“La rivincita delle ombre”: la fotografia secondo Frenz Beps

Cosa succederebbe se una macchina fotografica raccogliesse esclusivamente le ombre?
L’ombra è quella parte celata della nostra anima, che però ci segue sempre in silenzio, ma vigile: raccogliendo le nostre sensazioni più represse, ma allo stesso tempo più spontanee.
Il fotografo dialoga con queste ombre, ascoltando le loro grida, i loro lamenti: ogni ritratto racconta una storia, ricollegabile a una condizione esistenziale o a un’inquietudine repressa.

Dal 3 al 30 aprile sono in esposizione nel locale Arco Riccardo di Trieste le nove opere in bianco e nero che compongono la prima esposizione del fotografo emergente Francesco Zago – in arte Frenz Beps. Francesco ha raccontato sè stesso e il proprio progetto a Sconfinare.

17800170_683694675164979_4052186701303710384_n

“La rivincita delle ombre” è la tua prima mostra pubblica: come sei arrivato a questo risultato?

Una volta un fotografo molto bravo mi disse che la tecnica lasciava il tempo che trovava: quello che contava era il messaggio che volevo trasmettere, lo scopo finale del progetto. Per trovare un senso a “La rivincita delle ombre” ho dovuto prima perdermi io: lo considerò più un traguardo umano che professionale, sento di essere riuscito ad esprimere quello che avevo dentro da un pezzo raccontando una storia di paura e di speranza!

Le fotografie che compongono la collezione sono state pensate fin da subito come parte di un unico progetto o la cosa è andata a formarsi in fieri?

L’idea nasce nel 2013, inizialmente come progetto letterario. La mia prima passione fu la scrittura creativa: adoravo inventare storie. Scrissi alcuni piccoli pezzi, immaginando un mondo in cui le ombre degli esseri umani si ribellavano e urlavano la loro verità. Poi tra una cosa e un’altra l’ho abbandonato per 4 anni in un cassetto: nel frattempo erano successe un sacco di cose, sia nella mia vita personale che professionale. Era arrivata la fotografia, era passata l’angoscia: “La rivincita delle ombre” aveva assunto un significato tutto nuovo per me e avevo bene in mente cosa volevo rappresentare. Il “come” era più complesso, avendo davvero una fantasia esagerata per il budget del progetto, ma sono contento di essere riuscito a esprimere concetti molto forti con mezzi comunque limitati.

Qual è il filo rosso che lega una fotografia all’altra?

Le fotografie di questo primo atto raccontano una storia progressiva di consapevolezza: tutto inizia e finisce con lo scatto numero 1, “La Solitudine dell’Essere Umano” rappresentata da un ibrido, mezzo uomo e mezzo primate che si stringe in un abbraccio solitario. Pasolini diceva “La mia indipendenza che è la mia forza, implica la mia solitudine che è la mia debolezza” ed è così che interpreto questa mostra come un overture che comincia con una condizione di sconfitta, di resa, e si conclude invece con un’ amara consapevolezza di onnipotenza disarmante.

"La solitudine dell'essere umano"
“La solitudine dell’essere umano”

A quale dei tuoi scatti sei più legato?

Sicuramente “La Solitudine”, nel quale vedo una buona chiave di lettura della mostra in generale (e che penso rappresenti al meglio l’umana miseria, prigioniero della sua superiorità sul resto dello scibile, ma allo stesso tempo così fragile rispetto all’imprescindibile incedere degli eventi). Ma, avendone già discusso precedentemente, mi trovo molto legato a “Estate 2050”: è un ‘opera che può passare inosservata, totalmente incompleta senza la giusta collocazione fornita dal titolo; vuole essere una nota stonata rispetto alle altre opere, un richiamo all’apocalisse climatica e al suo incedere. Segue secondo me il climax della mostra, seguendo la successione delle opere – l’ordine non è assolutamente casuale.

"Estate 2050"
“Estate 2050”

Che rapporto hai con i tuoi soggetti? Si sono prestati tutti tranquillamente ad aiutarti a realizzare l’immagine che avevi in mente o sono intervenuti in qualche modo a rendere un po’ “proprio” lo scatto che li ritrae?

I miei soggetti sono per me come delle tele bianche per un pittore. Può cambiare il tipo di tela, la dimensione, l’intelaiatura, ma è imprescindibile che siano bianche – per il momento. Io cerco di rappresentare il mio punto di vista sulla realtà, i miei soggetti vengono scelti in base a qualche caratteristica fisica che generalmente mi permette di focalizzarli e contestualizzarli. Ma solo in un caso la storia che raccontavo rispecchiava un effettiva condizione del soggetto, e giuro che non ne ero a conoscenza: questo ha permesso comunque la riuscita dello scatto.
Questa mia decisione è dettata sia da una questione di privacy sia da una questione di libertà espressiva: se la condizione rappresentata nello scatto toccasse troppo da vicino il soggetto, finirebbe per mutarsi dal mio punto di vista al suo: per questo deve essere una tela bianca.

