Le letture di SconfinArte II edizione

L’uomo della società moderna. Da qui siamo partiti con l’intenzione di raccontare, evocare, fotografare un tema sicuramente ampio e in mille modi interpretabile, ma che fosse comunque individuabile come un ‘fil rouge’ che unisse tutti i testi letti giovedì sera, durante la seconda edizione di SconfinArte. Una serata di musica, letteratura, fotografia e – perché no – cucina! Cultura e arte scelte e servite dalla nostra Redazione, per tutti. Ecco allora tutti i testi letti tra luce soffusa, note musicali e buona compagnia.

* * *

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Ogni cosa rappresenta una minaccia per il giovane: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra i grandi. È duro imparare la propria parte del mondo. […] Le condanne erano inappellabili, le affermazioni perentorie: «Voi state per morire». Quelli della mia età, a cui s’impediva di riprender fiato, oppressi come vittime a cui si tenesse la testa sott’acqua, si chiedevano se in qualche luogo rimanesse un po’ d’aria; tuttavia dovevano ingegnarsi per raggiungere le proprie specie di annegati. […] Possono ben dirci che questa è l’età delle coscienze inquiete: la cosa non c’impedisce di temere per la nostra pelle, di soffrire delle mutilazioni che ci aspettano; dopo tutto non ignoriamo come vivono i nostri genitori: goffamente infelici come gatti che hanno la febbre o capre che soffrono il mal di mare. Dove stava il nostro malanno? In che parte della nostra vita? Quello che sapevamo eccolo qui: gli uomini non vivono come dovrebbe vivere un uomo. Ma ancora ignoriamo gli elementi che compongono la vita vera; i nostri pensieri sono tutti negativi. Il famoso Alain ci dice, sì: «Pensare è dire di no», ma solo lo spirito del male nega eternamente. Verrà il momento in cui lo spirito non paventerà più le proprie adesioni: allora l’uomo arrossirà per essersi per tanto tempo limitato alla difensiva.

Paul Nizan, Aden Arabia

 

Come scorre la vita dunque? Giorno dopo giorno ci sforziamo con risolutezza di fare la nostra parte in questa commedia fantasma. Da primati quali siamo, la nostra attività consiste essenzialmente nel mantenere e curare il nostro territorio affinché ci protegga e ci soddisfi, nell’arrampicarci o almeno non scendere nella scala gerarchica della tribù, nel fornicare in tutti i modi possibili – foss’anche solo con la fantasia – sia per il piacere che per la discendenza promessa. Allo stesso modo usiamo una parte non trascurabile della nostra energia per intimidire o sedurre, poiché queste due strategie da sole assicurano la brama territoriale, gerarchica e sessuale che anima il nostro conatus. Ma niente di tutto ciò raggiunge la nostra coscienza. Parliamo di amore, di bene e di male, di filosofia, di civiltà, e ci attacchiamo a queste rispettabili icone come una zecca assetata al suo cagnone caldo.

Tuttavia talvolta la vita ci pare una commedia fantasma. Come strappati da un sogno ci guardiamo agire e, raggelati nel constatare il dispendio vitale necessario a conservare i nostri requisiti primitivi, ci chiediamo sbigottiti che cosa ne è dell’Arte. D’improvviso le nostre smorfie frenetiche ci sembrano il colmo dell’insensatezza, la nostra casetta confortevole, frutto di un debito ventennale, una vana usanza barbara, e la nostra posizione nella scala sociale, tanto dura da conquistare e così eternamente precaria, una logora vanità. Riguardo alla nostra discendenza, la contempliamo con occhio nuovo e inorridito perché, senza gli abiti dell’altruismo, l’atto della riproduzione appare profondamente fuori luogo. Restano solo i piaceri sessuali; ma, trascinati nel fiume della miseria primigenia, vacillano come tutto il resto, poiché la ginnastica senza amore non rientra nel quadro delle nostre lezioni imparate a memoria.

L’eternità ci sfugge.

Nei giorni in cui tutte le credenze romantiche, politiche, intellettuali, metafisiche e morali che anni di istruzione ed educazione hanno tentato di imprimere in noi crollano sull’altare della nostra natura profonda, la società, territorio attraversato da grandi onde gerarchiche, affonda nel nulla del Senso. Fuori i poveri e i ricchi, i pensatori, i ricercatori, i potenti, gli schiavi, i buoni e i cattivi, i creativi e i coscienziosi, i sindacalisti e gli individualisti, i progressisti e i consevatori; non sono che ominidi primitivi i cui sorrisi e le cui smorfie, le andature e le acconciature, il linguaggio e i codici, inscritti nella mappa genetica del primate medio, significano solo questo: mantenere la posizione o morire.

