La lotta continua

L’arma del dialogo contro la violenza

ROMA, 14 Dicembre 2010. A partire dalle 9 del mattino orde di manifestanti, per la maggiorparte studenti universitari, invadono con lunghi e concitati cortei le strade del centro di Roma. Una  manifestazione pacifica era stata annunciata ed approvata dalle autorità. L’occasione non serve nemmeno ricordarla, dato l’enorme impatto mediatico che l’ha preceduta. Tra i giovani manifestanti si respira un’aria di febbrile attesa per quello che sta avvenendo all’interno dei palazzi del potere.

La sede del Senato romano è presidiata sin dalle prime ore della mattina da innumerevoli pattuglie delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Gli esiti della prima votazione arrivano dal Senato intorno alle 11.00 di mattina, il governo ottiene la fiducia con un risultato di 162 voti favorevoli contro 135 contrari. In concomintanza con questo annuncio la rabbia dei manifestanti inzia a mietere i primi danni. I cori e le marce pacifiche si trasformano rapidamente con lanci di bombe carta, sedie, sassi e quant’altro contro la polizia e contro i principali simboli del potere. I primi ad essere presi di mira sono gli istituti bancari dislocati nelle famose vie della moda romana, trasformate per l’occasione in campo di battaglia.

La votazione sulla fiducia al governo Berlusconi passa alla Camera dei deputati mentre i lunghi cortei invertono la rotta verso palazzo Montecitorio.

Il volto della città eterna muta, come tornando indietro nei decenni, quando immagini di guerriglia urbana erano all’ordine del giorno. È detto comune che gli errori servano per per non essere ripetuti ma, quando alle 13.40  vengono diffusi i risultati della votazione che vede confermata la fiducia al governo con uno scarto di appena tre voti, la sanguinosa eredità trasmessa dagli anni 70 sembra non aver insegnato nulla. La spirale di violenza infiamma non solo all’esterno, ma anche all’interno della Camera dei deputati dove si scatena una rissa al passaggio di una delle sorprese di questa votazione, quello della deputata, ormai ex-finiana, Catia Polidori, passata misteriosamente alla sponda opposta. La rabbia di coloro che si sente tradito, da una collega, dalle istituzioni o dal sistema è legittima, la violenza no.

C’è chi ha definito gli avvenimenti del 14 dicembre come la più autorevole espressione della rabbia di una generazione senza futuro, lasciando intendere che questo era l’unico metodo rimasto a noi giovani per farsi ascoltare. Affermazione semplicistica e offensiva anche se accettata, a volte, perfino dai giovani stessi. Oppure chi, come l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, ha rivolto ai giovani un profetico messaggio invitandoli a «non perdere mai la speranza», e a «guardare la luce davanti a noi». La violenza o la speranza nella divina provvidenza sembrano dunque le uniche due strade.

È cosi che vogliamo essere considerati? È davvero questo l’unico modo che abbiamo di esprimerci dall’alto delle nostre lauree e della cultura che abbiamo modo di crearci? Siamo davvero una generazione così piatta come viene considerata?

Ancora di più rattristano gli avvenimenti del 22 Dicembre a Palermo dove, in occasione della votazione per l’approvazione del disegno di legge Gelmini, viene assaltato il palazzo delle questura. Gruppi di studenti lanciano pietre, bottiglie e uova contro quello che è uno degli avamposti contro la mafia che ha visto arrestare boss come Bernardo Provenzano e Salvatore Riina.

Lo stesso giorno intorno alle 17 una rappresentanza degli studenti è stata accolta al Quirinale dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano al fine di discutere le ragioni del dissenso studentesco.

Il vissuto personale o l’esperienza politica hanno fatto di lui l’unico interlocutore credibile in quei giorni di salotti televisivi e dichiarazioni giornalistiche, l’unico, forse, a trattare gli studenti come suoi pari. «Inviatemi le vostre proposte alternative, le valuterò», questa la conclusione dell’incontro durato circa un’ora e mezza riguardo al quale gli studenti si dicono molto soddisfatti. A fare da portavoce con la stampa alla delegazione di studenti è Luca Carfagna, ormai famoso per lo scontro verbale durante la trasmissione Anno Zero con il ministro della difesa Ignazio La Russa. «L’unico interlocutore che abbiamo avuto fino ad adesso e’ stato proprio il Presidente della Repubblica che ha preso atto delle nostre istanze, delle proposte di un movimento che contesta una riforma che non li ha mi consultati. Oggi e’ un giorno importante perche’ il distacco che si sta creando tra la nostra generazione, fatta di milioni di giovani e le istituzioni e’ per la prima volta parzialmente colmato»

La domanda a questo punto sorge spontanea: Da quale delle due esperienze di protesta si è tratto il maggior profitto? Dalla prima il bilancio conta un centinaio di feriti, danni per milioni di euro a cose e persone, quarantuno studenti fermati dalle forze dell’ordine oltre ad un generale raggelamento del mondo istituzionale e dell’opinione pubblica nei confronti del movimento studentesco e dei suoi diritti. Il secondo metodo, quello del dialogo, invece, ha portato ad un confronto, ad un ascolto reciproco che può ottenere, se coltivato, dei riscontri più che positivi. Perchè noi giovani non siamo degli incapaci che agiscono come bestie, al contrario, siamo pieni di slancio ed idee, e con queste, non con la violenza, si può pensare di cambiare le cose.

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