Le fasi lunari iraniane: parte terza

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L’altro Stato che, oltre alla Siria, è rimasto intrappolato negli sviluppi delle cosiddette “Primavere arabe” è lo Yemen, il quale, da una rivolta popolare contro il Presidente Ali Abdullah Saleh nel 2011 e la sua deposizione, è passato ad un accordo di transizione sponsorizzato dal GCC e dalla Risoluzione 2014 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e istitutivo di un Governo di Unità nazionale presieduto dal partito di Saleh, il Gpc, e dal fronte dell’opposizione, Islah, nel quale si riuniscono vari gruppi, tra cui Fratelli Musulmani e Salafiti yemeniti. In seguito alle elezioni politiche del 2012, Rabu Mansour Hadi, già vice di Saleh, divenne il nuovo Presidente ad interim fino alle elezioni previste per il febbraio 2014 (e che non verranno mai effettuate), mentre a Saleh e alla sua cerchia di militari venne concessa l’amnistia. Nel gennaio 2014 venne varata una nuova Costituzione, frutto del lavoro di una Conferenza di dialogo nazionale dove avevano preso parte ai lavori sia il Movimento Meridionale (al-Hiraak al-Janubi) pro-Hadi sia il gruppo degli Houthi (Ansarullah), élite religiosa (e non tribale) degli sciiti zaiditi originari del Nord del Paese e rivendicativi di una maggiore autonomia dal Governo di Sana’a.

Il processo di pace si incrina in seguito ad una serie di azioni impopolari da parte di Hadi. Già nel 2012, Hadi decise di ristrutturare il settore della sicurezza, feudo personale di Saleh, causando la sua irritazione, acuita anche dallo scioglimento della Guardia Repubblicana (guidata ancora da Ahmed Ali Saleh, figlio ed erede di Saleh) e dalla smobilitazione della Prima Divisione Armata del Nordovest dell’Esercito (guidata dal Generale Ali Mohsen al-Ahmar, alleato di Saleh ma cui voltò le spalle nel 2011); Hadi sostituì i vertici militari con i propri fedeli della regione meridionali di Abyan, ma i soldati rimasero, per la maggior parte, fedeli a Saleh. Inoltre, nel 2014, Hadi proseguì con una riforma federale del Paese, la quale divideva il territorio in sei macro-regioni, quattro al Nord e due al Sud, ma che fu da subito osteggiata dagli Houthi, dato che questi ultimi lamentavano il raggruppamento dei loro territori (Sa’da, Amran, Sana’a e Dhammar) in un’unica entità amministrativa (Azal) densamente popolata, priva di risorse e sbocchi marittimi.

La capitale dello Yemen, Sana’a. (Credits: Wikipedia Commons)

In tal modo, si arrivò ad un compromesso tra le forze di Saleh e quelle degli Houthi, i quali, stringendo un’alleanza e mettendo da parte gli antichi risentimenti (tra il 2004 e il 2010, Saleh, appoggiato dai Sauditi, aveva combattuto gli Houthi e Al-Qaeda nella Penisola Arabica, AQAP), tra la primavera del 2014 e il settembre dello stesso anno occuparono la capitale Sana’a, cacciando Hadi e creando un proprio governo. Hadi trovò rifugio in Arabia Saudita, la quale, dal 26 marzo 2015, ha intrapreso una serie di bombardamenti (insieme agli Emirati Arabi Uniti) contro le postazioni degli Ansarullah e instaurato un Governo provvisorio ad Aden. Gli schieramenti in campo sono fluidi e confusi. Da una parte vi è una coalizione di “filo-governativa” che, tuttavia, comprende gruppi eterogenei (comitati popolari pro-Hadi, Fratelli Musulmani, Salafiti, indipendentisti del Sud, milizie tribali e jihadisti) legati assieme dal solo obiettivo di sconfiggere gli Houthi. Questi, d’altra parte, guidati da Abdel Malek, fratello del fondatore del movimento Husayn al-Houthi, sono appoggiati dall’Iran, il quale invia armi e rifornimenti (a fronte dell’embargo endemico che i Sauditi impongono ai porti Houthi) ai ribelli. L’alleanza che al momento intercorre tra Saleh e gli Ansarullah, tuttavia, mostra segni di deterioramento, in quanto l’ex-Presidente cerca di trovare una via di compromesso con la Coalizione del GCC.

Mappa della Guerra civile yemenita (verde=zone ribelli; rosso=zone governative; giallo=zone di AQAP). (Credits: Wikipedia Commons)

Oltre a questi attori, ve ne sono altri: ad esempio, dal maggio 2017, Aden è sede anche di un terzo governo, quello del Consiglio di Transizione del Sud, guidato dall’ex-Governatore indipendentista di Aden, Aidarous al-Zubaidi e appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti (denominata la “Piccola Sparta del Medioriente”, grazie alle brillanti azioni militari condotte dalle Security Belt Forces); il Generale Ali Mohsen al-Ahmar, il quale oggi è al fianco di Hadi come suo vice, ma che potrebbe inscenare un secondo voltafaccia e divenire l’interlocutore privilegiato dell’Arabia Saudita. Inoltre, dopo la messa al bando del Qatar, considerato, oltre che un collaborazionista iraniano, uno sponsor del terrorismo dei Fratelli Musulmani, gli Emirati hanno ritirato il proprio sostegno al partito Islah (dove milita, tra altri, la Fratellanza), sostegno politico di Hadi in Yemen, portando così ad un indebolimento del già martoriato fronte del GCC. Infine, nelle regioni centro-meridionali, vi è AQAP che detiene ancora piccoli centri di potere.

Il coinvolgimento iraniano a favore degli insorti di Ansarullah è sicuramente presente, come testimoniato, ad esempio, dal ritrovamento di alcuni missili Scud di fabbricazione sovietica con modifiche di gittata attribuibili all’Iran e a Hezbollah (Qaher 1, Qaher 2, Burkan 1, Burkan 2). Nondimeno, gli Houthi non sono Hezbollah: essi non condividono un’agenda politica in linea con quella di Tehran (per non parlare della presunta vicinanza religiosa), e il supporto economico e militare della Repubblica Islamica probabilmente rispecchia non tanto una volontà di controllo e di soft power in Yemen, quanto piuttosto un tentativo di distogliere le attenzioni saudite dal contesto ben più importante e fruttuoso (rispetto agli interessi iraniani) delle regioni siriana e iraqena. Ciononostante, la Politica estera iraniana non è dettata solamente dal Governo: un attore fondamentale rimane l’IRGC, e non è escluso che alcuni membri di questo Corpo premano sul Presidente e su Rahbar per un maggior coinvolgimento nella regione, anche a fronte del palese indebolimento del fronte arabo.

Da tutte queste dinamiche, è evidente che l’Iran è uscito rafforzato dalla fine delle rivoluzioni arabe. La sua influenza regionale, che già era presente prima del 2011 in Iraq, Siria e Libano, si è consolidata e in alcuni casi anche aumentata. Tuttavia, va detto che sussiste una differenza qualitativa e in termini di scopo tra i vari scenari regionali: se Iraq, Siria e Libano rimangono delle priorità per l’agenda politica di Tehran, lo Yemen agisce più come elemento di disturbo nei confronti del rivale saudita, il quale, tra l’altro, ha rivelato la propria debolezza nell’inefficace conduzione delle operazioni militari contro i ribelli. Inoltre, non si può nemmeno dire che l’Iran detenga il controllo incondizionato dei tre Stati del Levante: gli attori, interni ed esterni, sono diversi e ognuno con propri obiettivi, e pongono dei paletti come argine alle pretese iraniane. L’obiettivo iraniano sembrerebbe essere un altro rispetto alla soggiogazione degli Stati altrui e parzialmente in linea con l’affermazione di Henry Kissinger rilasciata in un’intervista nel maggio 2008: “Iran must decide whether it’s a nation or a cause.”.

In Iraq, Siria, Libano, Yemen e Palestina, la Repubblica Islamica appoggia quei gruppi “rivoluzionari” o di “oppressi” che criticano e combattono o un regime percepito come ingiusto e tirannico (Daesh contro Siria e Iraq), o una forza straniera dominante (Israele in Siria, Libano e Palestina), con l’obiettivo di esaltare la propria legittimità in Medioriente. Il senso di accerchiamento, acuito dalle invasioni americane di Afghanistan e Iraq, non ha fatto altro che aumentare il supporto a questi gruppi, alcuni dei quali anche poco in sintonia con Tehran, come i Talebani; inoltre, il tentativo fallito dell’Arabia Saudita, in posizione di primazia rispetto all’Iran all’epoca, nel 2011, di destituire Assad e spezzare così il legame che sussisteva tra Beirut, Damasco e Tehran, ha portato l’Iran ad impegnarsi maggiormente nella regione, approfittando anche delle fratture consumatesi all’interno del fronte arabo-sunnita e dall’arretramento dell’Arabia Saudita stessa.

L’Ayatollah Ali Khamenei partecipa ad una cerimonia militare. (Credits: Wikipedia Commons)

Si potrebbe dire, quindi, che molte delle azioni iraniane, fin dal 1982 e l’invasione israeliana del Libano e la successiva creazione di Hezbollah, siano state delle reazioni ad attacchi a vicini e alleati percepiti come delle minacce implicite di regime change e di integrità dello Stato. La via della conciliazione, individuando i giusti interlocutori all’interno della Repubblica Islamica, potrebbe condurre ad un ridimensionamento dell’influenza iraniana, come più volte ventilato anche dal Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif.

In conclusione, probabilmente è esagerata la premonizione di un’egemonia iraniana in Medioriente, così come lo è la percezione di una vittoria schiacciante degli interessi iraniani in Paesi come Siria e Iraq; considerata la presenza di attori come la Russia, la Turchia e Israele, difficilmente l’azione di Tehran potrà andare oltre al finanziamento delle milizie sciite già in loco e senza che i tre Stati intervengano per smorzare l’efficacia di queste. Certo è che, a seguito della fortissima crisi di legittimità saudita, del vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti, prima, e da Daesh, poi, in Iraq, e dall’assenza di impegno americano nella regione, risulta ancora più difficile individuare un percorso di ricostruzione del Medioriente in cui non sia determinante l’impegno iraniano, a livello economico e forse militare; piaccia o non piaccia.

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Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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