La visita di stato di Erdoğan fa discutere

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Ieri, lunedì 5 febbraio, Roma è stata blindata in occasione degli incontri del presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan, in visita di stato in Italia, con Papa Francesco, il ministro del Consiglio Paolo Gentiloni e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; contestualmente nella capitale le forze di polizia in tenuta anti sommossa si sono scontrate con alcuni attivisti che avevano organizzato un sit-in di protesta nei giardini di Castel Sant’Angelo. 

Prima di partire per l’Italia il leader turco aveva dichiarato:“Vedo questa visita come un’opportunità significativa di attirare l’attenzione sui valori umani comuni, l’amicizia e i messaggi di pace”. Ma è difficile dare credibilità alle sue affermazioni, quando ancora in Turchia centinaia di attivisti, 150 giornalisti e altrettanti difensori dei diritti umani sono in carcere in attesa di un processo fondato su accuse del tutto sindacabili. All’inizio del mese scorso il presidente di Amnesty Turchia, Taner Kılıç , è stato arrestato ed il 1 febbraio 10 attivisti per i diritti umani hanno subìto la stessa sorte e sono ora in attesa di una condanna che può arrivare fino a 15 anni.

Non sono solo queste però, se pur già ampiamente sufficienti, le motivazioni che hanno spinto molti a scendere in piazza per protestare, a Roma ma anche a Venezia, per l’arrivo di Erdogan. La manifestazione nei giardini di Castel Sant’Angelo, infatti, è stata organizzata dal segretario dell’Istituto Internazionale di Cultura Kurda, Soran Ahmad, che durante un intervista in loco a dichiarato che il governo turco è responsabile di un “genocidio che si sta verificando nei confronti della popolazione curda, in particolare nelle zone a nord della Siria.

Il 20 Gennaio le forze armate turche hanno iniziato un offensiva contro il Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan che contiene al suo interno anche reparti paramilitari ed è considerato un’organizzazione “terroristica” dal governo turco. Sono anni ormai (se non un intero secolo) che i curdi siriani lottano per la liberazione e per l’autodeterminazione del loro popolo, venendo brutalmente repressi nell’indifferenza e nel silenzio delle potenze internazionali.

L’attacco si è concentrato nell’enclave di Afrin; il governo turco si è vantato di aver “neutralizzato” quasi 1000 “terroristi” dall’inizio dell’offensiva, ma il bilancio delle vittime tra i civili sotto i bombardamenti ed i raid degli aerei turchi continua a salire. 

L’Italia è il primo Paese ad accogliere Erdogan dall’inizio delle operazioni, e per le strade di Roma si alzano cartelli con slogan come “Giù le mani dal Kurdistan”, o “#ErdoganNotWelcome” e si chiede a gran voce di liberare tutti coloro che sono stati imprigionati senza una colpa.

Singolare dunque in questo scenario l’incontro avvenuto con il Pontefice, in cui il tema centrale è stata la questione di Gerusalemme, recentemente riconosciuta come la capitale di Israele dall’amministrazione Trump; come spiega una nota vaticana, il Papa e il presidente turco hanno affrontato anche la questione della crisi in Medio Oriente,evidenziando il bisogno di promuovere la pace e la stabilità nella regione attraverso il dialogo e il negoziato, nel rispetto dei diritti dell’Uomo e del diritto internazionale”.

A seguire è avvenuto il meeting con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, in cui si è parlato di temi quali il problema dell’immigrazione, la guerra in Siria, la lotta contro il terrorismo, i diritti umani, la difesa comune e le relazioni economiche tra i due stati. Su questo ultimo punto Turchia e Italia sembrano essere in perfetta sintonia, dopo il successo della vendita degli elicotteri “Agusta”. Nel pomeriggio, inoltre, Erdogan ha incontrato anche diversi rappresentanti dei grandi gruppi  imprenditoriali italiani, tra cui Vincenzo Boccia, di Confindustria.

Difficile quindi definire la credibilità di questi colloqui e di un’intesa comune che non sia legata al  guadagno reciproco. La complessità dell’argomento non permette di esprimere una sentenza che giudichi il carattere tecnico di questi colloqui, ma è altrettanto difficile ignorare il fatto che troppo spesso ragioni economiche soverchiano la tutela delle libertà fondamentali e dell’individuo.

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