La scommessa italiana in Libia

Soldati libici in parata alla base aerea di Tripoli (Ansa)

Nonostante le numerose smentite di questi giorni il possibile intervento militare italiano in Libia appare, oggi, come uno scenario da non escludere definitivamente.

Soldati libici in parata alla base aerea di Tripoli (Ansa)

Ottobre 2011. Sono passati ben 5 anni dall’ultimo intervento militare nel Paese nord africano sotto l’egida di ONU e NATO conclusosi con la destituzione del colonnello al-Gheddafi e la successiva morte dello stesso per mano delle forze rivoluzionarie del Comitato Nazionale di Transizione. L’esito della primavera araba libica, col tempo, invece che dimostrarsi un passo decisivo verso la democrazia, ha finito per inghiottire la nazione in una cortina di caos tale da provocare una guerra civile aperta, nella quale combattono e agiscono tutt’ora molteplici attori. Attualmente le principali forze contrapposte sul territorio sono i due governi di Tripoli e Tobruk. Il primo, istituito da milizie islamiste (vicine ai Fratelli Musulmani), padrone di Tripoli, di Misurata e dell’ovest del paese (sostenuto da Turchia, Qatar, Sudan), è appoggiato da una coalizione denominata “Alba Libica” e composta da: brigate di Misurata (circa 40.000 uomini), diverse milizie islamiste alcune delle quali legate ad Al-Qaeda e nel Fezzan (zona a sud-ovest della Libia) da gruppi di minoranza Tuareg. “Alba Libica” si legittimò come unica forza erede della rivoluzione del 2011 in contrasto con gli uomini dell’esercito di Haftar, attuale ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore dal governo cirenaico di Tobruk, l’unico internazionalmente riconosciuto e, a sua volta, vicino ad Egitto e Emirati Arabi Uniti.

Quest’inestricabile groviglio politico ed ideologico si è rivelato fin da subito un vantaggio per determinate componenti esterne tra cui ISIS e “gheddafisti” ansiosi di incunearsi nelle difficoltà diplomatiche tra i due governi. L’assenza di un governo centrale forte, il ritorno di jihadisti libici dal teatro medio orientale e la contemporanea messa in moto della macchina propagandistica del califfato, questi i fattori dell’incursione dello Stato Islamico in territorio libico. ISIS, ad oggi, ha proclamato la sua legittimità su 4 province: Barqa (Cirenaica) con capitale operativa Derma, parte del Fezzan, parte di Tripoli e Sirte, vera roccaforte del califfato nella regione dal febbraio 2015.

Un interrogativo sorge spontaneo: nel caso si decidesse per l’intervento militare, in che modo agirebbe l’Italia? Con che mezzi? Con che coalizione? L’articolo 87 della Costituzione italiana recita: «[il Presidente della Repubblica] ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di difesa, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere». L’articolo 11 invece afferma che l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa» a meno che questa non sia necessaria per il mantenimento della pace e della giustizia fra le Nazioni; in tal caso l’Italia è autorizzata a promuovere l’azione delle organizzazioni internazionali. La settimana scorsa Sergio Mattarella ha verificato un decreto del Presidente del Consiglio il quale prevede che alcuni reparti d’élite passino sotto il comando dell’intelligence italiana. Un modo per evitare lo scoglio parlamentare e assegnare la regia delle operazioni alla Presidenza del Consiglio.

Il Premier italiano Matteo Renzi (foto tratta da Rainews.it)

Matteo Renzi nei giorni scorsi ha dichiarato che qualsiasi decisione sull’intervento italiano in terra libica sarà presa una volta pervenuta la richiesta ufficiale da parte di un governo di unità libico proposto dall’ONU (che oggi si riunisce in Parlamento a Tobruk per ottenere la fiducia dopo i rinvii del mese scorso), capace di rappresentare gli interessi tanto di Tobruk quanto degli islamisti a Tripoli. Solo in questo caso Roma potrebbe accogliere le pressioni degli alleati (USA su tutti) e predisporre le basi per un intervento.

Le Nazioni interessati alla formazione di una coalizione anti ISIS al momento sono 19 e l’Italia ha espressamente richiesto di ricoprire un ruolo di primo piano.

Che presenza assicurerebbe l’Italia in Libia? Secondo il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e della Difesa, intervistato dal Corriere della Sera, il governo libico chiederà all’Italia un «supporto logistico, formativo, di addestramento, dove l’Italia sa fare meglio di altri». Nessuna mobilitazione di truppe e tanto meno dislocamento di uomini impegnati in altri scenari (ad esempio quello libanese) in modo da evitare un nuovo 2011. Ma ne siamo sicuri?

La mappa delle infrastrutture energetiche libiche (tratta dallo U.S. Energy Information Administration)

Fin dal 2009, anno nel quale l’Italia ha ampliato le proprie zone d’influenza in Libia ottenendo la concessione sul Sarir petrolifero, sul bacino di Murzuch e l’accrescimento della filiera del gas che compone il cosiddetto Greenstream, il gasdotto che collega Libia (golfo di Melitha) e Italia attraverso il Mediterraneo, Tripoli ha svolto l’importante ruolo di garante per le numerose imprese italiane presenti in Nord Africa. ENI, SNAM Progetti, Edison, Telecom, la Bonatti di Salvatore Failla e Fausto Piano, i due tecnici italiani ritrovati morti lo scorso 2 marzo presso Sabratha, e molte altre aziende: l’Italia, sul territorio libico, «vanta numerosissimi interessi, la maggior parte dei quali sono attualmente sotto minaccia jihadista», come ha evidenziato per Repubblica Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di questioni energetiche. Quello della Libia è un petrolio “leggero”, molto appetibile per quelle compagnie europee, come Eni, che fin da subito si sono accaparrate i principali giacimenti e tutt’ora ne detengono il controllo. «Il problema», ha affermato la Paolini, «non è la protezione dei pozzi d’estrazione, bensì quella dei terminali, dei collegamenti». Lo Stato Islamico, a Wafa nel Fezzan, ha in parte interrotto i rifornimenti di gas lungo la Greenstream italo-libica e tutt’ora, occupando Sirte, blocca il principale crocevia tra le regioni della Tripolitania e della Cirenaica. Non solo aziende italiane ma anche compagnie inglesi come la Bp, la Tamoil francese e la Shell olandese stanno facendo pressione sui rispettivi governi perché si arrivi alla decisione di istituire una coalizione capace di restituire stabilità al territorio nord africano. Il giornalista Alberto Negri scrive per il Sole24Ore: «La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi».

Gli scenari possibili dipendono entrambi da Tobruk. Se il governo di Fayez el-Sarraj (proposto dall’ONU) riuscirà ad ottenere la fiducia dal proprio Parlamento allora potranno riaprirsi le ipotesi di negoziato con Tripoli per un governo di unità nazionale e poi quelle in favore di una coalizione internazionale anti ISIS con a capo l’Italia. In caso contrario, non è da escludere che una coalizione internazionale si formi indipendentemente dalle decisioni di Roma. Quel che è certo, nel caso si verificasse questo secondo scenario, è che gli interessi internazionali potrebbero non coincidere ed anzi intaccare quelli italiani. Matteo Renzi dovrà stare bene attento a come effettuerà le sue mosse; la politica interna italiana potrebbe, come più di cent’anni fa, dipendere ancora una volta dalla Libia.

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Perché scrivo? Vi dico la verità? Non lo so. Probabilmente è a causa della mia memoria a breve termine. O forse perché lo ritengo l'unico modo per riordinare i miei pensieri.Troppi e troppe volte dimenticati qua e là nella mia testa. Cos'altro faccio? M'incuriosisco del Mondo, delle sue mille (o cinquanta?) sfumature. Lo analizzo, lo fotografo, lo scopro. Quasi dimenticavo, m'interesso anche di sport, letteratura, musica e fotografia. Un po' di tutto e un po' di nulla, insomma.

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