La prostituzione in Cina: “education through labor”

La prostituzione in Cina è considerata ufficialmente il sesto male della società; un riflesso della condanna comunista che considerava le donne come simbolo dello sfruttamento del capitalismo. In base a questo approccio proibizionista, la polizia sembra sentirsi autorizzata a compiere abusi e persecuzioni, violando costantemente la dignità umana delle donne. Sono frequenti, infatti, specialmente in occasione di incontri politici particolarmente importanti, intere giornate di arresti di prostitute, spesso accompagnati da accuse fondate su prove falsificate dalla polizia, quali preservativi usati o presunte seduzioni di poliziotti in borghese.

Il destino previsto per il reato di prostituzione – “Custody and education” – è sorprendentemente simile alla ben nota formula “education through labor” che il Governo ha da poco abbandonato. In base a tale legge, Li, una mamma single di due figli, è stata arrestata una prima volta e mandata senza la possibilità di un processo regolare nei campi di rieducazione gestiti dal Ministero della sicurezza pubblica.

Tali centri vedono le donne incriminate costrette a lavori non retribuiti, come la costruzione di giocattoli – o nel caso di Li, decorazioni di fiori di carta – per un periodo di reclusione che può essere esteso fino ai due anni. Nonostante le censure operate dal governo cinese, gli esperti stimano che tra le 18.000 e le 28.000 donne vengano mandate nei campi ogni anno. «È un altro ramo marcio del Governo cinese e dovrebbe essere abolito» afferma Nicholas Bequelin, un ricercatore dell’organizzazione Human Rights Watch. Viene anche avanzata l’ipotesi che il governo possa servirsi dei guadagni ricavati dai centri, in cui le donne devono pagare per una detenzione di sei mesi circa 400 dollari e una visita esterna costa 33 dollari.

Dopo mesi spesi a memorizzare e ripetere le regole di comportamento imposte dal Governo, le donne tornano al loro “sporco” lavoro perché 1000 dollari al mese, il triplo di un lavoratore medio cinese, sembrano l’unica soluzione per donne come Li, che si definisce “una ragazza della campagna, non educata e senza alcuna abilità specifica”. E questo nonostante i rischi del mestiere: uomini che si spacciano per poliziotti per non pagare, altri che reagiscono con violenza e abusi quando ritengono di non essere stati accontentati, una polizia che “in caso di necessità si schiererebbe dalla parte del cliente”. L’approccio del Governo cinese a un problema sociale che, secondo il rapporto “Swept Away” delle Nazioni Unite, coinvolge tra i 4 e i 6 milioni di donne, risulta pertanto inconsistente e necessita di un cambiamento immediato.

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I temi che tratto riguardano prevalentemente i diritti umani e la loro strenua difesa a fronte delle problematiche cresciute con la globalizzazione.

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