L’alumna risponde: Barbara Verardo

A cura di Eleonora Cecco

Barbara Verardo e’ nata a Treviso e ha vissuto negli Stati Uniti, in India e a Londra, dove risiede tutt’ora. Barbara si è laureata nel 1995 specializzandosi nell’indirizzo internazionale. In seguito ha frequentato un master e conseguito un PhD in antropologia sociale presso la London School of Economic and Political Science (LSE). Dal 2001 lavora alla Banca Mondiale. Al momento sta anche frequentando un Executive MBA alla Said Business School, University of Oxford. Ha due figli, di 4 e 8 anni. Nel tempo libero le piace dipingere, andare a cavallo e scrivere libri per bambini.

EC: Dopo esserti laureata al SID avevi già le idee chiare su cosa volevi fare, e come hai deciso di costruire il tuo percorso?
BV:Durante il corso di laurea mi sono resa conto di nutrire una passione per storia ed istituzioni dellAsia e dell’Africa, per la cooperazione allo sviluppo e per l’antropologia. Incoraggiata da professori eccezionali, Detalmo Pirzio Biroli ed Enrico Fasana (purtroppo venuti a mancare nel frattempo), ho deciso di indirizzare la mia carriera verso l’antropologia sociale.

Cosa ti ha portato a Londra?
Nel 1995 l’Italia non sembrava offrire dottorati in antropologia sociale. Le opzioni erano la Gran Bretagna, la Francia e gli USA. Il dipartimento di antropologia sociale dell’LSE era il più adatto al tipo di ricerca che volevo perseguire.

Come hai fatto ad arrivare alla Banca Mondiale?
Alla Banca Mondiale sono arrivata quasi per caso, grazie alla partecipazione a un evento organizzato dal career office di LSE, durante il quale fu introdotto il Young Professional Program e vennero condotte delle pre-selezioni sulla base di CV e di interviste preliminari. Al termine dell’intervista, fui incoraggiata a fare domanda, partecipando così alla selezione vera e propria, che superai con successo. Il Young Professional Program rappresenta un entry point per diventare staff alla Banca. Il profilo del Young Professional è cambiato nel tempo. Più recentemente, viene data priorità all’esperienza nel campo in paesi “in via di sviluppo” più che ai titoli di studio.

A livello personale, i tuoi progetti per il futuro ti vedono restare a Londra, muoverti verso altri paesi o rientrare in Italia?
Dopo aver studiato a Londra e vissuto in India per 18 mesi per condurre il lavoro nel campo necessario per il dottorato, mi sono trasferita a Washington DC per lavorare nella sede principale della Banca Mondiale. Dopo sette anni a DC sono rientrata a Londra per motivi personali, lavorando “remotamente” (telecommuting). I miei progetti per il futuro dipendono da molti fattori, primo tra tutti il cercare di conciliare i bisogni della mia carriera con quelli della carriera di mio marito, e con i bisogni dei nostri figli. Il rientro in Italia non è previsto se non nel lungo termine.

Nella tua carriera professionale, quanto ed eventualmente come ha contribuito il SID?
Il SID ha senz’altro contribuito alla mia carriera, dotandomi di un’ampia conoscenza di base in varie discipline che mi ha permesso di individuare la specializzazione più adatta ai miei interessi. Il mio profilo di “generalista” mi permette tutt’ora di integrare diversi approcci disciplinari nel mio lavoro. Durante la ricerca per la tesi di laurea poi, sono venuta a contatto con problematiche legate agli Indigenous Peoples in India che hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della mia carriera.

Cosa ti senti di consigliare ai ragazzi che si stanno per affacciare al mondo del lavoro? Credi sia opportuno lanciarsi da subito nel mercato del lavoro, con un’esperienza formativa seppure poco retributiva? Oppure credi che, tendendo conto della concorrenza, sia più opportuno specializzarsi, con un corso o un master?
Dipende dagli obiettivi e dalle aspirazioni dello studente. Per una carriera in ambito internazionale, è chiaro che una specializzazione all’estero è essenziale, meglio ancora se preceduta da un’esperienza di stage o internship, per confermare la scelta di carriera e per individuare la specializzazione più adatta ai propri interessi ma anche al mercato del lavoro.

