La tendopoli di Velika Kladuša

La tendopoli di Velika Kladuša, Credits: Nicolò Miotto

3 ore e 18 minuti di macchina, 167 km in linea d’aria. Questa è la distanza che separa Trieste da Velika Kladuša, città di 45000 abitanti situata nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina, al confine con la Croazia. E’ stata la capitale della Regione Autonoma della Bosnia Occidentale, entità dichiaratasi indipendente nel 1993 e soppressa nel 1995 dall’Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina.

Velika Kladuša è stata sede del quartier generale dell’azienda Agrokomerc, un conglomerato attivo in tutta l’ex-Jugoslavia. Occupandosi principalmente di allevamento e produzione di carne, dava lavoro a 13000 persone. L’amministratore delegato dell’azienda, Fikret Abdić, è stato il presidente della Regione Autonoma della Bosnia Occidentale: condannato a 20 anni, e poi a 15 in appello, per crimini di guerra contro la popolazione bosgnacca, dal 2016 è il nuovo sindaco della città.

Non è per studiare la storia della città che sono partito, assieme al mio amico e compagno di viaggio Federico, alle sei di mattina da Trieste. Abbiamo attraversato Slovenia e Croazia per andare a scoprire un’altra realtà che sta rendendo la città tristemente celebre. Non sarebbe corretto definirlo un campo profughi, perché non è riconosciuto come tale dalla comunità internazionale. E’ una tendopoli, un microcosmo di circa 400 persone che si sono accampate vicino ad un canale, a qualche centinaio di metri dal campo da calcio della città. Appena arrivati veniamo accolti da alcuni volontari e volontarie che lavorano sul luogo per conto di ”No name Kitchen”, una ONG spagnola nata nel 2017 e presente a Velika Kladuša dall’aprile 2018.

Ci fanno subito visitare un ex macello abbandonato, dove ora i migranti lavano e mettono ad asciugare i vestiti sporchi. Accanto all’edificio c’è una sorta di gazebo chiuso, donato da Medici Senza Frontiere: là dentro i migranti possono farsi una doccia calda. I volontari hanno ideato un sistema per permettere a tutti di farsi la doccia: danno dei numeri per i turni; la mattina si presentano gli uomini, mentre il pomeriggio le donne ed i bambini. Si avvicina a noi un uomo che ci saluta con calore. Viene dalla Nigeria e mi racconta del suo lungo viaggio iniziato tre anni fa. Dubai, Iran, Turchia, Grecia… cammina, cammina e arriva in Bosnia, a Kladuša, dove si è fermato con la sua tenda due settimane fa. Vuole passare il confine e venire ”to Italy, to Milan”.

Ci incamminiamo per una strada fangosa in mezzo ai campi, ai lati c’è di tutto: piatti di plastica, scarpe rotte, schede telefoniche, materassi sgualcitimolti cani randagi. Dei cuccioli giocano contendendosi una scarpa sporca. Mentre camminiamo veniamo accolti dai sorrisi di molti ragazzi che ci salutano in tante lingue diverse, dall’arabo all’inglese, dall’urdu all’italiano. E’ ora di pranzo, c’è un ammasso di persone su un piccolo ponte: aspettano di ricevere il pasto sorvegliati dalla polizia bosniaca, perché ”ieri c’è stata una rissa-ci spiegano i volontari. Le condizioni igieniche sono pietose: c’è immondizia ovunque, i fuochi vengono accesi utilizzando qualsiasi cosa, ci sono insetti e l’acqua del canale è inquinata. Vi si intravede anche un cane morto.

Incontriamo un gruppo di giovani pakistani: il primo a presentarsi ha 20 anni, si fa chiamare ”Jimmy” e inizia subito a dirci in inglese ”Italy? I want to come to Italy!”. Partito 2 anni fa, ha lavorato per diversi mesi in Turchia in una fabbrica di jeans. Vuole andare in Italia, a Milano, ma è stato respinto già due volte dalla polizia croata. Tira fuori il cellulare, me lo mette davanti agli occhi e mi dice ”Look, Croatian police. Il telefono è distrutto e allo stesso modo lo sono i telefonini dei suoi amici. Tutti assieme ci raccontano di come la polizia croata li abbia respinti al confine, rompendo i cellulari e colpendoli con i manganelli. Jimmy mi invita a venire con lui, mi vuole far conoscere un suo amico che sta riposando in una delle tende del campo. Passando fra fumi tossici esalati dai falò e cani randagi, arriviamo alla tenda dove riposa Ali. Jimmy lo sveglia e gli chiede di uscire. Ci mostra il cellulare distrutto, ma soprattutto ci vuole far vedere il suo braccio completamente ingessato. Rimaniamo senza parole: nelle nostre orecchie risuonano le parole ”Croatian police”.

Abbiamo visto tutte le facce dell’umanità fra quelle tende. C’è chi saluta ed accoglie con il sorriso e chi invece, sospettoso, è infastidito dalla presenza di persone estranee al loro microcosmo. Fra queste persone c’è Tambi, che in inglese ci chiede cosa siamo venuti a fare. Si dice infastidito dalle persone che vengono solo a fare interviste per poi guadagnare soldi sulle loro storie, le definisce dei ”liars”, dei bugiardi. Dice che tutti promettono di aiutare, ma poi nessuno fa nulla. Gli spieghiamo che siamo due semplici ragazzi che sono venuti per vedere, per capire, non per fare interviste. Si tranquillizza e si ferma a parlare con noi. Parlare con Tambi mi ha fatto capire che cosa porta a fare l’istinto di sopravvivenza: cerca di costruire una storia credibile che gli permetta di ottenere, prima o poi, in un paese o in un altro, lo status di rifugiato. Sostiene di essere palestinese, dice di essere nato ad Haifa, dice di voler andare a Londra, poi dice di voler venire a Milano in Italia. Parla arabo, parla inglese, parla un po’ di italiano. La polizia croata lo ha già respinto tre volte: ha i tratti africani. Gli chiedo se i suoi genitori o i suoi nonni sono emigrati dall’Africa verso la Palestina: sostiene che tutta la sua famiglia sia nata in Palestina. L’istinto di sopravvivenza lo porta a fare di tutto pur di andare via da là, via da quella tenda. Gli dico che gli credo, che a me può dire ciò che vuole.

Parliamo anche con una mamma irachena che ha intrapreso il suo viaggio da Baghdad con le sue due figlie di 15 e 16 anni. Vuole venire in Italia con le sue figlie. Si scusa perché non può accendere il fuoco e prepararci da mangiare. Prima di salutarla le regalo i biscotti che mi ero portato, lei li accetta scusandosi ancora per non poterci offrire da mangiare. Nel frattempo escono le figlie dalla tenda e le saluto usando quelle due parole che so in arabo. Le figlie si coprono il viso con le mani. La mamma si scusa e mi dice che si vergognano perché sono sporche.

Circondato dai cavi elettrici su cui mettono a stendere il loro vestiti, c’è una sorta di campo in cui, con delle assi di legno, si gioca a cricket. Dall’altra parte dei ragazzi giocano a calcio e fra le tende una bambina accarezza un cucciolo di cane. Ridono, sorridono, scherzano. C’è il sole e fa ancora abbastanza caldo, perciò approfittano del bel tempo e si svagano. C’è una casetta giocattolo e vicino una bambina fa correre un camioncino fra i rifiuti. Tutta sporca di fango lancia il camioncino facendo ”bruuum. Credo avesse tre anni. Ci salutano due ragazzi curdo siriani, di 20 e 21 anni, che fanno gli spiritosi con noi. Uno si presenta, ridendo, come Michael, poi mi dice di chiamarsi Muhammad. L’altro scherzosamente chiede a Federico se ha una cicatrice sulla fronte, perché ”You look like Harry Potter”. Ridiamo assieme ancora un po’ e poi ci salutano anche loro augurandoci buon viaggio.

Si è fatta sera, la temperatura è scesa. Andiamo a bere un thè caldo. Inizia a piovere. I nostri pensieri sono rivolti a quelle persone, al fango, alle scarpe, alle tende in cui dormono in cinque o sei. Abbiamo una sola rassicurazione: non sono soli, la popolazione locale dà sostegno a queste persone. In città c’è un ristorante che dà i pasti gratis, la croce rossa bosniaca fornisce un aiuto medico. C’è anche un’associazione locale, SOS Kladuša, che è attiva con dei volontari nel campo. Abbiamo visto vari abitanti della città portare vestiti e cibo. Nonostante tutto, c’è un sostengo continuo.

Sono partito con la speranza di risolvere tanti miei dubbi, ma torno indietro con ancora più domande. Ho visto tutte le facce dell’umanità a Velika Kladuša: c’è chi getta il cibo per terra e c’è chi ti offre tutto ciò che ha con sincerità. Ci sono famiglie, madri con bambine. Ciò che ho visto rimarrà per sempre nel mio cuore e nella mia memoria. Non potrò mai dimenticare quella bambina che giocava con il camioncino, non potrò mai dimenticare quella madre irachena che voleva offrirmi da mangiare pur non avendo nulla, non potrò mai dimenticare i racconti delle violenze al confine. Lasciando Velika Kladuša guardo fuori dal finestrino e ripenso ad una frase che ho visto scritta sui bagni chimici fra quelle tende. ”We are humans”.

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