L’America di Trump è l’America di Steve Bannon?

Si è concluso il 25 febbraio il Conservative Political Action Committee, o CPAC, il più grande raduno della destra statunitense prima della consueta conferenza nazionale di metà estate. Un’occasione per celebrare la storica vittoria dello scorso 8 novembre, ma anche e soprattutto per fare il punto della situazione e delineare con chiarezza il corso d’azione da seguire nei prossimi quattro anni. Tanti i personaggi di rilievo intervenuti, primo fra tutti il Presidente; i riflettori, però, erano puntati sul suo stratega, Steve Bannon. Accompagnato dal capo dello staff della Casa Bianca Reince Priebus, l’uomo ha rassicurato la nutrita platea sugli intenti della nuova amministrazione: priorità assoluta alla sicurezza nazionale (è di un paio di giorni fa l’annuncio di un incremento del budget per le forze armate di 54 miliardi di dollari, per un totale stimato di 672) e all’immigrazione, e un piano di riassetto economico basato sulla rinegoziazione di tutti gli accordi commerciali internazionali in chiave strettamente nazionalista. America First, dunque; ma come ha fatto un simile outsider a conquitare Washington?

Laureato in economia ad Harvard, con alle spalle un lungo servizio da sottufficiale in Marina, Bannon si è distinto come direttore di Breitbart.com, sito web ultraconservatore salito agli onori delle cronache come principale antagonista dei canali mediatici tradizionali. Caustico, irriverente e decisamente poco ortodosso, l’ormai ex giornalista si è in breve tempo guadagnato l’inimicizia tanto dell’ala più progressista del Partito Democratico, di cui ha spesso criticato l’ipocrisia (senza nascondere una certa simpatia per il socialista Bernie Sanders), quanto dello zoccolo duro del GOP, i NeoCon, da lui  tacciati di aver guidato negli ultimi anni un partito ideologicamente obsoleto e asservito agli interessi delle grandi corporazioni. Un uomo solo contro tutti, in una battaglia che vede contrapposti i soddisfatti, figli di un sistema economico e politico globalizzato in cui sono riusciti ad integrarsi con profitto, e gli insoddisfatti, relegati nel limbo della precarietà e dell’irrilevanza da un’epoca in cui non si riconoscono. Proprio in Bannon questi ultimi hanno trovato un campione: e lui, forte del loro sostegno, ne ha imbrigliato la forza e l’ha piegata al suo volere, indirizzandola verso gli avversari di sempre nella fortunata scommessa elettorale – perché di una scommessa si è trattato – dello scorso anno.


Beninteso: Donald Trump mantiene saldo il controllo su un elettorato mai così vigoroso e ottimista. Ma, anche alla luce dell’esperienza oggettivamente limitata del tycoon, pare legittimo domandarsi chi, tra lui e il sagace californiano, sia il vero protagonista di questa inedita stagione politica. La risposta, per i più, è che sebbene entrambi condividano una visione pressoché identica degli Stati Uniti di domani, Bannon ha il fondamentale vantaggio di disporre dei mezzi per darle forma concreta: con una piattaforma d’informazione da 35 milioni di utenti al mese e una notevole – per quanto insperata – influenza sugli ambienti più radicali della compagine repubblicana, egli avrebbe potuto in effetti candidarsi alla presidenza in prima persona con ottime prospettive. Se non lo ha fatto, è perché gli manca l’attrattiva del simbolo, il fascino demagogico del deus ex machina che all’ultimo interviene a salvare tutto e tutti: tratti questi che ha trovato proprio nel magnate, senz’altro più avvezzo di lui alle folle e comunque non privo di una sua finezza. L’uno, in sostanza, non aspettava che l’altro. Bannon è uno strumento di Trump e viceversa, in un peculiare interscambio finalizzato, quantomeno nelle intenzioni, a ridare lustro ad un’America che sembra fatichi a trovare il suo posto nel mondo multipolare di oggi. Al Campidoglio si svolge così uno strano waltzer; gli occhi sono tutti rivolti verso la (o meglio, il) debuttante, ma a condurre le danze è un ballerino di certo molto più consumato.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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