Nel tuo contesto lavorativo, se ti dovessi avvalere del supporto di un neolaureato o di uno studente, quali requisiti dovrebbe avere per far parte del tuo team e per quali motivi?
Paradossalmente, i requisiti non sarebbero tanto di tipo tecnico, quanto di tipo comportamentale e di personalità: il desiderio di apprendere, la capacità di essere ottimi team members, le capacità comunicative, le capacità di risoluzione dei conflitti, la lealtà e mancanza di presunzione, le capacità di negoziazione…. life skills più che technical skills. E’ chiaro che una conoscenza di base è un requisito fondamentale, ma ciò che più conta è la capacità critica e analitica, l’attitudine a porre tutto in discussione, la consapevolezza del fatto che la conoscenza deriva dalla condivisione di esperienze, più che dai libri di testo, il senso dell’umorismo, un’attitudine positiva e una visione ottimistica della vita, e la capacità di vedere il proprio lavoro non come un fine, ma un mezzo per realizzare le proprie passioni e dei fini di tipo sociale o ambientale.

Cosa ti manca di più dell’Italia?
La familiarità, il “sentirmi a casa”. Anche se, mancando dall’Italia da 15 anni, ormai l’Italia rappresenta soprattutto la destinazione delle vacanze.

Cosa apprezzi di più della Gran Bretagna?
Il senso di “fairness”, e il senso civico. In Italia, per lo meno ai miei tempi, uno studente che superava un esame copiando o usando i bigliettini era considerato un “furbo,” quasi un eroe, mentre in Gran Bretagna è soltanto un povero fesso. La condanna del “cheating” inizia fin da bambini e poi si riflette nella conduzione degli affari privati e pubblici.

Un episodio che ricordi con piacere dei tuoi anni a Gorizia?
L’esame di lingua spagnola condotto passeggiando socraticamente nel giardino dell’università; e la frase di un professore: “Voi siete come delle Ferrari ferme in garage, pronte ad accendere i motori e partire in sesta!”. Quella frase, che al momento suscitò tanta ilarità, si è rivelata poi veritiera per molti, moltissimi dei miei colleghi. E questo è il mio augurio per gli studenti del SID di oggi!

About Redazione 375 Articles
Sconfinare è il periodico creato dagli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università degli Studi di Trieste - Polo di Gorizia. La firma "Redazione" indica comunicati, notizie e pubblicazioni speciali curate da un amministratore o da più autori.

1 Comment on L’alumna risponde: Barbara Verardo

  1. Ah, la ‘fairness’ anglosassone! Io non so, davvero, non capisco più il mondo nel quale vivo. E’ tutto capovolto. Una isoletta del nord Europa sconvolta dalle razzie di barbari post-moderni. Una nazione governata da un liberal liberista di nome Cameron – sfasciavetrine quattordicenne e mandante, in età adulta, insieme al compare Sarkozy, della guerra in Libia – che viene decantata come terra del senso civico.

    “Sono andato ieri nell’East End [quartiere operaio di Londra] a un comizio di disoccupati. Vi ho udito discorsi forsennati. Era un solo grido: pane! pane! Ci pensavo ritornando a casa, e più che mai mi convincevo dell’importanza dell’imperialismo … La mia grande idea è quella di risolvere la questione sociale, cioè di salvare i quaranta milioni di abitanti del Regno Unito dà una micidiale guerra civile. Noi, politici colonialisti, dobbiamo perciò conquistare nuove terre, dove dare sfogo all’eccesso di popolazione e creare nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e nelle miniere. L’impero -io l’ho sempre detto- è una questione di stomaco. Se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti“.

    Così parlava nel 1895 Cecil Rhodes, milionario, re della finanza e responsabile principale della guerra dell’Inghilterra contro i boeri. A distanza di 116 anni, David Cameron, primo ministro del regno unito, segue alla lettera l’esempio depredando lo Stato più civile del nord Africa, il più economicamente avanzato di tutto il mondo arabo. Queste sono le ‘life skills’ che da sempre sostengono il popolo inglese.

    E questa è la tradizione civica del paese di Robin Hood, il ladro che rubava ai ladri.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: