“L’Avversario” di Emmanuel Carrère: una finestra sull’assurdità del male

Emmanuel Carrère (Credits: Flickr)

Emmanuel Carrère pubblica nel 2000 “L’Avversario”, un true crime destinato a diventare libro cult della letteratura francese contemporanea. Le vicende narrate ruotano attorno al personaggio di Jean-Claude Romand, noto criminale francese, condannato nel gennaio 1993 all’ergastolo. Romand è un pluriomicida, un bugiardo cronico e un narcisista diagnosticato. I crimini di cui si macchia sono atroci; le vittime, la sua famiglia: la moglie Florence, i loro bambini Caroline e Antoine di 7 e 5 anni, i vecchi genitori. Le stesse persone a cui apparentemente egli teneva di più, le stesse morte per mano sua.

Quando si è posti di fronte a un dramma di tale portata, l’unico pensiero capace di insinuarsi nella mente si racchiude in una parola: perché? Ed è questa la domanda che ossessionava anche Carrère, quando all’epoca dei fatti rimase talmente scioccato da quella terribile storia che decise di inviare una lettera a Romand chiedendogli di poter scrivere un libro sulla vicenda. Dopo un silenzio durato due anni, il 10 settembre 1995, arrivò la lettera di risposta. Carrère nel frattempo era andato avanti, aveva scritto un altro libro, “La settimana bianca”, vagamente ispirato al caso ed era convinto di essersi “liberato da quel genere di ossessioni.” Con il lascia passare di Romand e la sua disponibilità ad incontrarlo, però, Carrère non può che cedere nuovamente alla tentazione.

“E invece ero stato scelto (…) da quella storia atroce, senza volerlo mi ero messo sulla stessa lunghezza d’onda dell’uomo che ne era responsabile. Avevo paura. Paura e vergogna. Mi vergognavo davanti ai miei figli di occuparmi di quella storia. Ero ancora in tempo per fuggire? O la mia peculiare vocazione era proprio cercare di capirla, di guardarla in faccia?” 

La finalità dell’autore è quella di fornire un ritratto psicologico in grado di avvicinarsi il più possibile a quella che è la profonda ambiguità di Romand. Si tratta di un’operazione a dir poco complessa che nelle primissime pagine del libro verrà sostenuta con un’impalcatura narrativa da romanzo attraverso il racconto di colui che si profilerà essere forse l’unico amico di Romand, il signor Luc Ladmiral. In seguito, questo artificio cade bruscamente e si registra uno stacco secco con il resto del libro affidato alle parole dell’autore in prima persona. Carrère in un certo senso diventa un tassello fondamentale della vicenda, con cui è possibile identificarsi pienamente data anche la sua innegabile capacità di rimanere obiettivo e non pregiudizievole ma, allo stesso tempo, di far emergere profonde riflessioni circa il tema del male.

Ciò che affascina di più l’autore e di conseguenza il lettore è l’inaspettato connubio tra lo straordinario e il banale che pervade ogni frammento della storia. Con lo scorrere delle pagine, ho dovuto ricordare più volte a me stessa che ciò che tenevo tra le mani in quel momento non era un romanzo di fantasia, bensì la raccolta di fatti realmente accaduti. Questa consapevolezza, ogni volta, mi scioccava.

“Impossibile pensare a questa storia senza immaginare che sotto ci sia un mistero, una spiegazione nascosta. Il mistero, però, è che non esistono spiegazioni, e per quanto inverosimile possa sembrare questo è ciò che è accaduto.”

Gli omicidi commessi da Romand sono stati l’apogeo di una vita di menzogne. Egli nasce nel 1954 nel borgo di Clairvaux-les-Lacs, nella Francia orientale, figlio unico di Anne Marie e Aimé Romand. La madre era affetta da depressione in una famiglia in cui la sofferenza psichica era totalmente proibita, considerata poco più che un capriccio. L’unico confidente di Romand era il cane. Un fatto a cui, tra l’altro, l’avvocato delle difesa farà riferimento durante il processo e alla cui menzione l’imputato reagirà cadendo a terra sconvolto da convulsioni. Ripresa l’udienza affermerà:

L’accenno al cane mi ha ricordato tanti segreti della mia infanzia, segreti pesanti da portarsi dietro…Può sembrare indecente da parte mia parlare delle sofferenze della mia infanzia…Da piccolo non potevo parlarne perché i miei genitori non avrebbero capito, li avrei delusi (…). Ero sempre sorridente e credo che i miei genitori non avrebbero mai sospettato che ero triste (…) Magari sarebbero stati pronti ad ascoltarmi, come Florence del resto, eppure non sono mai riuscito a parlare… E quando rimani incastrato in questo ingranaggio, per non deludere, la prima bugia chiama la seconda, e poi vai avanti tutta la vita.

