La Piazza è il fallimento della Rivoluzione

Una riflessione di Gabriele Pieroni

Siamo stati educati a considerare la piazza una prova di forza sempre buona e doverosa per esprimere le nostre idee, perché come cantava Gaber: «C’è solo la strada su cui puoi contare […] c’è solo la voglia e il bisogno di uscire, di esporsi nella strada e nella piazza». Siamo stati istruiti a far culminare nella piazza tutte le rivendicazioni, le proposte, le speranze e le idee pazientemente coltivate nel privato, elaborate nei circoli Arci accanto alle bocciofile, nei dispendiosi e soporiferi congressi di partito, nelle ormai poco affollate stanze di rappresentanza sindacale e, ultimamente, nelle aule virtuali dei social network. Ma mentre il suo mito rivoluzionario e messianico continuava ad essere magnificato,  la piazza è oggi la fine e la morte delle rivoluzioni.

Se si guarda agli scontri del 15 ottobre a Roma e a ritroso si ripercorrono le immagini delle ultime grandi piazze occidentali (un discorso a parte meriterebbero quelle arabe), si possono cogliere i segni dell’assoluta inefficacia dei cortei. Genova fu la fine insanguinata del movimento no-global, lo scioglimento e la dispersione dei Social Forum, la vittoria totale ed incontrastata della globalizzazione, specie quella finanziaria. Prova ne è che i G8 si susseguono senza sosta, mentre la gente di Seattle latita. Le piazze arcobaleno che in tutto il mondo mobilitarono milioni di persone tra il 2001 e il 2005 contro le guerre in Afghanistan e Iraq, furono lo svuotamento delle idee pacifisti, indebolite a tal punto da non sapere più quale partito difendere durante il recente endorsment della Nato alla ribellione libica. I girotondi di Nanni Moretti non hanno fatto altro che siglare l’impotenza della sinistra davanti al potere berlusconiano, la sua incapacità di governare e di programmare. E le ultime manifestazioni femministe chiudono con le donne. Che passato il tormentone di Ruby avrebbero ancora da dire qualcosa, o no?

La piazza postmoderna, ovunque abbia mostrato la sua vera natura, si è sempre dimostrata l’inizio della fine dei movimenti che l’hanno animata. Per rispondere al perché questo sia accaduto dobbiamo riflettere su quali siano le peculiarità della piazza contemporanea e, soprattutto, quali caratteristiche la portino al suicidio, a quel movimento hegeliano, il quale, nell’istante in cui definisce e rende visibili i tratti di una idea, chiama il suo contrario a combatterla, innescando uno scontro che porta al superamento dell’idea stessa.

La prima causa di morte delle piazze postmoderne è la violenza. Qualunque movimento non abbia saputo trattenere la voglia di devastazione e placare la rabbia bruciante che sempre covano le maggioranze silenziose e senza potere, è stati immediatamente delegittimato delle sue rivendicazioni e, passando dalla parte del torto, ha presto perso qualunque incisività sulla voglia di cambiamento delle persone.

La violenza è il feticcio attraverso il quale si mostra l’impotenza di un popolo a cambiare la propria storia. A nulla valgono i fantasmi della Comune parigina della Rivoluzione d’ottobre: questo è il secolo di Tiananmen, la piazza che – come vuole la storiografia maoista – non solo deve essere sempre vuota, ma sempre lo è stata, dall’alba dei tempi.  La piazza che non cambia nulla e insegna ancor meno. L’uso della forza da parte dei manifestanti crea al più un rimosso di colpa e condanna che, una volta raggiunta la massa, la inibisce non solo nelle azioni future, ma nell’impianto stesso delle idee portate avanti. E crea l’effetto di irrigidire l’ordine pubblico alle istanze di cambiamento.

Ma la cecità della rabbia degli incappucciati che da oltre 10 anni compaiono nei cortei a sfogare il loro nichilismo è soprattutto quello che Herbert Marcuse chiamò la «desublimazione repressiva». Cioè la compressione dei nostri sentimenti repressi che una volta esplosa in questi atti scoordinati, ma sempre controllati e limitati (la violenza di piazza non riuscirà mai a capovolgere di punto in bianco un sistema che non ha più basi uniche e capi identificabili), permette all’intero sistema di continuare per la sua strada, come se niente fosse.  Slavoj Žižek, il grande filosofo sloveno del postmoderno,  interrogandosi sulle analoghe vicende di saccheggio e distruzione dell’agosto londinese, colpisce nel segno quando dice: «Quello che abbiamo visto sulle strade britanniche non era un uomo ridotto a “bestia”, ma la versione denudata della “bestia” prodotta dall’ideologia capitalista».

Sempre seguendo Marcuse, è come se la violenza delle piazze postmoderne fosse paragonabile alla pornografia a causa della quale la rivoluzione sessuale diventa onanismo da cameretta. La piazza degli incappucciati, disarticolata in tanti individui sconnessi e solitari nella loro azione violenta, appartenenti galassie antagoniste assai diverse (anarchici, operai, centri sociali di estrema sinistra e destra), è un porno efficace a scaricare le pulsioni primitive, lasciando inalterato il sistema contro il quale si agisce.

L’immaterialità della vita contemporanea è un’altra causa del fallimento della rivoluzioni di piazza. La pornografia della violenza è infatti ancora più frustrata dal momento che non può identificare i veri colpevoli dell’ordine del mondo contemporaneo. Lo Stato? Le banche? Oppure la Borsa e le agenzie di rating? Forse la finanza? Ma chi sono, esattamente questi nemici della piazza? Chi incarna lo spirito della speculazione, ad esempio? Impossibilitati a colpire il cuore del sistema che odiano, i manifestanti postmoderni sublimano la loro azione presunta dirompente sulle forze dell’ordine, quasi potessero cancellare in un sol colpo la numerosa classe dirigente che ci governa.  Ma la Polizia, per quanto simbolo del potere, non sarà mai un obbiettivo sufficiente alla Rivoluzione.

Terzo e non ultimo, la piazza postmoderna fallisce la Rivoluzione perché non è uno spazio organizzativo efficace. Per farsi un’idea della confusione degli indignati basterebbe leggere il loro primo manifesto, stilato dai ragazzi che a maggio occuparono per settimane Puerta del Sol. «Alcuni di noi si considerano progressisti, altri conservatori. Alcuni sono credenti, altri no. Alcuni di noi hanno ideologie ben chiare, altri sono apolitici. Ma siamo tutti preoccupati e indignati per il panorama politico, economico e sociale che ci circonda: la corruzione dei politici, degli imprenditori e dei banchieri che ci rende impotenti e ci impedisce di avere voce in capitolo». Belle parole, ma l’eterogeneità del movimento, vasta tanto quanto quella di chi combattono, come farà a passare dal piano di azione di disturbo a quella di governo. Perché è ovvio che l’obbiettivo di tutti gli indignati è cambiare il governo, cioè i timonieri (banchieri e politici e imprenditori) che ci hanno condotto nella recente tempesta della crisi.

Gli indignados liquidano l’intera classe politica, eppure avanzano una serie di richieste.  Rivolte a chi? Ma soprattutto, da chi dovrebbero essere esaudite? Non dalla gente: gli indignados spagnoli come quelli di tutto il resto del mondo non si sono mai citati, per il momento, come attori del cambiamento che reclamano. E non hanno indicato neppure una forza politica in campo verso cui  convogliare la rappresentanza delle loro istanze.

Ma allora, ed è questa la causa ultima del fallimento delle piazze, tutta la rabbia e la violenza espresse che fine faranno? Verranno raccolte in un programma in grado di riformare davvero la società, in “persone politiche” cui affidare il potere di mutare il sistema, o piuttosto esprimeranno, come ha recentemente sostenuto Evgeny Morozov, autore de L’ingenuità delle rete, «rivoluzionari senza rivoluzione»?

Ora che la rabbia verso la crisi ha trovato un nome, gli Indignati, scatterà la gara dei politici di professione per dotarla di un partito. Visto e considerato che nessuno di loro, dalla piazza, sembra intenzionato a trasformarla in qualcosa che possa mettere davvero in crisi l’esistente.

Il blog dell’autore (Gabriele Pieroni): secondelinee.wordpress.com

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1 Comment on La Piazza è il fallimento della Rivoluzione

  1. Bella analisi! Ha espresso quello che pensavo da un po’ di tempo a questa parte, spero di vedere altri articoli dello stesso autore!

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