La tregua olimpica e le flebili prospettive di pace in Corea

La delegazione congiunta delle due Coree all'apertura delle Olimpiadi Invernali (VCG/Javier Soriano via Global Times/Facebook)

Nel corso del 2017 gli avanzamenti tecnologici della Corea del Nord sono stati notevoli. In luglio ha testato due volte il Hwasong-14 ed in novembre il Hwasong-15, entrambi missili intercontinentali capaci di raggiungere gli Stati Uniti. In settembre, poi, il regime di Pyongyang ha fatto detonare l’ordigno nucleare più potente mai costruito dagli scienziati nordcoreani. Questi sviluppi militari hanno incontrato l’opposizione della comunità internazionale che, ad ogni nuovo test, ha varato sanzioni sempre più stringenti sul carbone, sul petrolio e il commercio marittimo della Corea del Nord.

Nonostante la parziale inadempienza di alcuni paesi, Cina in testa, il regime sanzionatorio pare che stia avendo un effetto consistente sull’economia nordcoreana e sulle capacità del regime di finanziare il proprio programma nucleare: un segnale ne è il picco di arrivi di “barche fantasma” sulle spiagge giapponesi, per la maggior parte pescherecci nordcoreani alla deriva nel mar del Giappone probabilmente usati come mezzi di fuga dal paese.

Kim Jong-un dunque, forte dei propri avanzamenti nucleari, col discorso di capodanno durante il quale ha aperto al dialogo con la Corea del Sud ha voluto tentare il presidente Moon Jae-in – un liberale che aveva corso nelle elezioni di maggio con un programma di riapertura verso Pyongyang. L’obiettivo, secondo molti commentatori, era quello di provare a dividere Seul dall’alleato statunitense e dunque di indebolire il fronte internazionale a sostegno delle sanzioni.

In effetti i motivi di disaccordo tra Donald Trump e Moon non mancano: l’obiettivo statunitense nella crisi nordcoreana è evitare che il regime di Kim si doti delle tecnologie necessarie per diventare una potenza nucleare globale, mentre quello della Corea del Sud è evitare che la tensione possa sfociare in uno conflitto che la vedrebbe necessariamente in prima linea. Allentare la tensione è dunque negli interessi strategici di Moon.

Il governo sudcoreano dunque non ha perso l’occasione aperta da Kim e nel giro di pochi giorni le due Coree hanno riaperto le comunicazioni dopo più di due anni d’interruzione e il 9 gennaio i due ministri per la riunificazione si sono incontrati ufficialmente. Dai colloqui tenutisi a Panmunjom ne è uscito un accordo per la partecipazione degli atleti nordcoreani alle olimpiadi di Pyeongchang – i quali avrebbero sfilati con i sudcoreani sotto un’unica bandiera durante la cerimonia di apertura – e per l’organizzazione di alcuni eventi culturali durante i quali degli artisti nordcoreani avrebbero potuto promuovere una faccia diversa del regime di Pyongyang. Gli inviati di Kim, tuttavia, si sono rifiutati di trattare la questione del nucleare.

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Pubblicato da Olympic su venerdì 9 febbraio 2018

Per la cerimonia di apertura dei giochi il regime ha inviato Kim Yong-nam, il presidente del presidium nordcoreano, e Kim Yo-jong, sorella del leader nonché membro del politburo. Si è trattato della prima volta in assoluto che una delegazione di così alto livello si recasse in Corea del Sud e dunque le speranze che si potessero tenere colloqui anche solo informali erano alte, soprattutto considerando che anche il vice presidente Mike Pence sarebbe stato presente a Pyeongchang.

Da esterni è difficile capire come sia andata. Tuttavia sembra che Pence, pur non volendo escludere la possibilità di parlare ai dirigenti nordcoreani, abbia continuato a insistere sulla necessità che i colloqui siano finalizzati al disarmo nucleare. Ciò ha impedito alle due delegazioni di trovare un punto in comune su cui cominciare a dialogare, dal momento che Pyongyang ritiene l’arma nucleare il proprio miglior mezzo di deterrenza contro eventuali azioni militari degli Stati Uniti volte a rovesciare il regime nordcoreano.

L’incontro di Kim Yo-jong con Moon Jae-in però è stato ben più fruttuoso. Durante il colloquio, il presidente sudcoreano ha infatti ricevuto l’invito da parte di Kim Jong-un a recarsi a Pyongyang per un vertice tra i due: Moon, senza accettare né rifiutare, ha semplicemente espresso la propria volontà di creare le condizioni affinché la visita possa accadere. Il ché significa trovare una intesa con Trump.

Mike Pence tra Moon Jae-in, a sinistra, e Kim Yo-jong, a destra (fonte: The White House, dettaglio)

Il rapporto tra Stati Uniti e Corea del Sud ha subito una importante virata da quanto Trump e Moon ne sono diventati presidenti. In primo luogo l’America First ha trovato una propria declinazione sudcoreana quando l’amministrazione statunitense ha forzato Seul ad accettare la rinegoziazione del trattato di libero scambio entrato in vigore durante la presidenza di Obama, mentre le restrizioni commerciali recentemente introdotte dalla Casa Bianca rischiano di danneggiare le esportazioni sudcoreane. Dal punto di vista strategico poi, valgono le considerazioni evidenziate in precedenza sulle differenti priorità nella crisi nucleare. Ciononostante, l’alleanza con Washington rimane la migliore arma di Seul contro la minaccia di una aggressione di Pyongyang e la prospettiva di una Corea del Nord dotata di armamenti nucleari annullerebbe la superiorità militare statunitense su cui si è basato lo status quo nella penisola dalla fine della guerra fredda.

Perciò, nonostante la differenza di approccio, il tema della denuclearizzazione è cruciale anche per l’amministrazione di Moon che infatti non ha fatto mistero di ritenere che il miglioramento delle relazioni inter-coreane debba essere legato a dei progressi sulla questione nucleare. A ben vedere dunque, Trump e Moon potrebbero star adottando la strategia del bastone e della carota. Ciò spiegherebbe anche perché il presidente sudcoreano abbia pubblicamente riconosciuto l’importanza della politica statunitense di massima pressione nel portare la Corea del Nord al dialogo e perché Trump abbia accettato di buon grado l’avvio del dialogo inter-coreano.

Per la cerimonia di chiusura delle olimpiadi, tenutasi il 25 febbraio, è poi arrivato a Pyeongchang Kim Yong-chol, il vice segretario del partito comunista nordcoreano, accompagnato da un alto funzionario del dipartimento per gli affari statunitensi del ministero degli esteri di Pyongyang. Nonostante il nuovo giro di sanzioni varato dalla Casa Bianca e progettato per colpire compagnie e imbarcazioni coinvolte nel traffico di beni il cui commercio è bandito con la Corea del Nord, le aspettative di un incontro con la delegazione di Ivanka Trump erano di nuovo alte. Durante un incontro con Moon, infatti, Kim Yong-chol ha rivelato di essere d’accordo a far procedere i colloqui tra Nord e Sud in parallelo a quelli tra Pyongyang e Washington. In poche parole, il regime si è dichiarato aperto a parlare con gli Stati Uniti.

L’ordine emesso da Kim per il test del primo missile intercontinentale nordcoreano (fonte: commons.wikimedia)

La presidenza statunitense però ha accolto la notizia con circospezione, ribadendo quindi la propria posizione. Pur accettando la possibilità di intavolare colloqui con la Corea del Nord, la Casa Bianca ha emesso una nota nella quale ha ricordato che qualsiasi trattativa venga avviata deve concludersi con il disarmo nucleare del regime di Pyongyang. Moon è però subito intervenuto, chiedendo apertamente a Trump di abbassare la soglia negoziale così da poter iniziare i colloqui.

Moon dunque è diventato sempre di più l’intermediario tra i due attori principali della crisi nucleare, una posizione non priva di rischi. Da un lato Moon non può permettersi di alienare l’alleato d’oltreoceano accettando l’invito a Pyongyang e rischiando dunque di incrinare la politica di massima pressione sul regime, ma dall’altro non può neppure permettersi di lasciarsi sfuggire questa finestra di opportunità che si è aperta in corrispondenza dei giochi olimpici.

Un segnale di che piega potranno prendere gli eventi arriverà al termine delle paralimpiadi previsto per il 18 marzo. In tale data si saprà che intenzioni hanno Corea del Sud e Stati Uniti riguardo l’annuale serie di esercitazioni militari congiunte di febbraio-aprile, che il regime di Pyongyang ritiene da sempre come una prova generale per l’invasione del Nord. Rimandate a dopo i giochi già a dicembre, le esercitazioni saranno il banco di prova della cosiddetta “tregua olimpica”: dalla loro calendarizzazione, dalla loro grandezza e dalla prevedibile reazione di Pyongyang, si potranno dedurre le intenzioni degli attori coinvolti nella crisi nucleare.

Con ancora pochi mesi a disposizione prima che la Corea del Nord diventi a tutti gli effetti una potenza nucleare globale – così riportano alcune stime della CIA –, questa potrebbe essere una delle ultime occasioni di risolvere la crisi in modo diplomatico e senza ricorso all’uso della forza, una possibilità che resta sul tavolo dei decisori a Washington.

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Studente triennale del SID, interessato di politica internazionale ma per fortuna non solo di quella. Italiano di nascita ma latinoamericano per vocazione, mi piace pensare di poter avere qualcosa d'interessante da dire.

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