La legge ferrea dell’affabulazione: persuadere per comandare (dimenticate la political correctness)

Cicerone accusa Catilina in Senato (Credits: Wikipedia)

Benché l’argomento al centro di queste considerazioni non rappresenti un’autentica novità nel campo della riflessione storico-politica, è impensabile che il tentativo di restaurare la natura virtuosa di una politica in principio idealizzata non desti l’interesse dei più. L’oggetto in questione è il confine tra idealismo e realismo politico nell’ottica di una ridefinizione etica dell’arte della politica, che oggi non può più vantare le sue antiche radici filosofiche.

Sia che le prime comunità abbiano avuto origine per la necessità dei singoli di tutelarsi a vicenda da predatori e intemperie, sia che l’uomo abbia insita in sé un’indole socievole, una volta che un gruppo di individui ha convenuto di disciplinare la rete dei rapporti intersoggettivi attraverso un sistema legislativo, sopraggiunge la prima decisione politica, ossia la designazione dei capi cui affidare la funzione amministrativa. E in questo delicato frangente la variabile dell’eloquenza dell’aspirante capo non può che rivelarsi determinante.

D’altronde l’articolazione del linguaggio è cruciale nel momento in cui si costituisce una comunità coesa, nomade o sedentaria, di individui, che affineranno col tempo la comunicazione. Nell’Atene cosiddetta democratica del V sec. a.C., che mantiene un primato assoluto fra i miti del moderno liberalismo, si realizzava una singolarità irripetibile che metteva in condizione tutti i cittadini, maschi, appartenenti a un certo censo e con un certo grado di educazione, di partecipare alle assemblee pubbliche.

Ognuno è consapevole di poter incidere al pari dei propri concittadini sulla vita politica. Ognuno è consapevole di esser responsabile, in una certa misura, del raggiungimento graduale del bene collettivo. La partecipazione alla vita politica è rituale. “Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a pochi, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia”. Occorre leggere l’epitaffio di Pericle per i caduti del primo anno di Guerra del Peloponneso per comprendere la sacralità di cui potevano fregiarsi le assemblee ateniesi. Eppure un simile elogio metterà in guardia gli spiriti più critici.

Pericle, politico, oratore e militare ateniese (Credits: Wikipedia)

In sostanza, affinché si possa risalire all’archetipo del trumpismo, bisogna prendere atto della portata rivoluzionaria, in quel V secolo a.C., della sofistica. Perché, se c’è qualcuno che ha legittimato la drammatica separazione dell’esercizio della politica dall’etica, quella è stata la figura del sofista, ovvero l’affabulatore, il manipolatore delle piazze, che non si curava di attenersi a un principio di coincidenza fra dichiarazione di intenti e applicazione pratica di quanto sostenuto. La parola è un dominatore tanto piccolo quanto capace di compiere imprese straordinarie, se non divine, secondo Gorgia.

Fino al Cinquecento, con riferimento all’Italia del particulare, l’arte dell’eloquenza ha continuato a fornire ai ceti predominanti un terreno ideale per misurarsi in uno scontro campale, all’ombra del lascito inestimabile della Roma repubblicana. Nonostante siano secoli segnati da conflitti sanguinosi, tra il Quattrocento e il Cinquecento, gli umanisti promuovono la dedizione totale alla retorica, poiché, prim’ancora dell’ars militaris, l’ars oratoria è una disciplina degna degli uomini che aspirino alla gloria e uno strumento capace di catturare e, quindi, di sedurre gli animi umani, agendo direttamente sulle passioni e ricorrendo alla persuasione.

Senza passare in rassegna le epoche più recenti, che registrano un ridimensionamento del rapporto “fisico” fra oratore e pubblico, soffermatevi sul contesto culturale degli inizi del Novecento e focalizzate l’attenzione sull’impatto cruciale del Positivismo sul metodo di indagine adattabile alle scienze. Ora, sotto la spinta ostinata alla ricerca scientifica e all’esame scrupoloso del dato oggettivo, se lo studio tecnico dell’esposizione orale passa in secondo piano, a riscuotere un crescente successo fra gli intellettuali è la riflessione critica sulla società di massa.

E, di nuovo, accorre in aiuto l’approccio sperimentale di matrice positivista. Gustave Le Bon, nel suo “La psicologia delle folle”, esorta a osservare con sguardo vigile e distaccato la massa, un organismo informe, turbolento e propenso all’utilizzo impulsivo della forza. Anzi, suggerisce Le Bon, “di natura femminile”. “Quasi sempre l’opinione delle folle non contava. Oggi le tradizioni politiche, le tendenze individuali dei sovrani, le loro rivalità pesano poco. La voce delle folle è diventata preponderante.”

Gustave Le Bon a cavallo (Credits: Wikipedia)

E non più nei consigli dei principi, ma nell’anima delle folle si preparano i destini delle nazioni”. Inizia a delinearsi un profilo inquietante dell’affabulatore contemporaneo, pronto a sostenere con impeto un orientamento politico e, un istante dopo, a contraddirsi con estrema facilità. “Non essendo la folla impressionata che da sentimenti violenti, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente.”

L’autore di questo studio illuminante sulle dinamiche della società di massa lascia presagire l’avanzata inarrestabile dei capi carismatici, senza caute distinzioni ideologiche, da Mussolini a Churchill, da Hitler a Trump. Sia chiaro che l’accostamento provocatorio vuole mettere in luce il carattere trasversale a tutte le forze politiche delle strategie di conquista del consenso. Oltre a indignare l’opinione pubblica attraverso dichiarazioni aliene dalla political correctness e un uso spropositato dei social, Trump si dimostra abile nel ridefinire, in maniera persuasiva, il sentimento di coesione nazionale nel discorso di insediamento (20 gennaio 2017).

Il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump (Credits: Wikipedia)

For too long, a small group of our nation’s Capital has reaped the rewards of government while the people have borne the cost. […] The establishment protected itself, but not the citizens of our country.” Così l’oratore si è già guadagnato il favore di quanti non nutrivano più speranze nella classe dirigente. “What truly matters is not which party controls our government, but whether our government is controlled by people. […] We share one heart, one home and one destiny. […] We must speak our minds openly, debate our disagreements honestly, but always pursue solidarity.” L’intensità delle parole smorza l’irruenza della campagna elettorale del neoeletto presidente, restituisce al momento solenne la sacralità che rischiava di venir meno, induce l’ascoltatore per lo meno a sentirsi confortato e a riprendere fiducia.

Di qui il potere irresistibile dell’eloquenza. Pertanto, le riflessioni espresse sono mirate a illustrare come la combinazione perfetta fra gli artifici della sofistica e la conoscenza profonda della società di massa possa ribaltare qualsiasi previsione accurata su futuri scenari politici e, portata alle estreme conseguenze, innescare una ripresa economica dopo un periodo di depressione. D’altronde c’è chi disse: “The only thing we have to fear is fear itself”.

About Francesco Laureti 1 Article
Entusiasta di mettersi in gioco senza grandi aspettative, in cerca costante di opportunità. Appassionato di Storia, Arte, Letteratura e Lingue arcaiche.

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