La Turchia e la (geo)politica del Medio Oriente: intervista a Naif Bezwan

Lunedì 7 maggio si è tenuta nell’Aula Magna del Polo goriziano una conferenza sulla stato della Turchia contemporanea. Qui riportiamo l’intervista a uno dei due ospiti e relatori, il Professor Naif Bezwan, docente presso lo University College di Londra e ricercatore presso la SOAS University.

Partiamo dalle elezioni di giugno, anticipate dal Presidente Erdogan rispetto alla scadenza naturale. Nelle intenzioni del Presidente uscente c’è la volontà di rafforzare il proprio potere e la stabilità nel paese. Tuttavia la mancanza di una maggioranza assoluta potrebbe limitare i suoi progetti a lungo termine.

Sì, c’è da dire che le politiche di Erdogan, interna ed estera, non hanno così grande popolarità tra la gente, persino tra gli elettori tradizionali dell’AKP ci sono malumori. Dobbiamo tenere bene a mente, però, che queste elezioni si terranno in condizioni ristrette e non democratiche, Erdogan potrebbe ricorrere all’estorsione al fine di ottenere la maggioranza necessaria. Il clima nel paese non è quello di una normale democrazia e la società è alquanto fratturata dopo il referendum dello scorso aprile. Per poter tuttavia scongiurare una vittoria assoluta del partito di governo, è necessario che i movimenti e le forze di opposizione si coalizzino contro il Presidente in carica, ma questo scenario al momento è difficile da ipotizzare.

Per quanto riguarda il fronte siriano, Erdogan ha dato via all’inizio del 2018 all’operazione “Ramo d’ulivo” al fine di contenere l’espansione dei curdi e delle loro fazioni armate (YPG) nel Nord della Siria, i quali come sappiamo sono ritenuti un pericolo per la sicurezza del paese da parte del Presidente. Dietro a queste operazioni potrebbe esserci la volontà di annettere questi territori al confine tra Turchia e Siria, tenendo a mente il frequente riferimento di Erdogan ai confini naturali della Turchia, specialmente quelli meridionali?

Credo vi sia una motivazione etnica dietro a questa operazione, per due motivi: il primo è riportare i rifugiati siriani che si trovano in Turchia nuovamente in territorio siriano e in secondo luogo per eliminare la “minaccia” curda nella Siria settentrionale. Oltre a ciò, Ankara ha l’intenzione di mantenere un controllo militare su Afrin e i territori occupati, ma questo non dipende solo dalla volontà politica del Presidente turco, bensì dagli equilibri geopolitici dell’area mediorientale e in particolar modo dalla Siria stessa.

Erdogan durante un comizio, in cui ha dichiarato: “La Turchia consegnerà l’Afrin della Siria ai ‘veri proprietari’ dopo aver eliminato i terroristi”, 25 febbraio 2018 (Credits: Anadolu Agency/Facebook)

Riguardo alla relazioni tra la Turchia e Israele, crede che si tornerà al gelo del recente passato (causato da un episodio conflittuale nel 2011), oppure i rapporti tra Ankara e Tel Aviv rimaranno quieti? Erdogan ha attaccato pubblicamente il primo ministro israeliano Netanyahu, accusandolo di terrorismo e di omicidio nei confronti del maltrattato popolo palestinese..

La rimozione di Davutoglu, sostituito da Yildirim, ha portato ad un cambiamento. La politica dell’AKP porta il governo a mantenere i buoni uffici con le potenze della regione, con Israele, ma anche con la Russia, al fine di ottenere libertà di manovra nelle proprie decisioni e di imporle. Ankara non ha interesse ad avere confronti con Israele perché è consapevole del leverage geopolitico di Tel Aviv ed evitano di cacciarsi nei guai. Ma se ciò può favorire la doppia strategia di Erdogan, ovvero lo strapotere interno e allargare la sfera d’influenza turca nel Medio Oriente, egli verosimilmente ricorrerà ancora a questo tipo di retorica aggressiva nei confronti di Nethanyau.

Vi è un’altra importante crisi nell’area mediorientale, più precisamente nel Golfo Persico, tra il Qatar e le altre petromonarchie guidate dall’Arabia Saudita. Erdogan ha speso parole importanti in difesa di Doha, inolte gli Stati Uniti hanno invitato i litiganti a riconciliarsi e a riparare la frattura creatasi. Il rischio è quello di un confronto tra due potenze regionali quali Riyadh e Ankara. Crede che ci siano i presupposti per uno scontro?

Il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman ha avuto un duro scontro verbale col governo turco che ha risposto alle accuse del probabile successore di Re Salman. Se Erdogan continuerà a intervenire nella sfera d’influenza saudita, dunque dando sostegno al Qatar e rompendo l’isolamento diplomatico di Doha, c’è il serio rischio di arrivare allo scontro tra turchi e sauditi. Al fine di evitare una nuova crisi in uno scenario già di per sè complesso ed eterogeneo, Erdogan dovrebbe astenersi dall’interferire negli affari di Casa Saud.

I rapporti tra l’Unione Europea e la Turchia ha conseguito un forte peggioramento delle relazioni diplomatiche e culturali. Fino ad una decina di anni fa si parlava di avviare un negoziato per l’accesso della Turchia in Europa, ora invece Erdogan accusa pubblicamente gli stati europei di essere “fascisti”. L’Unione Europea tuttavia ha mostrato come abbia ancora grande bisogno della Turchia, data la sua posizione estremamente strategica per bloccare l’afflusso di migranti dall’are mediorientale. Lei crede che la Turchia abbia ancora bisogno dell’Europa?

Se consideriamo l’aspetto politico e democratico, non vi può essere democrazia e uno sviluppo dell’apparato democratico della Turchia non vi può essere futuro senza un proseguo delle relazioni con l’Europa e l’Unione. Vi sono delle voci opportunistiche in Europa che suggeriscono di accettare la realtà e dialogare con Erdogan. Ma questa è una politica molto pericolosa e appunto opportunistica, sia in termini di libertà e prosperità per la Turchia che per gli interessi geopolitici e di sicurezza dell’Europa. La consolidazione di Erdogan è possibile e probabile, ma allontana sempre di più la prospettiva di uno stato giusto, egualitario e democratico, a maggior ragione se l’Europa si piegherà alle volontà del Presidente turco.

Erdogan e Junker, 5 agosto 2016 (Credits: Nicolò Mardegan/Facebook)

In termini economici, di sviluppo per il paese e l’aumento del volume degli scambi commerciali, la via asiatica può sostituire le partnership europee di Ankara? Penso soprattutto al mercato energetico e al progetto cinese della Belt and Road Initiative…

Sì, c’è decisamente una vocazione eurasiatica per la quale il paese si spinge verso oriente e coltiva le relazioni con paesi musulmani e non, specialmente quelli con presenze turcofone. Erdogan stesso ha poi dichiarato: “Fateci prendere parte allo spirito di cooperazione di Shanghai” (in riferimento alla Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, della quale la Turchia è partner di dialogo). Tuttavia, la Turchia da un punto squisitamente istituzionale è fortemente legate alle istituzioni del mondo occidentale, pensiamo alla NATO, al Consiglio d’Europa e ad altre istituzioni europee. Se Erdogan dovesse avere successo negli sviluppi internazionali, conquistando una propria autonomia rispetto a questi “vincoli”, allora potrebbe materializzarsi un serio distacco dall’Europa e dall’Occidente in generale.

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