Le operazioni militari in Niger e l’attualità geopolitica: intervista a Gianandrea Gaiani

Gianandrea Gaiani, direttore AnalisiDifesa.it (Credits: Mix 24/Facebook)

In occasione del XIV festival internazionale della Storia, organizzato dall’Associazione culturale èStoria, abbiamo intervistato il direttore di AnalisiDifesa, Gianandrea Gaiani che ci ha offerto un contributo sulle questioni più importanti della sicurezza internazionale.

Partiamo dal Niger e la missione italiana che ancora non è partita. Il governo che va formandosi in questi giorni tra Lega e Movimento 5 Stelle dovrà tenere conto della questione nigerina specialmente in ottica della gestione delle politiche migratorie.

Entrambi vogliono riconsiderare le missioni internazionali alle quali l’Italia partecipa. La missione è a un punto morto. Dovremmo effettivamente considerare l’impiego dei militari dove possiamo soddisfare i nostri interessi nazionali. La missione dovrebbe essere legata appunto ad un obbiettivo, dunque quello di bloccare i flussi migratori dall’Africa subsahariana. Serve dunque contingente numeroso, almeno un migliaio di uomini, supporto aereo e sostenere costi più elevati di quelli previsti dal governo Gentiloni, con la consapevolezza di poter subire delle perdite per combattimenti e/o incidenti.

Ritengo che il problema immigratorio si possa risolvere nel Mediterraneo con il governo libico (quello di Tripoli) che noi abbiamo riconosciuto, salvando i migranti in mare e poi favorire il rimpatrio grazie anche alla collaborazione delle agenzie ONU, come già in parte avviene. Una missione di addestramento sarebbe inutile e priva di senso, perché non saremmo utili al governo del Niger, tantomeno aiuteremmo i francesi che hanno contingenti schierati nella lotta ai gruppi jihadisti presenti nel paese. Non ne otterremmo peraltro alcun beneficio strategico.

Nel contratto di governo Lega-M5S è presente una misura di assunzioni per le forze dell’ordine, in chiave sicurezza. Quali altri misure sono necessarie per prevenire attentati di matrice jihadista?

Negli ultimi anni ci sono stati forti tagli sia nelle forze di sicurezza sia nei reparti militari. Un buon numero di contingenti di sicurezza e militari è necessario certamente per combatter il terrorismo, attulamente il modus operandi europeo prevede l’identificazione e la conseguente espulsione di potenziali terroristi islamici. Per l’Italia è più facile farlo perché non vi è ancora una seconda né tantomeno una terza generazione di immigrati di religione musulmana, ma in Francia, Belgio o Gran Bretagna il fenomeno è molto più consistente e cresce il numero di giovani musulmani (e cittadini europei) che si esprime a favore di applicare la Sharia e in questo caso l’espulsione non è affatto possibile.

Purtroppo non combattendo l’estremismo islamico, l’Europa non riesce a prevenire la predicazione e la diffusione dell’estremismo stesso; addirittura non arresta i Foreign Fighters che rientrano dalla Siria perché ritiene possibile recuperarli quasi si trattasse di tossicodipendenti. Vi sono poi molti imam radicali che predicano la conquista dell’occidente, la conversione e la sottomissione degli infedeli, il rogo degli ebrei e degli omosessuali, evidenti minacce alle nostre democrazie. Occorre una visione strategica che punti a recuperare quelle aree no-go, marginali e periferiche, dove la predicazione fondamentalista si è instaurata. Trovo poco coerente inoltre che si perda tempo a condannare chi invece il terrorismo lo prova a combattere sul serio come i paesi membri del gruppo di Višegrad per esempio.

I Paesi del gruppo di Visegrad, ossia Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia / settembre 2016 (Credits: EPolis Bari/Facebook)

Una maggiore cooperazione con la Russia potrebbe allora favorire la lotta al terrorismo?

Credo che oggi gli interessi nazionali dell’Italia convergano molto di più verso Mosca che verso Washington. Gli Stati Uniti hanno contribuito a destabilizzare la Libia e l’Ucraina, la quale ha subito un golpe a tutti gli effetti; l’obiettivo è stato quello di creare il caos in un contesto di stabilità energetica per l’Europa. Gli Stati Uniti hanno negli ultimi dieci anni acquisito l’indipendenza energetica grazie al sistema dello shale gas and oil e puntano a indebolire i loro competitors commerciali, tra i quali anche la Cina e il Giappone, oltre alla stessa Europa.

Contestare la Russia non ci porta alcun vantaggio, se la critichiamo per i suoi deficit democratici la spingiamo a reagire duramente e la costringiamo a gettarsi tra le braccia dei cinesi. Credo che i russi farebbero volentieri a meno di questo rapporto stretto con Pechino, ma d’altra parte non hanno alternativa. Non è certo la Russia a trovarsi sulle sponde dell’Oder, ma è la NATO a posizionare truppe sui confini russi, dunque parlare di provocazioni russe è sbagliato. La cooperazione con la Russia per la stabilità europea è fondamentale.

Trump ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Si apre una possibile crepa tra Stati Uniti ed Europa.

I paesi europei hanno deciso di rimanere all’interno dell’accordo, ma il fatto che Washington ne sia uscita compromette la stabilità dell’accordo stesso. A Parigi e a Berlino si sono levate critiche. In Italia non vedo dibattito, si teme di contestare gli alleati americani della NATO. Eppure vi sono stati molti episodi di contestazione e scontro all’interno dell’Alleanza Atlantica, le manovre turche nel Medio Oriente ne sono un chiaro esempio.

L’Iran è sicuramente un regime dispotico e può dotarsi di missili balistici, ma anche l’Arabia Saudita ne dispone e nessuno apre bocca a riguardo. Un paese che sicuramente lascia molto a desiderare in quanto a standard democratici, basti pensare alle esecuzioni capitali in diretta televisiva, tuttavia nessuno si permette di puntare il dito contro Riyadh, al contrario di quanto succede con Teheran. La Turchia è un altro chiaro esempio di paese con ampi deficit democratici, verso il quale c’è molta accondiscendenza.

Il Presidente dell’Iran Hussain Ruhani e il collega turco Tayyab Erdogan / settembre 2017 (Credits: United Muslim Ummah/Facebook)

Operazione “Ramo d’ulivo”: oltre a limitare i curdi, si intravede una forte volontà da parte di Erdogan di partecipare al processo di pace e spartizione della Siria.

Molto dipenderà dalla presenza degli americani e dalla stabilità politica di Erdogan, che ha problemi con tutti i suoi paesi vicini, dalla Grecia, alla Siria fino all’Iran. Gli è da riconoscere tuttavia una grande capacità di leadership e di influenza a livello regionale, dall’Egeo al Medio Oriente, dall’Asia centrale fino alla Libia, dove i Fratelli Musulmani si sono instaurati in Tripolitania. Questo movimento è appoggiato dai turchi e sostenuto dalle finanze del Qatar. Parliamo dunque di Ankara come una potenza su scala multi-regionale.

Il nostro approccio è fin troppo morbido e ci pone nelle condizioni di essere ricattabili dal sultano: si è palesata l’incapacità di limitare la sua influenza nei Balcani. Questo la dice lunga sull’Unione Europea, la sua sostanziale mancanza di influenza e la sua irrilevanza politica a livello internazionale. Siamo incapaci a contrastare le minacce e ci mostriamo deboli agli altri e chi si mostra debole si candida a diventare sempre più facilmente ricattabile.

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