L’alumnus risponde: Matteo Bonfanti

Nuovo appuntamento per la rubrica “Gli alumni rispondono…” a cura di Eleonora Cecco.

L’intervista di oggi è a Matteo Bonfanti, laureato nel 1997, che oggi  è capo della Mission Support Unit della EU Aviation Security Mission in Sud Sudan.

***

Originario di Trieste, Matteo ha deciso di iscriversi a Scienze Internazionali e Diplomatiche sull’onda dei grandi eventi internazionali dei primi anni ’90, compresa la guerra nell’ex Yugoslavia quasi alle porte di casa.

Dopo la laurea a indirizzo diplomatico, Matteo ha lavorato per tre anni con Undp in Romania, per poi rientrare in Italia dove è rimasto per otto anni nel settore privato, in aziende IT. Nel 2008 ha deciso di tornare all’estero, nelle missioni civili lanciate nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea, in Guinea-Bissau, Iraq e ora in Sud Sudan. A fine anno prenderà in carico un’unità dell’agenzia che gestisce l’infrastruttura informatica di alcuni sistemi chiave per la gestione degli affari interni europei, basata a Tallinn e a Strasburgo.

Matteo quali sono gli aspetti che ami di piu del tuo lavoro?

Una cosa bella del mio lavoro è che ci si annoia raramente. Mi è capitato di fare una presentazione in una serissima riunione dei 27 stati membri un pomeriggio a Bruxelles, volare tutta la notte, e la mattina dopo trovarmi sul molo fatiscente di un porto dell’Africa occidentale scambiando opinioni con esausti funzionari doganali a proposito di un container che ciondolava da una gru – una scena alla Graham Greene.

Un’altra delle cose positive del mio lavoro è che negli ultimi sei anni ho vissuto a non più di due minuti a piedi dall’ufficio: difficile –ma a quanto pare non impossibile– fare tardi! A Baghdad vivevo e lavoravo all’interno del compound dell’ambasciata britannica al centro della Green Zone, disponendo di un alloggio non brutto ma costruito per ovvi motivi come un bunker: l’unica finestra era di 30 centimetri di lato…

Come sono strutturate le tue giornate?

Il mio lavoro attuale consiste soprattutto nella supervisione e coordinamento di unità funzionali specializzate, quindi più project management che lavoro diretto e concreto sui dossier, a meno che non si tratti di questioni particolarmente delicate o complesse. Molto tempo ed energia vanno nel coordinamento all’interno del senior management della Missione, che di solito richiede grande pazienza e capacità negoziali.

Aggiungendo la grande mole di rapporti per Bruxelles che devo scrivere o revisionare, si fa presto ad arrivare a sera. Di solito finisco verso le sette, ma quando posso verso le sei vado a fare un po’ di jogging al compound delle Nazioni Unite a Juba – con 35 gradi e 90% di umidità anche mezz’ora basta e avanza…

La sere in cui esco, la comunità expat è sempre attiva, anche in zone di crisi. Juba non fa eccezione, con molti amici che lavorano per altre OO II o INGOs; non mancano i ‘goriziani’: Irene Panozzo, una delle principali esperte italiane di Sudan, ed Elena Rovaris che non ho ancora incontrato…

La tua è una professione o una vocazione?

Conosco e rispetto molte persone che credono intensamente nella missione della propria organizzazione, spesso assottigliando la distanza psicologica tra vita e professione – cosa peraltro inevitabile quando si vive e lavora in contesti di crisi. Personalmente, sono piuttosto orientato ad adottare un sano distacco tra le due sfere: mi aiuta a mantenere l’equilibrio.

Cosa significa per te avere coraggio?

Se parliamo di coraggio fisico, in contesti di pericolo immediato, l’unica cosa che ho imparato è che le reazioni individuali sono imprevedibili. Ci sono maschi alfa che si paralizzano, e persone a cui non daresti due lire che si scoprono leader

Forse però il coraggio che rispetto di più è quello morale, ovvero la determinazione di fare la cosa eticamente giusta invece di quella più comoda.

Quanto è importante avere un mentore?

Ho letto di recente alcune riflessioni sul ‘soluzionismo tecnologico’ di E. Morozov, il quale critica la nascente ideologia secondo la quale fenomeni sociali complessi possono essere ridotti a problemi nettamente definibili con soluzioni computabili, o definiti come processi trasparenti, facilmente suddivisibili in transazioni ottimizzabili tramite algoritmi. Il corollario è che tutta l’attenzione si sposta sulla definizione dell’algoritmo, mentre il problema da risolvere diventa quasi accessorio.

Ecco, credo che avere un mentore sia importante –se non indispensabile– nella propria evoluzione professionale, proprio per analizzare e capire i fenomeni complessi, più che a trovare le soluzioni. Ma è anche vero che il progressivo accorciamento dell’orizzonte temporale dei processi organizzativi e di business fa sì che sia sempre più raro incontrare un mentore che abbia tempo, voglia, ed energia per prenderti sotto la propria ala per un periodo di tempo sufficiente a sortire degli effetti.

Se ci fosse una cosa che potessi cambiare del tuo lavoro, quale sarebbe?

Probabilmente la possibilità di pianificare più a lungo periodo, intendo dire oltre l’anno. Faccio un esempio concreto: ho spesso il dilemma, di fronte a colleghi la cui performance non è al livello richiesto, se impegnarmi in un lungo lavoro di sviluppo, oppure se cercare di farla avvicendare al più presto per disporre di maggiore efficienza; spesso la necessità di garantire risultati nel breve periodo costringe a ricorrere al turnover, che però presenta diversi svantaggi.

Parlaci di una volta che avresti voluto mollare tutto, ma non l’hai fatto.

Non sono conosciuto per essere particolarmente accomodante, quindi mi capita almeno una paio di volte all’anno di dire ‘mollo tutto’… Però alla fine bisogna dominare il proprio orgoglio, spero che con gli anni diventerò più bravo!

Di quale risultato sei maggiormente orgoglioso?

Tutte le volte che un collega –specialmente qualcuno all’inizio della carriera– mi dice di aver imparato qualcosa da me.

Se potessi viaggiare nel tempo e nello spazio, con chi vorresti trascorrere un’ora ?

Questa è una domanda alla quale potrei pensare per ore! Rispondendo d’impulso, direi che mi piacerebbe sedermi con Alessandro Magno subito dopo la sua visita all’oracolo dell’Oasi di Siwa: con quale visione del mondo ne uscì? Pensava veramente di essere diventato un dio?

Quale consiglio daresti agli studenti del SID?

Per quelli destinati alle carriere internazionali, di non avere complessi nei confronti dei colleghi che provengano da più blasonate università, a partire da quelle anglo-sassoni. Tuttavia, la formazione italiana ancora trascura alcune capacità ormai indispensabili, quali project management e analisi quantitativa.

Soprattutto, a chi se la sente consiglio di andare per il mondo: ne vale la pena e molto probabilmente non si è mai troppo lontani da un altro ‘goriziano’.

About Redazione 369 Articles
Sconfinare è il periodico creato dagli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università degli Studi di Trieste - Polo di Gorizia. La firma "Redazione" indica comunicati, notizie e pubblicazioni speciali curate da un amministratore o da più autori.

1 Comment on L’alumnus risponde: Matteo Bonfanti

  1. Leggendo alcuni di questi articoli, secondo me, dovreste migliorare alcuni aspetti che più interessano gli studenti, cioè il percorso di studi: triennale o anche specialistica?
    Per il percorso lavorativo a volte, in ordine sparso, emerge un “si perchè prima di …. avevo fatto…..”, anzichè lasciare al caso, una concisa cronologia esatta del percorso lavorativo, concorsi etc. sarebbe, secondo me, fondamentale. Anche come introduzione.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: