma "Redazione" indica comunicati, notizie e pubblicazioni speciali curate da un amministratore o da più autori.

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