Lady Diana, vent’anni dopo: complotto o tragedia?

A Parigi è appena passata la mezzanotte. Una Mercedes corre veloce, tallonata dai paparazzi. A bordo c’è la principessa Diana. E’ trascorso un anno dal burrascoso divorzio dal principe Carlo, l’erede al trono di Inghilterra; in quel momento l’ex principessa è insieme al nuovo fidanzato Dodi al-Fayed, figlio del magnate egiziano Mohamed al-Fayed, il proprietario degli Harrods londinesi. Insieme a loro la guardia del corpo Trevor Rees-Jones e l’autista Henri Paul.

L’auto ha appena imboccato il tunnel sotto la Place de l’Alma quando qualcosa va storto: la Mercedes sbanda violentemente e va a sbattere contro il tredicesimo pilastro del tunnel. L’urto è violentissimo. L’autista e Dodi muoiono sul colpo, Rees- Jones e Diana sono gravemente feriti. Ma Diana ha un’emorragia interna e le sue condizioni appaiono disperate. Nel tragitto verso l’ospedale i medici devono rianimarla più volte, ma è tutto inutile. A notte fonda la principessa viene dichiarata morta per le ferite riportate.

Era il 31 agosto 1997. Oggi sono passati vent’anni dall’incidente che costò la vita alla “principessa del popolo”: così veniva chiamata Diana Spencer, colei che toccò il cuore della gente sfidando il rigido formalismo della monarchia. Diana scelse da sola i nomi di battesimo dei propri figli e le scuole che avrebbero dovuto frequentare, organizzò le uscite ufficiali in base alle esigenze dei bambini e spesso li accompagnava a scuola personalmente, come una madre normale.

Si dedicò alla beneficienza con impegno e passione, appoggiando campagne per la lotta all’AIDS, per la difesa degli animali, per il sostegno ai senza tetto e ai tossicodipendenti. Nel suo ultimo anno di vita sostenne la campagna per la messa al bando delle mine antiuomo: le foto scattate mentre ispezionava un campo minato in Angola fecero il giro del mondo.

Ma Diana fu anche la principessa triste, il matrimonio da favola con Carlo si trasformò ben presto in una prigione. Arrivarono le incomprensioni, la bulimia, persino i tentativi di suicidio, ultimo gesto disperato per attirare le attenzioni del marito. I tradimenti reciproci contribuirono ad affossare la coppia: Carlo con Camilla Parker Bowles, la sua attuale moglie, e Diana con il maggiore James Hewitt, additato dai gossip più maligni come il vero padre di Harry, il secondogenito della principessa. Infine, il divorzio spiattellato sulle prime pagine dei tabloid e la corsa verso la tragica e prematura scomparsa in una notte di fine estate.

La sua morte  commosse milioni di persone, ma fece anche tremare i polsi alla Corona britannica. Per diversi giorni la Regina rimase nella sua residenza estiva di Balmoral, in Scozia, convinta che Diana  fosse ormai estranea alla famiglia. Ma i suoi sudditi, da sempre in sintonia con la monarca, per la prima volta nel suo lungo regno le voltarono le spalle. Su pressione del popolo, la Regina fu costretta a tornare sui propri passi, tornando a Londra e dipingendo Diana come “una di noi”. In gioco c’era l’immagine della monarchia ed Elisabetta non poteva permettersi di comprometterla.

La principessa Diana con i figli William ed Harry, eredi al trono di Inghilterra. Credits: Pagina Facebook di Lady Diana Spencer.

Le inchieste condotte dalle autorità francesi e britanniche hanno attribuito la responsabilità dell’incidente all’autista Henri Paul, la cui guida sotto l’effetto di alcol e psicofarmaci avrebbe provocato il violento sbandamento dell’auto. Ma la versione ufficiale dell’accaduto, per molti, non è convincente. Troppi sarebbero i punti oscuri, o presunti tali. Prima dello schianto fatale, la Mercedes della principessa urta una Fiat Uno bianca, che contribuisce a far perdere il controllo della vettura ad Henri Paul. Né la Fiat né il suo autista vengono mai identificati.

Poco dopo l’incidente, però, viene fermato un paparazzo di nome James Andanson: è in possesso di una Uno bianca con danni alla carrozzeria, danni compatibili con la collisione fra la sua vettura e la Mercedes di Diana. Nonostante ciò, Andanson viene rilasciato. Otto anni dopo, nel 2004, viene trovato morto nelle campagne di Montpellier: il corpo carbonizzato, chiuso nella Uno che è stata data alle fiamme. Per la polizia è suicidio, per i teorici del complotto l’assassinio di un testimone scomodo, forse corresponsabile della morte della principessa.

Il tasso alcolemico nel sangue di Paul non troverebbe riscontro nel suo comportamento rilassato e tranquillo, ripreso poco prima dello schianto dalle telecamere del Ritz, l’hotel parigino che Diana e Dodi lasciarono la sera dell’incidente. Inoltre, resterebbe senza spiegazione la presenza, nel sangue dell’autista, di monossido di carbonio. Qualcuno avanza l’ipotesi che i campioni di sangue di Paul siano stati scambiati dopo la tragedia per addossarne l’intera colpa all’autista: ma se questo fosse vero allora perché utilizzare un sangue talmente contaminato da alcol e monossido di carbonio da risultare sospetto? D’altra parte desta inquietudine la dichiarazione di Lord Stevens, il responsabile dell’inchiesta di Scotland Yard, il quale nel 2006 afferma che Paul non era ubriaco e che aveva bevuto al massimo due drink. Peccato che nel rapporto diffuso qualche settimana dopo si dicesse esattamente l’opposto.

