La lenta agonia dello Stato Islamico in Afghanistan

Map of Islamic State and Al-Qaeda Violent Activity, 2016–2018 (Credits: CSIS Facebook).

Nonostante diversi politici occidentali e iraqeni abbiano celebrato la vittoria su Da’esh, diversi sono i segnali che lascerebbero intendere che i militanti dell’ISIL si stiano riorganizzando per contrattaccare in Iraq, approfittando dell’instabilità politica del Paese e della lotta per il potere tra le fazioni vincitrici, nominalmente il Governo Centrale di Baghdad, il Governo Regionale del Kurdistan (KRG) e Hashd al-Shaabi, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) appoggiate dall’Iran. Dati ACLED e CSIS proverebbero che nell’ultimo anno gli attacchi perpetrati dallo Stato Islamico siano raddoppiati rispetto al 2017 nelle provincie di Kirkuk e Salah al-Din, facilitati dal ritiro dall’area delle forze peshmerga, all’indomani del referendum sull’indipendenza del Kurdistan di settembre 2017, e dall’inabilità degli ufficiali delle PMF presenti in loco.
Nondimeno, se da una parte si assiste ad una rinnovata e violenta attività da parte del nucleo originale di Da’esh in Iraq, dall’altra, in Afghanistan, persiste la resistenza di una delle sue molteplici brutali ramificazioni, IS-K/ISKP.

Nascita del gruppo
Autoproclamatosi Wilayat Khorasan nel gennaio 2015, IS-K è il braccio centroasiatico dell’ISIL. Sebbene limitato principalmente alle province orientali dell’Afghanistan, a confine con le ex-FATA (Federally Administrated Tribal Areas) pakistane e dal maggio 2018 integrate nella Provincia Khyber Pakhtunkhwa, le sue velleità regionali comprendono le tre Repubbliche centroasiatiche, alcune regioni orientali dell’Iran, l’Afghanistan e il Pakistan, territori del Kashmir e lo Xinjiang cinese. Per quanto possa apparire come un obiettivo ambizioso, le iniziali vittorie dei militanti contro le Forze di Sicurezza Afghane e contro i Talebani nel 2015 fecero suonare un campanello d’allarme nelle capitali degli già instabili Stati limitrofi.

Si ritiene che le radici del gruppo affondino nella Provincia afghana di Nangarhar, dove diversi membri di Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP) e di Lashkar-e Islam (probabilmente appartenenti alle brigate Al-Tawhid e Ansar ul-Khilafat Wal-Jihad) si erano rifugiati dall’offensiva pakistana nel 2010 approfittando della porosità del confine con le ex-FATA. Qui sarebbero stati successivamente cooptati e organizzati da Hafeez Saeed Khan, ex-membro di TTP appartenente alla tribù Orakzai, incaricato nel 2014 dall’IS di creare un Emirato nel Khurasan insieme ai suoi collaboratori Abdul Rauf Khadim, ex-talebano afghano della tribù Alizai originario della Provincia di Helmand, e Sheikh Maqbool, portavoce del gruppo.

Sfruttando le proprie reti tra Pakistan e Afghanistan, IS-K crebbe velocemente tra il 2014 e il 2017 e oggi arriva a contare tra i 3,000 e i 5,000 uomini, rinforzati recentemente anche da combattenti provenienti da Siria e Iraq in seguito alla sconfitta sul campo di Da’esh. Nel 2017, il Combatting Terrorism Center ha affermato che, oltre ai Talebani e agli ex-militanti di TTP, molti degli affiliati sono foreign fighters provenienti dal Mashreq (tra cui Abu Qutaiba, comandante delle forze dell’ISIL nella Provincia iraqena di Salah al-Din, come riportato dall’UNSC). Inoltre sono presenti anche membri originari di diverse organizzazioni, come Lashkar-e-Taiba (LeT), Jamaat-ud-Dawa, Haqqani Network, e Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU).

Mappa della Provincia Khyber Pakhtunkhwa (Credits: Wikipedia Common).

Leadership, composizione e scissione
Hafeez Saeed Khan è stato ucciso nel luglio 2016 nel corso di un raid aereo statunitense. Sorte simile è toccata a tutti e tre i successivi Emiri, dei quali l’ultimo, Abu Saeed Orakzai, eliminato durante un’operazione dell’Esercito afghano nell’agosto 2018. Nello stesso periodo venivano inferti altri due gravi colpi al gruppo: la Provincia di Jowzjan, controllata dall’IMU e da IS-K e assediata da più di un anno dai Talebani, veniva conquistata, e uno degli alti comandanti, Qari Hekmat (o Hekmatullah), rinnegato talebano egli stesso, veniva neutralizzato da un’azione statunitense.
Tuttavia, nonostante le rapide sconfitte sul terreno, IS-K ha saputo mantenere un elevato grado di brutalità e di capacità tattiche, sia in virtù dei network di contatti necessari al reclutamento di nuove forze, sia sapendo approfittare delle divisioni degli avversari, Talebani e Governo di Kabul.

In effetti, oltre ad aver ottenuto con successo la subordinazione dei gruppi TTP e LeT, IS-K è riuscito ad estendere la propria propaganda in Kashmir, da dove Hizb ul-Mujahadeen (HuM) fornisce potenziali reclute, in Tajikistan e Uzbekistan (dove opera l’IMU, fino a pochi mesi fa alleato di IS-K), in Baluchistan, dove molti guerriglieri hanno abbandonato il gruppo locale Jundullah per trasferirsi in Afghanistan, e nello Xinjiang, regione martoriata dall’attività di “rieducazione culturale” imposta dalle autorità cinesi e terreno fertile per un’eventuale radicalizzazione islamista in chiave separatista.

Recentemente, il gruppo ha conosciuto la propria prima scissione interna. Aslam Farooqi, ex-membro di LeT con conoscenze all’interno dell’Inter-Services Intelligence pakistano (ISI), è stato riconosciuto Emiro dai combattenti di etnia principalmente pashtun, innescando un’aspra reazione da parte dei membri dell’IMU, i quali non hanno visto di buon occhio l’ascesa di un comandante di LeT dal momento che ritengono il gruppo tra i  responsabili per gli attacchi subiti nel 2007, quando erano stanziati nel Waziristan. Al posto di Farooqi, Moawiya, uno dei comandanti dell’IMU, si è posto alla guida dei militanti di etnia balucha, tajika e uzbeka.

Abu Musab al-Zarqawi, uno dei primi guerriglieri a gettare le basi di un gruppo estremista dall’ideologia simile a quella di IS-K e suo modello di riferimento. (Credits: Wikipedia Common).

Rivalità intra-regionali
La concorrenza tra i Talebani e IS-K è a dir poco spietata. ACLED ha riportato che solo nel 2017 ci sono stati 207 scontri armati tra i due gruppi, principalmente concentrati nella Provincia di Nangarhar, escluso l’assedio di Jowzjan, nel Nord-Ovest. Oltre alle differenze di carattere politico e di rispettiva fedeltà, i due gruppi hanno un approccio molto differente verso la società afghana e la religione. I Talebani sono nati come una delle tante organizzazioni di ispirazioni Deobandi e mantengono dei forti legami con la tradizione locale dell’etnia pashtun. IS-K, al contrario, è un corpo ideologicamente estraneo all’Afghanistan, e non è riuscito a guadagnarsi il supporto della popolazione sunnita autoctona. Come riporta il numero 12 della rivista Dabiq, “In Khurāsān, al-Qā’idah is with the Taliban factions who announced their adoption of nationalism and resistance towards walā’ and barā’ [letteralmente, “lealtà e dissociazione” secondo il volere di Dio], lied to the Ummah by attributing their deviant declarations to the deceased Mullā ‘Umar, and shamelessly flaunted their brotherhood with the apostate tawāghīt [chi associa a Dio alter divinità] and the Rāfidah [coloro che defezionano dall’Islam].

D’altra parte, anche il rapporto con al-Qaeda rimane ostile. Nel 2014, Ayman al-Zawahiri, in risposta all’arrivo dell’ISIL in Afghanistan e nel tentativo di ristabilire una certa influenza nel teatro indo-afghano, ha annuciato la creazione di Al-Qaeda nel Subcontinente Indiano (AQIS), alleandosi ai Talebani nel tentativo di combattere IS-K. In un’intervista rilasciata a Dabiq (numero 6), un combattente di IS-K, Abū Jarīr ash-Shamālī, ha accusato AQIS di portare avanti una massiccia campagna di diffamazione nei confronti dei membri del gruppo, descritti  come dei “takfīrī [musulmano che accusa di apostasia altri musulmani], Khawārij [in riferimento al gruppo politico scismatico della Prima Fitna], killers of Muslims, Wahhābī”.

Attacks Per Islamic State Affiliate, 2014–2017 (Credits: CSIS Facebook).

Interventi inter-regionali   
Russia e Iran si sono particolarmente prodigati nel dare supporto ai Talebani, sia politicamente che in quanto fornitori indiretti di armi.
La Russia, la quale durante il ciclo di incontri Moscow Process nel 2016 ha riaffermato la necessità di coinvolgere il gruppo talebano nei negoziati per la formazione di un nuovo governo in Afghanistan, teme che l’instabilità regionale si estenda anche alle Repubbliche centroasiatiche.
Nonostante le ostilità pregresse, l’Iran ha diverse ragioni per sostenere i Talebani. Essenzialmente, lo scopo di tale appoggio strategico a breve-medio termine risiede nella volontà di gestire al meglio la propria influenza sulle province orientali dell’Afghanistan e il traffico di merci e uomini che da esse proviene. L’IS-K, che come il progenitore ISIL ha fatto della lotta alla Shi’a uno dei propri principi fondamentali, è visto di conseguenza un avversario con il quale non si può dialogare.
Anche Beijing ha cominciato a muoversi per evitare che le lotte tra le diverse fazioni possano compromettere la costruzione del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC): con tale obiettivo, la Cina ha rafforzato il proprio controllo sullo Xinjiang e ha finanziato nel 2017 la costruzione di una base militare di frontiera nel Badakhshan per le Forze di Sicurezza Afghane.

Per ovvie ragioni, i tre principali attori interessati allo sviluppo del conflitto sono l’Afghanistan e i suoi due potenti vicini: il Pakistan e l’India.
Se da una parte Kabul e Nuova Delhi accusano Islamabad di finanziare i Talebani, LeT e Haqqani Network al fine di alimentare il conflitto, spingendosi sino ad affermare che IS-K non sia altro che l’ennesima scissione dei Talebani, dall’altra il Pakistan incolpano India e Afghanistan di sostenere segretamente TTP e IS-K in chiave anti-pakistana, e a prova del fatto adducono la scoperta di cellule operative dei due gruppi nelle città di  Karachi, Sialkot, Islamabad e nel Baluchistan.

Fighters from Tahrik Taliban Pakistan (Credits: Dabiq).

Il Futuro di IS-K
Wilayat Khorasan ha perso gran parte delle proprie forze negli ultimi due anni, seppur rimanendo una minaccia per la regione. Il collasso territoriale di ISIL e le divisioni nate all’interno del gruppo ne hanno minato la stabilità e la credibilità, tanto che, come sostiene l’esperto Antonio Giustozzi, la fazione di Farooqi ha già cominciato dal 2017 a normalizzare le proprie relazioni con diversi gruppi talebani, come la Quetta Shura, e a rinunciare alle aspirazioni territoriali in Pakistan, con il quale ha stabilito un dialogo.

Allo stesso tempo, IS-K resiste ai continui tentativi, spesso disorganizzati o deboli, di Talebani e Forze di Sicurezza Afghane di sopprimerlo. Curiosamente, alcuni analisti hanno avanzato l’ipotesi che la sconfitta militare dell’ISIL abbia fatto apparire IS-K meno minaccioso e quindi potenzialmente reclutabile nell’universo di gruppi affiliati ai Talebani. Questo potrebbe forse spiegare il motivo per cui Haibatullah Akhundzada, capo dei Talebani afghani,  abbia concluso un “cessate il fuoco” con Aslam Farooqi: un accordo pragmatico tra i due leader potrebbe dare inizio ad un ciclo di nuove alleanze tra i vari attori regionali, potenzialmente creando un fronte più o meno unito tra Talebani, la fazione di IS-K di Farooqi, LeT, Haqqani Network e il nugolo di gruppi affiliati ai Talebani. Per il momento, sembra che siano riusciti ad accordarsi in sfere di influenza, presupposto basilare per qualsiasi tipo di convivenza. Tuttavia, data la mancanza di finanziamenti esteri, IS-K deve sempre più dipendere dalle risorse afghane, e potrebbe vedersi costretto a rompere la tregua, alimentando nuovamente la spirale di violenza.

About Riccardo Valle 20 Articles
Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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