Le fasi lunari iraniane: parte seconda

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All’interno del cosiddetto “corridoio sciita”, la Siria occupa il posto centrale per gli interessi iraniani e nella costituzione dell’ “asse di resistenza” sciita. Partendo da un punto di vista strettamente religioso, la componente settaria all’interno della politica siriana è sempre stata importante, ma ha assunto i caratteri della retorica “Sunniti vs. Sciiti” solo recentemente, a seguito delle proteste contro il governo nel 2011 e alle reazioni violente di Assad per stroncare le rivolte, le quali, provocando la frammentazione del regime, ha condotto quest’ultimo a fare affidamento sulla componente più fedele del governo e della società, ovvero quella alawita. A prova del fatto che l’elemento religioso non ha determinato una compattezza nelle relazioni Tehran-Damasco, almeno non fino al 2011, vi è il fatto che i legami con il clero iraniano non si sono rafforzati in modo significativo nel 1973, ovvero quando l’Ayatollah irano-libanese Musa al-Sadr dichiarò che gli alawiti erano una setta appartenente alla Shi’a, e non eretica. Al contrario, essi si sono consolidati a partire dal 1979, quando la neonata Repubblica Islamica si pose come acerrimo avversario del “regime sionista”.

Damasco doveva divenire il punto di collegamento tra l’Iran e gli Hezbollah libanesi, fondati nel 1982 in risposta all’invasione israeliana, e, probabilmente fino ad ora, unica vera e propria organizzazione sponsorizzata dal regime iraniano che abbia un’agenda politica totalmente in linea con l’Iran e che abbia conseguito dei risultati, data la fragilità dello Stato libanese che ha permesso anche ad altri Stati (Arabia Saudita) di finanziare le fazioni a loro più convenienti. La Siria è vitale per gli interessi iraniani in quanto svolge molteplici funzioni. Non solo funge da collegamento per Hezbollah, ma, dato che Israele controlla parte delle Alture del Golan siriane dal 1981, è anche un valido interlocutore per ostacolare il processo di pace palestinese sostenendo gruppi ostili ai negoziati come Hamas e Jihad Islamica Palestinese.

Incontro a Sochi dei Presidenti russo, iraniano e turco (Credits: Wikipedia Commons)

L’Iran sembrerebbe il vincitore del conflitto siriano in quanto è riuscito a mantenere al potere Assad, anche se si dovrà vedere in quali termini tale potere verrà effettivamente esercitato. Infatti, sebbene l’Iran abbia aumentato considerevolmente la propria influenza nella regione, esso non è l’unico attore direttamente coinvolto. Innanzitutto, Assad stesso pone delle riserve alle richieste iraniane, non essendo disposto a cedere ad un completo asservimento alle pretese di Tehran. Il 17 ottobre, il Generale iraniano Mohammad Hossein Bagheri si era recato a Damasco per rafforzare la collaborazione tra i due regimi: tra le richieste per proseguire il supporto alla causa di Assad, Bagheri ha chiesto la concessione di una base navale siriana mediterranea per un periodo di 50 anni; la costruzione di basi aeree su suolo siriano; concessioni per attività minerarie di estrazione di fosfati e uranio. Assad si è dimostrato molto cauto nel valutare tale lista di domande, e ha risposto che preferisce un approccio graduale, con l’intento di non indispettire l’alleato russo e il vicino israeliano.

Incontro di Re Salman con il Presidente Putin, a Mosca. (Credits: Wikipedia Commons)

Inoltre, sul piano estero, vi sono la Russia e la Turchia. Apparentemente, tra gli obiettivi del Cremlino vi è sì il mantenimento di Assad sul trono, ma Putin ha pure dimostrato di non voler rischiare di infastidire troppo il fronte arabo e danneggiare così le proprie relazioni economiche con questi Paesi: è in questo senso che si pone la visita di quattro giorni di Re Salman a Mosca in ottobre, seguita dalla stipulazione di 15 accordi economici (tra cui uno di 3 miliardi di dollari comprendente il sistema missilistico di difesa aereo S400 Triumph). Mosca, poi, sa bene che esasperare la situazione, permettendo una troppo pregnante e plateale presenza iraniana su suolo siriano, significherebbe attirarsi le ire di Israele. Questi, sulla scorta di passate dichiarazioni, tra cui quella del 27 novembre che minacciava di radere al suolo qualsiasi forza iraniana entro 40 km dal confine con il Golan (distanza di sicurezza assicurata da Assad a Netanyahu tramite Putin), potrebbe decidere anche di dichiarare guerra alla Siria (con il pretesto di cacciare le infiltrazioni di Hezbollah, o le numerose milizie sciite accampatesi in prossimità) e vanificare così tutti gli sforzi russi impegnati durante la guerra civile per mantenere basi navali e aeree nella regione.

La Turchia, d’altra parte, non ha mai nascosto di essere scesa in campo contro il regime siriano per deporre Assad, per poi riallinearsi a fianco di Tehran e Mosca e sostenerlo per prendere parte alle trattative che riassesteranno l’aspetto politico siriano e, nel frattempo, assicurarsi che i Curdi non costituiscano uno Stato indipendente. Nondimeno, Erdoğan ha fatto sapere, il 27 novembre, che, fintanto che Assad rimarrà al potere in Siria, sarà più complicato raggiungere la pace nella regione. Infine, sul piano interno, vi è la delicata questione delle opposizioni siriane, le quali, pur essendo state sconfitte, dovranno trovare un proprio spazio all’interno del futuro della Siria in forza dell’aiuto dell’Arabia Saudita sanzionato dalle Nazioni Unite, e che hanno già fatto sapere, durante i negoziati di Ginevra ricominciati martedì 28, che non accetteranno la presenza di Assad in Siria.

Il Paese dei cedri è divenuto recentemente terreno di battaglia della “Guerra Fredda mediorientale” tra Iran e Arabia Saudita. L’attacco saudita in Libano si differenzia dalle precedenti intromissioni iraniane e saudite nella regione per il fatto che questa volta si tratta di una vera e propria aggressione (non militare, per il momento, e poco plausibile) ad un’organizzazione (Hezbollah) che è indissolubilmente legata al regime iraniano: a differenza degli Houthi in Yemen, o delle milizie sciite in Iraq e Siria, Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha un’agenda politica in linea con quella iraniana, in quanto intrisa di due fattori comuni: fervore rivoluzionario e “Khomeinismo”.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ad un incontro con il Rahbar iraniano Ali Khamenei. (Credits: Wikipedia Commons)

L’offensiva saudita ha cercato di travolgere il Premier libanese Saad Hariri, figlio di Rafiq Hariri, ex-Primo Ministro libanese filo-saudita assassinato nel 2005 e del cui omicidio Hezbollah è fortemente sospettato. Saad Hariri è, oltre che libanese, cittadino saudita e francese, divenuto Premier nel 2016 (per la seconda volta) dopo la nomina ufficiale da parte del Presidente Michel Aoun nel dicembre dello stesso anno; inoltre, l’Arabia Saudita ha finanziato e supportato Hariri fin dal suo primo mandato in Libano, nel 2009. Durante una visita di Hariri a Riyadh, il 4 novembre, periodo in cui erano in pieno regime le purghe saudite innescate da Mohammed bin Salman, la televisione di Stato saudita ha riportato in diretta le dimissioni di Hariri, il quale ha accusato Hezbollah e Iran di attentare alla sua vita e di destabilizzare il Libano. Sia Nasrallah che Rouhani hanno respinto le accuse, e hanno a loro volta accusato l’Arabia Saudita di aver effettuato pressioni su Hariri affinché si dimettesse dalla propria carica, così da indebolire il Libano e gettare nel caos la popolazione. Poco dopo, a partire dal 9 novembre, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein hanno invitato i propri cittadini che si trovavano in Libano a lasciare il Paese, in quanto, come ha affermato la televisione di Stato saudita in seguito ad un missile lanciato, il 4 novembre stesso, da un porto yemenita verso la capitale Riyadh e prontamente intercettato dal sistema anti-missilistico di difesa saudita, il Libano aveva dichiarato guerra all’Arabia Saudita. Il Ministro degli Esteri saudita Adel bin Ahmad al-Jubeyr ha affermato, due giorni dopo l’attacco missilistico, che il missile era di fabbricazione iraniana, operato da miliziani di Hezbollah e lanciato da una postazione Houthi.

Il Presidente francese Emmanuel Macron, che in quei giorni si trovava negli Emirati per l’inaugurazione del Louvre Abu Dhabi e il cui Paese detiene diversi legami storici ed economici in Libano, si è recato il 10 novembre a Riyadh per cercare di appianare le divergenze, assicurando di aver incontrato Hariri e di averlo trovato in stato di libertà. Tuttavia, questa versione stride con il racconto di diverse fonti vicine ad Hariri, che hanno testimoniato come l’arrivo del Primo Ministro a Riyadh, il 4 novembre, fosse stato accolto dalle forze di polizia che lo avrebbero messo sotto arresto domiciliare.

Il Primo Ministro libanese Saad Hariri. (Credits: Wikipedia Commons)

L’odissea di Hariri trova una spiegazione nell’economia delle dinamiche mediorientali, in particolare se si prendono in considerazione alcuni dati. Innanzitutto, Hariri, sostenuto dall’Arabia Saudita, ha accettato l’ingresso di Hezbollah in un Governo di Unità nazionale per salvaguardare alla stabilità del Paese, dopo che il Presidente Michel Aoun, cristiano simpatizzante di Hezbollah, aveva esercitato pressioni per un coinvolgimento maggiore del gruppo sciita. Questo ha suscitato l’irritazione di Casa Saud, ma le più serie preoccupazioni sono avvenute in seguito, a partire da giugno, quando era stata approvata una nuova legge elettorale proporzionale con la quale i Libanesi avrebbero dovuto votare per le prossime elezioni politiche di maggio 2018: una legge che avrebbe assicurato stabilità al Paese, ma rischiato di avvantaggiare la forza politica di Hezbollah. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, probabilmente, è stato poi un incontro avvenuto il 3 novembre tra Hariri e Ali Akbar Velayati, il Consigliere per la politica estera della Guida, conclusosi con l’auspicio dei due politici di una più salda collaborazione nella lotta al terrorismo regionale.

L’Arabia Saudita ha avuto la percezione di perdere anche l’ultimo ostacolo al controllo di Hezbollah sul Libano e di venir accerchiata da quella che il Principe ereditario saudita ha definito la “Luna piena sciita”. Questo senso di accerchiamento è dovuto anche al fatto che Riyadh non gode di un allineamento completo di interessi tra i propri obiettivi e quelli dei suoi alleati nel Golfo Persico (allineamento che invece intercorre tra Hezbollah e Tehran). Al contrario, all’interno del GCC, membri come Bahrein e Oman (ma anche Kuwait) hanno da sempre mostrato legami assai ambigui con l’Iran, o dove, addirittura, ad una risposta violenta nei confronti del Qatar è corrisposto un riposizionamento degli interessi di quest’ultimo verso Turchia e, quindi, Iran, attraverso un accordo economico firmato il 26 novembre tra i tre Stati. È in questo contesto di grave crisi di legittimità saudita che si pone l’attacco contro il Libano, Hezbollah e Iran; un’azione appoggiata dal Presidente americano Donald J. Trump e, in modo più cauto ma ugualmente fermo, da Israele, che mira a gettare confusione nei ranghi sciiti, compromettere il processo di pace siriano e convogliare così forze e risorse iraniane dal Golfo Persico, dalla Siria e dall’Iraq alla roccaforte libanese di Hezbollah.

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Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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