In questi giorni avete disperatamente bisogno dell’Arte. Aspirate ardentemente a riavvinarvi all’illusione spirituale, desiderate ardentemente che qualcosa vi salvi dal destino biologico, affinché la poesia e la grandezza non siano del tutto estromesse da questo mondo.

Muriel Barbery, L’eleganza del riccio

 

L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

Pier Paolo Pasolini, da La Guinea

 

con le narici all’aria come una lepre,
sul balcone

annuso il vento che viene dalle vette
quasi nevose

odore di rami neri, foglie gialle,
freddo che scende

rendendo obsolete le mie vecchie attese

raccolgo la treccia alla quale nessuno
si appese

che posso fare per te oggi, paese?

 

sto cercando di ammazzare novembre
ormai
mi sono già squagliata su tutti i
terrazzi

di queste palazzine di provincia
colando pendendo in stalattiti esitanti
su strade percorse troppe volte
ad ogni angolo amori finiti

allargano le braccia come madonne di
pietra
inutile pregare ancora
le giornate hanno il colore della
nebbia di novembre: verde, giallo e rosso
sfumati
tintinno e tremo come un bicchiere a un
matrimonio

non so più cosa devo annunciare

 

hai le mani abbastanza bagnate
non spremermi più non ho niente da dire
dello scorso natale in particolare ricordo soltanto:
ero ignara
che ai margini delle nostre campagne di
vita sociale
si stesse ammassando un’armata di gente
normale
mandavano i ratti a mangiare alla base il mio
castello morale
crollando schizzavo semenza verbale
a un anno dai primi germogli del mio
sfascio totale
ne servo il succo
un anno a natale

Le tre poesie sono di Gaia Baracetti, da La metafora dell’acqua

 

Tacere, mentre tutti parlano. Guardare, ma non essere visti. Diventare invisibili, senza doversi nascondere. Non è solo una questione di buone maniere, convenzioni sociali, falsa modestia. Essere discreti oggi significa prediligere l’identità al posto della visibilità, l’essere sull’apparire. «Una forma di dissidenza nella società panopticon in cui tutto e tutti è guardato, osservato, schedato». Omnia preclara rara, tutto ciò che è prezioso è raro, dice la massima latina citata da Spinoza alla fine dell’Etica. Il filosofo francese Pierre Zaoui, nel suo libro La discrétion, parte da questa frase per spiegare quanto sia necessaria una “pausa”, anche se minima, nel grande show. Spegnere i riflettori, abbassare il rumore di fondo, godere di un sano anonimato. Come quando, spiega il filosofo, si prova piacere nell’ascoltare due bambini che giocano dietro alla porta oppure si scruta in silenzio la propria amante che dorme nel letto. «È il privilegio di poter assistere alla propria assenza», diceva Marcel Proust a proposito della discrezione.

Con un articolo su La Repubblica, Gabriele Romagnoli ci svela «come sparire in dieci mosse». Abbiamo scelto e riadattato le cinque più significative:

  1. Ricordati che anche se non appari continui ad esistere ugualmente. Il fatto che nessuno sappia chi sei è totalmente irrilevante se TU sai chi sei. O almeno ne hai vaga consapevolezza. La luce acceca, l’ombra rigenera. Se non accetti questo presupposto continuerai a sgomitare per farti mettere in lista ed è superfluo che tu ascolti il resto: continua pure a contare quanti documenti appaiono googlando il tuo nome e a farti chiamare dottore dal portinaio.
  1. «Machete non twitta». Questa affermazione fatta da un cinematografico giustiziere indio sintetizza alcuni dati di fatto: non è poi tanto virile ”cinguettare”. Perché non sembri un commento sessista: per una persona strutturata non è necessario esibirsi in un battutismo a getto continuo. Le cose importanti che si hanno da dire sono limitate. Ai più ne esce una alla settimana. C’è chi ha avuto un pensiero profondo e gli è morto di solitudine.
  1. Due amici contano più di duemila followers.
  1. Tra Gabriele Paolini e J. D. Salinger chi butteresti dalla torre? Barrata la casella delle opzioni in condizioni di lucidità, si può cercare di avvicinare, senza riprodurla nel suo estremismo, la condizione del modello prescelto. Non occorre ritirarsi come un eremita in montagna, bastano pochi accorgimenti. Il telefono fisso è superato. Quello cellulare può essere silenziato e perfino spento per alcune ore di giorno, sempre di notte. La segreteria telefonica ha l’opzione ”disinstalla”. Le tue fotografie interessano, a essere generosi, a un numero limitato di parenti. Stare vicino al vip ti rende ancor più indegno di nota. Alle cene esclusive partecipano principalmente le posate.
  1. Infine, esiste sui treni una carrozza detta del silenzio, dove non si telefona, si parla sottovoce e ci si muove felpati come pensieri notturni (o almeno si dovrebbe). È salutare viaggiare al suo interno. E, una volta scesi, continuare come se si fosse ancora su quel vagone.

Gabriele Romagnoli, La Repubblica 24 novembre 2013

 

Avete mai dato un valore agli spazi? No, chiaramente non sto parlando di pianificazione territoriale, per favore.
Intendo qualcosa di più profondo. Nel senso, i posti vengono riempiti dalle persone e dagli eventi, che poi svaniscono, lasciando quel luogo speciale ma allo stesso modo deserto. Speciale solo per noi che vi abbiamo vissuto un’esperienza.

Parlo di quando senti che i muri sono vivi, impregnati delle tue risate, che la casa in cui hai vissuto ora ha un’anima, che il corridoio universitario che hai sempre attraversato conosce tutto un dizionario che non hai mai fatto sentire a tua madre. Chi non si è mai fermato un attimo a guardare la panchina dove si è seduto quando era disperato? Chi non prova nostalgia per le persone che affollavano quella stanza? Chi non ha guardato sorridendo un albero perché sa bene cosa è successo sotto… ed è meglio che altri non ne vengano a conoscenza.

La piazza in cui altri anonimi camminano, per te ha un valore. Una volta era ghiacciata e tu, magari, non proprio nel pieno delle tue facoltà mentali, sei scivolato su quel ghiaccio con una spontanea allegria, magari fracassandoti la mandibola, ma stampandoci la tua felicità. Il pavimento snobbato da tutti, è stato invece luogo del tuo primo vero amore e ancora ti ci rivedi. Un tavolo qualsiasi può aver assistito ai tuoi nervosismi alle tue ansie, senza che nessun altro ne fosse al corrente. O il cespuglio in cui altri gettano cartacce, per te ha un senso diverso perché… oh, lo sai bene perché!

Eppure, adesso sono solo luoghi senza essenza, privi della qualità che abbiamo dato loro in quel momento.

Ogni tanto ci rivediamo in quegli spazi, quando passiamo loro accanto. Rivediamo noi e la nostra vita trascorsa e proviamo il desiderio di rivivere quella situazione, consci che il presente è molto peggio del passato. Tuttavia ora sono solo pietre, ma strascichi di ricordi continuano ad apparirti davanti agli occhi.

Non ti sei mai rivista lungo il fiume quando d’estate ti rotolavi nell’erba e criticavi un hipster che faceva l’artista disadattato? Non hai mai osservato quel portone sotto cui hai scoperto per la prima volta gli effetti di Gorizia? E non ti mancano gli scricchiolii del pavimento, di quel vecchio ammuffito appartamento che attraversavi di fretta per non farti sentire dai coinquilini? (Mentre loro sì che si facevano sentire!)

Un’aula a caso è stata testimone di tutti i tuoi esami perché tu, da buon psicolabile, studi a voce alta e le pareti sono ora pronte a laurearsi… un metro di asfalto ha assistito al conseguimento della tua patente o ti ha fregato in tronco bucandoti la ruota… due volte… Un karaoke bar ha ascoltato tutti i tuoi acuti e stecche che neanche una campana nei giorni più brutti… Una stanza ha visto litigi da reality show e riconciliazioni tanto melense da far venire le carie… una terrazza è diventata l’icona di un’epoca felice… una spiaggia ti fa ricordare persone che ora sono in tutt’altro luogo, anche se fino a ieri erano lì con te… Una piazzola d’erba si ricorda più lei di quello che è accaduto!

Oggi puoi dare certe cose per scontate, ma domani la stessa camera che non ne potevi più di pulire, il noioso libro su cui tanto ti sei impegnato, la sedia che hai scaraventato, il letto che hai traslocato, la stazione che hai così disprezzato, il palco su cui ti sei esibito… spariranno dalla tua vista. Lo spazio resterà sempre, testimone dei frammenti della tua vita.
Pertanto, invece di guardare sempre al futuro con angoscia e di pensare in avanti a dove sarai, prenditi il tuo tempo che un giorno comincerai anche tu a dire “Oh, ti ricordi? Qui è dove…”

Luca Marinaro, testo inedito

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Sconfinare è il periodico creato dagli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università degli Studi di Trieste - Polo di Gorizia. La firma "Redazione" indica comunicati, notizie e pubblicazioni speciali curate da un amministratore o da più autori.

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