E’ cosi difatti è stato per Jean-Claude Romand. E’ andato avanti tutta la vita, 18 lunghi anni, fingendo di essere ciò che non era. L’evento scatenante può essere rintracciato in un esame di Medicina del secondo anno a cui egli non si presentò mai, essenziale per accedere al terzo. Questa mancanza verrà confessata all’amico Luc e la motivazione addotta da Romand per non scadere agli occhi colmi di stima del collega, sarà l’essere affetto da cancro. Sceglie un linfoma, “una malattia capricciosa, dall’evoluzione imprevedibile, grave ma non necessariamente fatale, che non impedisce a chi ne è affetto di condurre per anni una vita normale.”

Dal 1975 al 1985 Romand continuerà ad iscriversi sempre al secondo anno e puntualmente eviterà di dare esami. Ciò non toglie che egli seguisse i corsi, prendesse appunti e studiasse in biblioteca: fingere di frequentare richiedeva un’energia pari a quella necessaria per farlo sul serio. Negli anni universitari inizia la sua relazione con Florence, la quale si laurea in Farmacia mentre Romand le racconta di aver superato il concorso per diventare medico ospedaliero a Parigi. Per un periodo finge di lavorare all’INSERM di Lione, dopodiché inventa di essere stato messo a capo di un gruppo di ricerca presso l’OMS di Ginevra.

Incredibilmente, riesce a ingannare tutti. Per sopperire ai bisogni di una famiglia nel modo che ci si aspetta da una persona ricoprente il suo ruolo, Romand prosciuga i risparmi dei genitori, di altri parenti e, in seguito, anche dell’amante Corinne, facendo credere loro di investirli in una banca svizzera. Sarà proprio quest’ultima appropriazione indebita a far capire a Romand che la fine del suo sistema è vicina. Stavolta non si tratta di anziani che mettono da parte i risparmi di una vita per gli eredi, e quindi di soldi che non verranno chiesti indietro per un consistente arco di tempo, ma di un capitale che ben presto verrà preteso.

La data pattuita di riscossione è il 9 gennaio 1993 e Romand stabilisce che prima di quel giorno sarebbe morto. Nel frattempo trasferisce la carabina di suo padre a casa sua, compra delle munizioni, un silenziatore, un matterello e riempie due taniche di benzina al distributore. Compie queste azioni, a suo dire, nella persistente convinzione che si sarebbe suicidato: imperterrito continua a mentire a se stesso.

“(…) Sì, avrebbe dovuto essere calda e piacevole quella vita familiare. Loro credevano che fosse calda e piacevole. Ma lui sapeva che era marcia dentro e che niente, né un attimo, né un gesto, neppure il loro sonno, poteva sfuggire a quel marciume. Gli era cresciuto dentro e a poco a poco avrebbe divorato tutto dall’interno, senza che da fuori si vedesse niente, e ormai non restava nient’altro (…). Si sarebbero ritrovati nudi, indifesi, esposti al freddo e all’orrore, e quella sarebbe stata l’unica realtà. Quella era già l’unica realtà, anche se loro non lo sapevano.”

L’8 gennaio, un venerdì sera, uccide sua moglie Florence, in salotto, con un colpo di mattarello dietro la nuca. Subito dopo sale le scale, con due colpi di carabina uccide i suoi figli. Il giorno dopo, sabato, si reca dai genitori. I piatti sul tavolo lasciano immaginare che abbiano pranzato insieme, l’ultimo pranzo prima che Romand spari anche a loro.

Il padre era stato colpito alla schiena, la madre in pieno petto. Lei sicuramente, e forse entrambi, avevano saputo che stavano morendo per mano del figlio, sicché, nello stesso istante in cui avevano visto la morte (…), avevano visto dissolversi tutto ciò che aveva dato senso, gioia e dignità alla loro vita. Adesso, assicurava il parroco, vedevano Dio. (…) Persino i non credenti credevano in un qualcosa di simile: che nel momento del trapasso si veda scorrere in un lampo la pellicola della propria vita (…). Per i Romand, questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva significato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze del loro amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana: l’Avversario.”

Arrivato all’appuntamento con l’amante, tenta di uccidere anche lei, ma si ferma e la prega di non raccontare l’accaduto a nessuno. Tornato a casa appicca il fuoco e ingerisce una scatola di barbiturici scaduti, quando non riesce a sopportare più il fumo e il calore apre la finestra. Perde conoscenza ma sopravvive. È l’ennesimo tentativo fallito di suicidio per Jean-Claude Romand, talmente fallimentare che il processo seguente ruotava intorno allo stabilire se ci fossero davvero mai state delle intenzioni suicide.

Questo libro, in realtà, non fornisce risposte. Non si tratta di una difficoltà dell’autore nel trasmettere il proprio punto di vista, ma di un elemento congenito in storie di questo genere: l’unica risultante possibile è una serie infinita di punti interrogativi destinati a rimanere tali probabilmente per sempre. Ad esempio, non sapremo mai chi è il vero Jean-Claude Romand. Oggi in carcere è un detenuto modello, si è pentito, ha fatto la conoscenza di persone che hanno saputo apprezzarlo nonostante tutto. Eppure, nessuno può assicurarci che questa non sia che l’ennesima farsa del dottor Romand, “caduto ancora una volta nella rete dell’Avversario”.

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