Le città palestinesi: Betlemme

Veduta dall'alto del campo profughi

 

“E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele” (Matteo 2:6)

L’evangelista Matteo introduce la città di Betlemme citando le parole del profeta Michea, che aveva predetto in quel luogo la nascita del Messia. Oggi è una città molto diversa dai tempi di Gesù, ma mantiene delle caratteristiche uniche. Betlemme si trova leggermente a sud ovest di Gerusalemme e pur restando una dei siti più importanti per la cristianità, la maggioranza della popolazione è musulmana.

Murales del Muro

Scrivendo su Betlemme, è necessario discutere del muro di separazione israeliano. Un’ alta barriera di cemento separa, infatti, la periferia di Gerusalemme da Betlemme, con l’obbiettivo di dividere i territori israeliani da quelli palestinesi occupati. Tale barriera di separazione è contestatissima e illegale (secondo il parere della Corte Internazionale di Giustizia), in quanto annette di fatto terre palestinesi al di là della Linea Verde. Spesso il muro, che visto dall’alto sembra una ferita grigia sulle colline, separa le case dei palestinesi dai propri campi e limita fortemente la loro mobilità. In particolare, a Betlemme le colonne di cemento raggiungono i 9 metri di altezza e i controlli ai check-point sono molto severi. Nonostante il grande flusso di turisti, vista la vicinanza a Gerusalemme, i controlli sono spesso molto rigidi.

Usciti dal traffico caotico di Gerusalemme, dopo qualche minuto si è di nuovo ad aspettare in coda al check-point. Entrando nei territori, il passaggio è abbastanza veloce e senza controlli, giusto qualche sobbalzo per i rallentatori di traffico, mentre le torrette militari attorno sorvegliano i movimenti. La prima immagine dell’ingresso a Betlemme è un murales a forma di grosso fiocco rosa sul muro grigio cemento, con scritto al centro: “With love and kisses nothing lasts forever”. Betlemme si trova in zona A, ossia sotto il controllo dell’Autorità Palestinese guidata da Mahmoud Abbas, di cui si vede qualche vecchio manifesto nella piazza principale.

Visto l’alto numero di turisti internazionali, molti artisti stranieri hanno scelto questa zona per protestare contro la barriera di separazione, dipingendo moltissimi murales sul lato palestinese del muro. Pur essendo molto belli e colorati, restano purtroppo prodotti non della popolazione locale, ma di attivisti stranieri che non sempre colgono la situazione del posto. Se i disegni principali sono opere d’arte bellissime e articolate, molti graffiti si riducono a slogan mal scritti o a firme non ben distinguibili che sfigurano nel contesto.

"Ritorna oh Palestina"

Al contrario, i veri murales palestinesi si possono trovare tra le viuzze dei campi profughi, creati da artisti arabi, con scritte in arabo e, visto anche il contesto, molto più strazianti. A Betlemme esistono 3 campi profughi vicino alla città, il più grande dei quali è Aida, il quale forma un quartiere urbano. Oggi i campi profughi non sono più ammassi di tende, anche se la popolazione vi è stata costretta a vivere per molti anni in passato. Le abitazioni sono estremamente concentrate e sovrappopolate, senza alcun progetto urbanistico.

A segnare l’entrata ad Aida vi è un grande arco con al di sopra una chiave gigante, a ricordare al mondo che gli abitanti vogliono tornare alle loro case. La vita nel campo profughi non è facile, non ci sono spazi aperti né prospettive per il futuro. Due anni fa ho avuto modo di incontrare un ragazzo del campo profughi che aveva ricevuto una borsa di studio per poter studiare in Italia. Si era trasferito e oltre allo studio per mantenersi doveva anche lavorare. Poi i tagli alla cultura in Italia hanno fatto saltare la sua borsa, ed è dovuto ritornare ad Aida. Non è possibile descrivere a parole la malinconia nei suoi occhi.

Qualche giorno fa mi sono recato a Betlemme con due amiche e mentre visitavamo il campo siamo capitati nel mezzo di un’azione militare dell’esercito israeliano. Mentre entravamo c’era qualcosa di strano, visto che nessuno era in strada, e due ragazzi hanno fatto segnali al nostro tassista di fare inversione.  Poco più avanti, infatti, una pattuglia militare armata di tutto punto stava preparandosi a entrare nelle contorte viuzze del campo. Parlando con chi abita nei campi, sembra che questa sia una situazione molto frequente, con i soldati israeliani che entrano nelle case a qualsiasi ora.

Il caso dei campi dei rifugiati è il tipico esempio di circolo vizioso di violenza che purtroppo ha causato e causa tanto dolore a questa terra. La rabbia cresce nei palestinesi bloccati in questa situazione intollerabile, creando terreno fertile per i propagatori d’odio. I militari israeliani, dal canto loro, rispondono duramente, causando ancora più rancore.

Manger Square e la moschea di Omar

Fortunatamente Betlemme non è solo violenza e povertà, anzi, è una delle poche città palestinesi la cui economia ruota intorno al turismo. E’ un luogo di dialogo e di convivenza, dove il centro storico vede svettare il minareto della moschea di Omar di fronte alla chiesa della Natività. Attorno alla centrale Manger Square sono fiorite mille attività, dai ristoranti (come sempre ottimi) ai negozi di oggetti cristiani e artigianato palestinese, dal mercato ortofrutticolo tradizionale ai locali dove si possono acquistare alcolici. Alcuni bar e ristoranti hanno nomi fantasiosi e vengono fotografati da tutti i turisti, come ad esempio un originale “Stars & Bucks”. Sorprendentemente il locale sopravvive anche se recentemente è stata aperta in centro anche la famosa caffetteria con il brand originale. La globalizzazione si manifesta a 200 metri da dove Gesù è venuto al mondo… Che sia un segnale?

La chiesa della Natività è un complesso molto ampio, gestito da (anche se la definizione più adatta sarebbe diviso tra) diversi ordini religiosi cristiani. Se la chiesa è affollata da turisti, spesso lo spirito di riflessione e preghiera che dovrebbe connotare un luogo sacro come questo, va purtroppo “a farsi benedire”. In questo periodo la basilica è sotto restauro, ma viste le varie distruzioni nel corso dei secoli, ben poco resta da osservare dal punto di vista storico-artistico, con l’eccezione di qualche sparuto mosaico. In compenso, l’atmosfera è molto suggestiva, tra i candelabri che pendono dal soffitto e i decori tipici di una chiesa ortodossa.

L'ingresso alla basilica della Natività

Nonostante tutto, la basilica della Natività resta sempre un’esperienza toccante e profonda. Forse il momento più significativo è l’ingresso, attraverso quella che è chiamata la porta dell’umiltà. Per entrare nella chiesa infatti bisogna chinarsi sotto un vano molto basso e stretto. Il significato è semplice: Gesù è venuto al mondo come un neonato, e anche il pellegrino deve farsi piccolo. Un altro sito che regala emozioni intense è il sito della Natività vera e propria. Dopo aver aspettato pazientemente in coda, si scendono i gradini fino a un piccolo anfratto, dove una stella a 14 punte (come le generazioni da Davide a Gesù) segna il punto dove Maria ha partorito e Cristo è venuto al mondo. A pochissima distanza, vi è il luogo della mangiatoia in cui Gesù venne appoggiato.

La basilica della Natività non è l’unica attrazione turistica di Betlemme e dintorni. A una ventina di minuti di taxi si può visitare l’Herodion, i resti della tomba-fortezza di Erode. L’ambiente è molto suggestivo e la vista fantastica, anche se non sempre piacevole. L’Herodion infatti si trova in area C, ossia la parte dei territori controllata in toto dall’esercito israeliano e sotto occupazione. Dall’alto della fortezza si vedono purtroppo spuntare in molti punti insediamenti israeliani, più o meno sviluppati.

Non lontano da Betlemme si trova anche il monastero ortodosso di Mar Saba. Per arrivarci bisogna percorrere una contorta stradina in mezzo a deliziosi piccoli villaggi palestinesi, in cui la vita sembra scorrere lenta, con bambini che pascolano capre e donne che stendono il bucato. In mezzo a una spettacolare vallata, aggrappato a un crinale sorge il grande eremo di San Saba, in cui abitano, ritirati da tutto, alcuni monaci ortodossi. La vista è magnifica, specialmente al tramonto, insieme al rumore del vento che sfiora le grotte lungo la parete rocciosa e al fruscio lontano del ruscello sul fondo della valle. Una piccola utilitaria, a occhio e croce risalente agli anni 80, è l’unico mezzo nel parcheggio del monastero, accanto a un piccolo giardino di ulivi.

Insediamenti israeliani

Dopo tanta bellezza, è tempo di tornare dall’altra parte del muro, ma stavolta il check-point è tutt’altro che veloce. E’ indubbio che i controlli servano per garantire la sicurezza, ma troppo spesso questa diventa una scusa per ledere la dignità delle persone. La differenza le fanno le piccole cose, svolgere un lavoro bene e in poco tempo non significa essere sgarbati e frettolosi.

Chiunque abbia mai passato il check-point su un bus con un gruppo di turisti ricorda il momento in cui, sebbene tutti a bordo siano stranieri, una coppia di soldati passa fila per fila, posto per posto a controllare i passaporti. Nulla di male in ciò, un po’ meno positivo è vedersi passare un’arma automatica carica a pochi centimetri dal naso, vedere l’autista scendere ad aprire il bagagliaio e vederlo venir controllato due volte in quanto arabo. Fin qui sono episodi poco piacevoli, ma tutto sommato tollerabili, altre volte invece si assiste a episodi che non sono in alcun modo giustificabili.

Un paio di anni fa mi è capitato personalmente di vedere un ragazzo urlare qualcosa contro i militari e venir atterrato in pochi secondi (con qualche pugno in aggiunta mentre era a terra), ma subito dopo è stato di nuovo rilasciato. Quello che invece è successo pochi giorni fa mi ha lasciato ancora più l’amaro in bocca. Sul bus di linea 21, da Betlemme a Gerusalemme, si trovavano nella fila davanti a me due bambini, maschio e femmina sui 5-6 anni, con i genitori seduti nella fila accanto a tenerli d’occhio.

La barriera di separazione

Arrivati al check-point coloro che hanno un passaporto israeliano scendono, mentre gli altri restano a bordo e salgono due soldati a controllare. Uno di questi ultimi era chiaramente una recluta con poca esperienza, e con molta strafottenza a peggiorare questa mancanza. Non sforzandosi nemmeno di dire qualche parola in inglese, chiese sgarbatamente i documenti a tutti in ebraico. La famiglia di fronte a me aveva passaporto americano, ma erano di discendenza araba, il padre egiziano e la madre di famiglia giordana.

Nonostante fosse palese che la piccola famigliola non era assolutamente pericolosa, né poteva in alcun modo essere un rischio, i soldati hanno fatto scendere i genitori e i bambini con tutte le loro borse, semplicemente per la “colpa” di avere un nome arabo. Si è costretti così a guardare questa povera mamma che deve tenere buoni i figlioletti stanchi, e aspettare in piedi che il marito ritorni dal controllo passaporti, mentre l’autobus riparte perché non può più aspettarli. Prenderanno quello successivo probabilmente, ma il senso di ingiustizia che si blocca in gola non va via.

Veduta dall'alto del campo profughi
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SPRAZZI DI MEDIO ORIENTE Molti dei problemi (se non tutti) di questa regione e della sua comprensione sono causati dalla superficialità, dallo scarso studio, dalle “tifoserie” che si creano non andando in profondità nelle questioni. Spero che queste righe che scriverò, anche se saranno imprecise e fuggevoli (sprazzi appunto) servano da stimolo per approfondire, per interessarsi, per avere un punto di vista diverso sul Medio Oriente e alcune delle sue questioni.

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