La polveriera coreana tra Trump, Xi e Kim

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla Siria, teatro nelle ultime  settimane di un estenuante braccio di ferro tra Stati Uniti e Russia, la comunità internazionale guarda con rinnovata preoccupazione ad un’altra zona calda: la Corea. Il regime comunista del Nord pare infatti sul punto di implementare vettori missilistici di portata intercontinentale, giungendo quindi a minacciare direttamente il suolo americano; e sebbene questa sia ad oggi poco più che una speculazione, resta il fatto che nell’anno appena trascorso Pyongyang abbia compiuto veri e propri passi da gigante nello sviluppo di un proprio arsenale di distruzione di massa.

Di fronte alle minacce di Kim Jong Un, che assicura la prosecuzione dei test di lancio avviati a metà gennaio, sono in molti ad interrogarsi su quale sia la risposta appropriata: se da una parte le grandi potenze sembrano voler tenere fede alla promessa di fermare la proliferazione degli armamenti non convenzionali, dall’altra tutte temono reazioni inconsulte che potrebbero rapidamente portare ad una sanguinosa escalation non dissimile da quella già vista durante il conflitto del 1950-53. Allora, l’avanzata del contingente ONU di Douglas MacArthur, inviato nella penisola per ristabilire lo status quo dopo l’invasione della Corea del Sud da parte dei bellicosi vicini stalinisti, venne improvvisamente arrestata dal massiccio intervento cinese, che finì per trasformare una guerra dinamica in un’inutile scontro d’attrito costato la vita a quasi sei milioni di persone tra militari e civili.

Va detto, però, che nonostante la Repubblica Popolare si dica pronta a dar luogo ad una vera e propria carneficina (così recita una nota ufficiale di Pechino), la possibilità di un suo effettivo coinvolgimento sembra plausibile solo nell’ambito di un confronto terrestre, fatto che esclude da sé l’impiego di testate nucleari. Su un piano più strettamente diplomatico, inoltre, non è un segreto che la Corea del Nord rappresenti per la Cina un alleato sempre più scomodo e difficile da gestire.

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Quanto agli Stati Uniti, il loro approccio alla questione coreana sembra assai più deciso. La portaerei Vinson è stata recentemente dislocata al largo della penisola insieme alla sua scorta e ad alcune torpediniere giapponesi, mentre in Afghanistan si è assistito al primo impiego in combattimento della bomba MOAB (Massive Ordinance Air Blast), che con le sue dieci tonnellate di esplosivo si configura come il più grande e potente ordigno convenzionale aviolanciato del mondo; entrambi chiari messaggi al despota nordcoreano, volti a dar prova tanto delle mostruose capacità offensive della macchina bellica a stelle e strisce, quanto della risolutezza dell’amministrazione Trump. Anche le dichiarazioni del vicepresidente Pence, in visita a Seoul in questi giorni, lasciano poco spazio ai dubbi: “l’era della pazienza strategica è finita”, ha dichiarato l’uomo prima di una visita sul trentottesimo parallelo, ove sembrerebbe che, in violazione di tutti i normali protocolli di sicurezza, abbia trascorso alcuni momenti ad osservare torvo le guardie di confine del Nord. Se l’opzione militare pare oggetto di seria considerazione, l’alto comando statunitense deve tuttavia tenere bene a mente che, con ogni probabilità, un attacco dimostrativo come quello sferrato una quindicina di giorni fa contro un campo d’aviazione delle forze governative siriane non sarà sufficiente a smorzare le scellerate ambizioni della Corea del Nord, e che anzi potrebbe produrre serissime conseguenze per gli alleati americani nella regione, Corea del Sud e Giappone in primis.

Pyongyang dispone infatti da tempo di vettori a media gittata in grado di colpire agevolmente sia lo storico avversario, sia il Paese del Sol Levante. La parata del 15 aprile, parte dei faraonici festeggiamenti per il 105esimo compleanno del Presidente Eterno Kim Il Sung, ha poi visto comparire diverse nuove armi. Tra queste alcuni SLBM (Submarine-Launched Ballistic Missile), missili lanciati da sommergibili e dunque in grado di sfuggire ad eventuali attacchi preventivi e sferrare una devastante controffensiva indubbiamente diretta verso i bersagli di cui sopra; i Musudan, mostrati per la prima volta nel 2010 e capaci di raggiungere la base USA di Guam; e il nutritissimo parco d’ariglieria, con cui devastare Seoul e bloccare una risposta terrestre americana. Ma a destare l’inquieta curiosità degli analisti sono stati, su tutti, due canisters su ruote, involucri tipicamente utilizzati per alloggiare missili intercontinentali e la cui presenza sembrerebbe confermare gli spaventosi progressi del regime. Non è dato sapere, però, se i mezzi ospitassero effettivamente delle testate nucleari; frattanto, l’ennesimo test ha dato esito negativo, alimentando le voci, rassicuranti ma tutt’altro che certe, che il tanto decantato arsenale missilistico nordcoreano non sua che una tigre di carta.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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