E, come in ogni teoria del complotto, sulla vicenda si allunga l’ombra di un coinvolgimento dei servizi segreti. Durante le indagini successive all’incidente, l’ex agente dell’MI6 Richard Tomlinson dichiara di aver notato un’inquietante somiglianza fra le circostanze in cui morì Diana ed un piano per assassinare il leader serbo Slobodan Milosevic. Tale piano prevedeva l’utilizzo di un raggio laser allo scopo di accecare l’autista e far sbandare la vettura in cui avrebbe viaggiato l’obiettivo da eliminare. Un’operazione del genere fu effettivamente pianificata ma l’obiettivo non era Milosevic bensì un altro leader serbo mai nominato.

Le dichiarazioni di Tomlinson non erano nulla più di semplici congetture, ma a dare sostegno alla sua storia arriva il racconto di Francois Levistre, che stava guidando davanti alla Mercedes la notte dell’incidente. Levistre dichiara ai giudici di aver visto una moto tagliare la strada alla Mercedes, seguita da un lampo di luce e dallo schianto. Ma anche tale testimonianza è ben lontana da essere la proverbiale pistola fumante.  Come aveva fatto Levistre a vedere tutti questi particolari dallo specchietto retrovisore, per giunta mentre imboccava una rampa piuttosto impegnativa? E  perché la moglie, che era insieme a lui, non si era accorta di niente? Infine, il fatto che l’uomo fosse pregiudicato contribuì, forse ingiustamente, a renderlo poco attendibile agli occhi degli inquirenti.

Nel 2013 tocca alle Sas, le forze speciali britanniche, il ruolo dei “cattivi” della vicenda. In un processo a carico di un sergente accusato di detenzione illegale di armi, un testimone rivela ai suoceri che l’incidente sarebbe stato provocato proprio dagli uomini del celebre commando di Sua Maestà. Una nuova “gola profonda” o un semplice mitomane? Non lo sapremo mai perché poco dopo la scioccante dichiarazione il supertestimone fugge in Thailandia confessando di temere per la sua vita.

I resti della Mercedes S280 dopo l’incidente mortale nel tunnel de l’Alma, dove persero la vita la principessa Diana Spencer, il fidanzato Dodi al-Fayed e l’autista Henri Paul. Credits: Pagina Facebook Storie di Storia, che storia.

Le critiche alla versione ufficiale hanno tutte un elemento in comune. La morte di Diana non sarebbe stata una disgrazia, bensì un assassinio organizzato dalle alte sfere del potere britannico, forse con il coinvolgimento della stessa famiglia reale. Diana era incinta di Dodi: un figlio di origini islamiche, fratellastro degli eredi al trono William ed Harry, era inaccettabile. Ma anche l’eventuale gravidanza di Diana è controversa. La radiologa Elisabeth Dion e l’infermiera Jocelyn Magellan, di turno quella notte all’ospedale parigino in cui fu ricoverata la principessa, affermano di aver riconosciuto la presenza di un feto di poche settimane nel corpo di Lady D. Al contrario, John Burton, l’ex coroner reale che assistì all’autopsia della principessa a Londra, escluse categoricamente questa ipotesi.

Se si indaga su una vicenda con la convinzione che le “autorità” non ci abbiano detto tutto è probabile che emergano delle zone d’ombra. Ma indizi, congetture e ipotesi non sono uno strumento sufficiente per arrivare alla verità. Il punto di forza di ogni teoria del complotto è, allo stesso tempo, il suo punto di massima debolezza. Forse la morte improvvisa e violenta di una persona nel fiore degli anni, amata dalla gente e benefattrice instancabile è una cosa troppo terribile da accettare. E per questo deve esserci per forza una “regia esterna”, un coinvolgimento di uomini senza scrupoli dietro la tragedia.

Oggi, a distanza di vent’anni dalla morte di Diana, emerge una verità sconcertante. Il libro-inchiesta “Chi ha ucciso Lady D”, scritto dal fotografo Pascal Rostain insieme ai giornalisti Jean-Michel Caradech e Bruno Mouron, mette sotto accusa proprio l’auto usata quella notte. La Mercedes, rubata anni prima, era già stata gravemente danneggiata in un incidente. Ma invece di essere rottamata, fu sistemata alla bell’e meglio da un carrozziere senza scrupoli e rimessa su strada. Affittata dall’hotel Ritz, fu messa a disposizione di Diana e Dodi quella tragica notte. Ad una velocità superiore ai 60 km/h l’auto non sarebbe stata in grado di tenere la strada. Per Diana quella Mercedes fu una trappola mortale. Ed allora fu forse una tragica combinazione di negligenza, imprudenza e fatalità a privare il mondo della principessa del popolo dallo sguardo triste.

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Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e di tutto ciò che accade intorno a noi.

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