Le fragilità dell’Arabia Saudita – Pt.1

Nel Medio Oriente, gli eventi degli ultimi anni sembrano dimostrare che il sistema di Stati consolidatosi nell’arco dell’ultimo secolo sia in profonda crisi. La conseguenza più evidente è stata la trasformazione dell’intera regione in un immenso campo di battaglia, sul quale le varie potenze regionali (e non solo) cercano di far valere i propri interessi. Tuttavia questo grande caos potrebbe non essere il “peggiore dei Medio Orienti possibili”: uno dei dati emersi nel corso di questo turbolento 2015 è infatti la difficoltà in cui si trova l’Arabia Saudita e senza adeguate cure molti dei sintomi presentati potrebbero aggravarsi, rendendo la situazione davvero complicata.

Il primo fronte è quello economico. L’Arabia Saudita detiene il primato mondiale nell’esportazione di petrolio ed è la principale fautrice dell’attuale basso regime del prezzo del barile. Nel novembre 2014 lo scenario interazionale dei produttori di petrolio vedeva un’importante crescita dell’industria statunitense di “shale oil” (il barile superiore ai 110$ permetteva di ricavare ampi profitti nonostante gli alti costi d’estrazione) che rendeva gli USA sempre più indipendenti dal punto di vista energetico, a fronte di una domanda sostanzialmente invariata. Il un tale contesto è dunque maturata la decisione di casa Sa’ud di non tagliare la produzione in sede OPEC per stabilizzare il prezzo ma anzi di aumentare l’estrazione petrolifera: il prezzo del barile è pertanto crollato, arrivando presto sotto quota 50$/barile. L’aggressiva politica dei prezzi saudita mirava a mettere fuori mercato i produttori di petrolio non-convenzionale USA e i rivali geopolitici (Iran in primis e Russia in secundis, entrambi colpevoli di sostenere il presidente siriano Assad) puntando sull’alta efficienza e sui bassi costi d’estrazione dei propri campi petroliferi. Tuttavia un’economia basata all’80-90% sulle esportazioni di petrolio come quella saudita ha risentito del calo del barile, e nel 2015 il deficit di bilancio si aggira attorno al 20%. Se poi si prende in conto che il consumo di energia interna aumenta di anno in anno (restringendo la quantità di barili destinati all’esportazione) e che l’intervento militare in Yemen e la prodigalità necessaria al nuovo re Salman per garantirsi la lealtà del paese stanno ipotecando non poche risorse finanziarie, il quadro può risultare allarmante.

La variazione del prezzo del barile nel 2015

Tuttavia casa Sa’ud dispone di un’ingentissima riserva di valuta estera, alla quale sta ricorrendo in questi mesi per sostenere le spese. Ovviamente il modello non è sostenibile, ma ai sauditi non interessa: tagliare la spesa sociale è politicamente impossibile in un regno dove la fedeltà dei sudditi è assicurata da un elevato tenore di vita dovuto alla pioggia di denaro con cui casa Sa’ud innaffia la popolazione. Il basso prezzo del petrolio è considerato a corte come un male eccezionale di cui servirsi quanto basta (le riserve valutarie a circa 650mld$ dovrebbero garantire un’autonomia di qualche anno) per mettere in ginocchio rivali geopolitici e concorrenti economici, in modo da tornare a far girare la produzione petrolifera globale attorno ai pozzi sauditi. Col tempo poi i prezzi dovrebbero risalire fino ad un livello accettabile per la sostenibilità finanziaria del regno, che nel frattempo si sarebbe impadronito di una gran fetta di mercato. Il rischio della scommessa saudita è però facile da individuare: quando il prezzo del petrolio tornerà ad aumentare? La settimana scorsa il barile è sceso fino a 36$/b, il prezzo più basso mai registrato dopo il 2004. Il bassissimo tasso di aumento della domanda mondiale di petrolio poi non suggerisce che l’indice tornerà a crescere nel breve periodo e alcune stime (come quelle dell’Agenzia Internazionale dell’Energia) prevedono che, ai ritmi attuali, il livello di 85$7b non sarà raggiunto che nel 2040. Questo caso è forse il peggiore degli scenari possibili ma rende l’idea di quando rischiosa possa diventare la scommessa saudita, che però per il momento sembra ben funzionare.

Salman, re d’Arabia Saudita

Un fattore non meno preoccupante è la frattura latente in seno alla famiglia reale. Quando a fine aprile re Salman a colpi di decreti ha ristrutturato la gestione interna saudita, il ramo familiare che ne ha tratto vantaggio è quello dei “Sudairi” (così detti poiché discendenti dal matrimonio del fondatore del regno Abdalaziz ibn Sa’ud con la principessa Hassa al-Sudairi), a cui appartiene lo stesso sovrano: il nuovo corso ha imposto Muhammad bin Nayef (nipote del re) e Muhammad bin Salman (figlio del re) in posti chiave per la gestione dello Stato, designandoli oltretutto come erede e vice-erede al trono. E’ la prima volta in assoluto che dei membri della vastissima generazione dei nipoti di Abdalaziz diventano eredi. Se re Salman ha cercato di dare una certa stabilità e continuità alla corona in mezzo alla tempesta che colpisce il Medio Oriente, la riottosa famiglia dei Sa’ud ha però mal digerito questa concentrazione di potere. In settembre un anonimo principe saudita appartenente alla terza generazione reale (quella a cui appartengono i due nuovi eredi) ha pubblicato due lettere in cui svelava il malcontento serpeggiante tra i membri di casa Sa’ud: il principe sosteneva che la percezione diffusa fosse che re Salman e i suoi fidati stessero portando il regno alla rovina e invitava quindi gli ultimi figli rimasti di Abdalaziz ibn Sa’ud ad unirsi per rovesciare con un colpo di palazzo l’attuale sovrano. Sebbene pubblicamente alle lettere non ci sia stato ampio seguito, non è da escludere che nelle stanze più profonde dei palazzi reali a Riyad si stiano organizzando gruppi di principi-congiurati pronti a deporre il re. Il che oltretutto non sarebbe la prima volta nella storia recente saudita.

Moschea della Mecca, uno dei massimi centri religiosi del regno saudita e del mondo musulmano

A rendere inquieti i sonni di casa Sa’ud c’è poi la concreta possibilità che le divisioni e le contraddizioni interne al paese esplodano. Bisogna infatti ricordare che l’Arabia Saudita è nata nei primi decenni dei XX secolo grazie al processo di conquista che Abdalaziz condusse dall’interno desertico del paese verso quelle altre regioni che oggi compongono il regno: una costruzione dello Stato non concordata e condivisa ma imposta con la spada dunque. C’è inoltre la natura wahhabita dell’Arabia Saudita. La lettura sunnita particolarmente puritana e integralista dei testi coranici che sta alla base della monarchia è il frutto di un patto tra dinastia saudita e clero appunto wahhabita siglato nel XVIII secolo ma valido ancor’oggi: gli ‘ulama (dotti islamici) wahhabiti si impegnano a sostenere politicamente la dinastia Sa’ud che a sua volta si impegna a difendere una versione wahhabita dell’Islam. La scoperta del petrolio è stata poi la fortuna del paese, che tuttavia vive in una costante contraddizione tra l’impulso alla modernizzazione trainata dal benessere economico e la stretta osservanza dei precetti coranici. Oggi queste peculiarità saudite tornano a galla, rischiando d’indebolire il regno.

Al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico

In primo luogo, nel conflitto strisciante con l’Iran sciita, Riyad si appella alla propria identità fermamente sunnita-wahhabita: ciò tuttavia comporta un aumento della tensione nella regione saudita che si affaccia sul golfo, abitata in maggioranza da sciiti. Questi lamentano da tempo forti discriminazioni da parte delle autorità, le quali temono che la minoranza sciita possa rivelarsi la quinta colonna dell’Iran all’interno del regno: nel clima di forte settarismo dunque sono loro i primi ad averne fatto le spese, subendo attacchi da parte di fanatici sunniti spesso ispiratisi alla retorica wahhabita ufficiale del regno, repressione e incarcerazioni politiche. L’importanza della regione orientale è poi fondamentale: se mai gli sciiti sauditi operassero la secessione, essi porterebbero con sé gran parte della ricchezza petrolifera del paese, essendo la grande maggioranza dei pozzi petroliferi sauditi in quei territori. In secondo luogo la tensione tra modernità e tradizione può dare spazio all’infiltrazione dello Stato Islamico in Arabia Saudita: al-Baghdadi ha sempre considerato casa Sa’ud come apostata condannandone le poche aperture alla società occidentale e l’alleanza con gli USA. Se poi il discorso istituzionale saudita è rivolto alla condanna dell’ISIS, è vero che lo zelo religioso che caratterizza il regno porta una porzione dei suoi sudditi e dirigenti a simpatizzare per la causa del califfo: come reagirebbero questi se un pugno di intransigenti impugnassero le armi per reclamare un’applicazione ancora più pura della legge coranica nella stessa Arabia Saudita (come avvenne con la presa della Grande Moschea di Mecca nel ’79)? La prospettiva non è fantapolitica dato che nel recentissimo audio-messaggio emesso dal califfato al-Baghdadi invita tutti i sauditi a rivoltarsi contro i “falsi musulmani” alla guida del regno.

Continua nella seconda parte

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Image credits: commons.wikimedia.org

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Studente triennale del SID, interessato di politica internazionale ma per fortuna non solo di quella. Italiano di nascita ma latinoamericano per vocazione, mi piace pensare di poter avere qualcosa d'interessante da dire.

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