Quali credi siano i segni caratteristici del tuo stile come fotografo?

Questa è una domanda difficilissima a cui fatico sempre a dare una risposta sola!
Diciamo che se dovessi definire tre fattori principali direi: tratto marcato, pochissimi colori e rabbia, molta rabbia. La mia fotografia voglio che venga percepita come un urlo alla vita, una esaltazione della bellezza nell’inaspettato, una sfida ai mali incurabili della società occidentale.

"Intolleranza"
“Intolleranza”

Che strumenti usi? Lavori molto in postproduzione o cerchi di mantenere le tue fotografie il più “naturali” possibile?

Nella mia fotografia uso diversi strumenti, che spaziano dalle fotografie istantanee a vecchi obiettivi manuali reperti quasi bellici. Quindi mi limiterò a parlare degli strumenti usati per le foto della mostra: La mia fedelissima Canon 6D con ottica 24 105 L. ovvero la banalità delle banalità – ma di macchine ne ho provate molte e come la 6D nessuna mi ha saputo emozionare.
È un po’ come quando Harry Potter prende in mano la sua super bacchetta: sai che è quella e diventa un’estensione del tuo braccio.
Per il resto mi sono servito di un set artigianale che ho realizzato dentro casa mia, diversi oggetti di scena, 7 assistenti e una buona dose di computer grafica!
Le mie fotografie sono volutamente distanti dalla realtà e spesso sono più scatti uniti assieme prendendo solo i pezzi migliori (sembra macabro, ma è necessario per ottenere un effetto di avvolgimento nell’oscurità mantenendo il maggior numero di dettagli possibili.)
Spesso poi gli oggetti nelle foto vengono enfatizzati quasi al limite del grottesco: serve a farli notare di più, ritengo siano loro gli elementi di contrasto che portano chi guarda a riflettere.

Da dove nasce la tua passione per la fotografia?

Da ragazzo sognavo di diventare un chitarrista Rock. La musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale in tutto quello che faccio, non per ultima nella fotografia: capito che le 6 corde non erano decisamente la mia arma comunicativa più efficace (nonostante riconosca l’indescrivibile carica di sex appeal che conferiva una chitarra in spiaggia) ho pensato di improvvisarmi fotografo ai concerti, per poi crescere sempre di più, buttarmi su grandi eventi e pubblicità, scoprendo una grande passione più che per la fotografia per “raccontare l’umanità”. È quella la mia grande passione: la fotografia è solo lo strumento che ho avuto la fortuna e il privilegio di trovare sul mio cammino.

"Il successo"
“Il successo”

Fotografi più per te stesso o per gli altri?

Definitivamente per gli altri. Desidero lasciare un segno con i miei scatti, dare uno spunto di riflessione a portando temi a volte anche scomodi o disturbanti. La fotografia non deve essere fine a se stessa, penso che non ci sia più nulla da dire nel ritrarre la banalità, se non semplici esercizi di stile fini a loro stessi.
La fotografia deve essere un racconto, una tensione verso un’ideale più elevato.

Quali credi siano gli ingredienti per la foto perfetta?

Ovviamente la questione è molto soggettiva e complessa, so potrebbe scrivere un libro a riguardo e ogni fotografo ne scriverebbe uno diverso. Per mio personale gusto sono necessari un numero indefinito di esseri umani, in un luogo interessante (non per forza bello, ma il contesto è importante) e un fotografo con un’idea nella testa e un minimo di conoscenze tecniche. L’idea è ovviamente la parte più importante, ma come ho anticipato prima, l’elemento umano nella fotografia è imprescindibile.

Che altri progetti hai in cantiere?

Al momento sono molto concentrato su “La Rivincita delle Ombre”. Sia nell’internazionalizzare la mostra, portandola in giro per l’Europa, sia continuando a scattare gli atti successivi (è un progetto strutturato in 9 atti da 9 fotografie). In più sto scrivendo un romanzo dallo stesso titolo dove si racconta la storia che ha ispirato tutta l’esposizione, ovviamente romanzata e letta in una chiave Noir – genere di cui vado assolutamente pazzo.

pipa

Trovate Francesco su Facebook, Instagram e sul suo sito web.

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Studentessa del terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche. Co-curatrice di Sconfinare Jukebox e CIAK! Sconfinare. Travel blogger e factotum a tempo perso. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: