La soluzione alla solitudine: intervista a Mattia Colombo

La fine di una relazione lascia sempre dell’amaro in bocca. Ci sono tanti modi per affrontare la sensazione di spaesamento provocata dall’abbandono da parte della persona amata. Alcuni si chiudono nel loro dramma. Altri cercano freneticamente un rimpiazzo. Altri ancora si trascinano nella malinconia, fingendo che nulla di grave sia successo. Il regista Mattia Colombo ha deciso invece di farne un film. In Voglio dormire con te, egli parte dalla sua situazione per capire e indagare il rapporto di coppia in generale. Per fare ciò ha filmato e intervistato coppie di fidanzati, amici e persone a lui care che raccontano le proprie vicende private. La pellicola ha vinto Premio Corso Salani lo scorso anno, ed è stata recentemente proiettata come “work in progress” a Trieste in occasione della 26esima edizione del Trieste Film Festival. Noi di Sconfinare abbiamo intervistato Mattia insieme alla montatrice e co-sceneggiatrice Valentina Cicogna.

Cosa è cambiato dopo aver girato il film nel tuo modo di vivere l’abbandono?

Mattia: Non so se è perché ha funzionato davvero come effetto terapeutico il film, però in un certo senso è come se avessi fatto pace con qualcosa. Qualcosa alla fine del film mi ha placato rispetto a questo morbo che avevo di non chiudermi nessuna porta, di cercare disperatamente una libertà particolare, che puoi ottenere anche stando in coppia. Il senso  dell’abbandono semplicemente credo sia  passato come passano le cose. E’ stato digerito. Non credo si possa imparare a reagire nel modo giusto. Ci vuole tempo, tutto qui.

E’ stato difficile chiedere ad amici e conoscenti di prestarsi come protagonisti del film?

Mattia: L’atto dell’andare a chiedere non è stato difficile. Lo è stato a volte convincerli. Nel caso di Roberto e Silvia (la prima coppia che compare nel film, ndr) non è stato difficile. Quello che accadeva intorno a loro, il fatto che si stessero lasciando, era talmente forte che non si accorgevano di avere una telecamera fra i piedi. Vivevano un dramma personale troppo intenso, da non accorgersi nemmeno che esistessi. Con altri è stato più difficile: tutte le coppie hanno una fragilità, e quando hanno capito che il film cercava di indagare quella fragilità magari si preoccupavano. Si è lavorato molto senza telecamera all’inizio, parlando insieme e cercando di capire che tipo di intimità raccontare. Certo, il fatto che fossero amici ha facilitato il lavoro.

Il film è molto personale e intimo. Non hai mai avuto paura di esporti così tanto?

Valentina: Mattia ha avuto paura, infatti il montaggio è stato un percorso tortuoso. Ci sono voluti mesi prima che capissimo che ruolo dovesse avere Mattia come personaggio del film.

Mattia: Insieme alle montatrici abbiamo pensato di suddividere il film in due parti. Nella prima, io sono coinvolto come osservatore esterno. La mia ricerca giunge fino in Islanda, ed è proprio lì che mi rendo conto di dover tornare a casa e mettermi in gioco. A questo punto sono gli altri personaggi (ad esempio mia madre) che domandano a me qualcosa, e io sono chiamato a dare delle risposte. Riesco a capire così che di risposte non ce ne sono. Citando il film: ci sono soluzioni, non risposte.

La fase di montaggio è risultata complessa?

Valentina: E’ stato un processo di riscrittura a tre teste. Dovevamo rendere un film molto personale e molto intimo universale, passando attraverso un’estrema onestà. Fondamentalmente, a chi può importare della vita sentimentale di un perfetto sconosciuto? Mettere d’accordo 3 persone è più difficile. Si è passato dall’accordo allo scontro, dallo sconforto all’esaltazione. Nel mondo dei documentari c’è spessissimo questa dinamica fra montatore e regista. Ci si fa carico delle reazioni che il regista ha di fronte a ciò che ha girato. Bisogna capire e assecondare quelle reazioni, in modo che diventino un’opportunità e non un muro.

Mattia: Io, da regista, avevo loro (Valentina Cicogna e Veronica Scotti, le due montatrici, ndr) come primo test. Non volevo fare un film ombelicale, volevo renderlo il più universale possibile. Volevo raccontare attraverso la storia privata di una persona quella di tutte le persone. Si dice spesso che montatori e montatrici siano un po’ degli psicanalisti per il regista, ed è vero.

Voglio dormire con te è stata la tua prima esperienza cinematografica?

Mattia: No, ho realizzato alcuni corti e un lungo intitolato Alberi che camminano, scritto con Erri de Luca. Voglio dormire con te, però, è stato il primo progetto che ho curato da solo, per cui ho lavorato due anni e da cui ho imparato molto. In un certo senso, quindi, è stato come se fosse la mia prima esperienza.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: