Leave o Remain: chi lascia e chi rimane?

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Il dibattitto pubblico ha visto contrapposti due diversi schieramenti, fin dall’inizio della campagna referendaria per la Brexit: da una parte i favorevoli a rimanere nell’Unione Europea, orbitanti attorno a una dozzina di partiti che andavano dai laburisti ai verdi, dagli unionisti dell’Irlanda del Nord ai nazionalisti scozzesi; dall’altra quelli disposti a lasciare il tavolo dei 28 Paesi membri a Bruxelles. Questi erano composti da una cinquina di partiti, anch’essa eterogenea, basti pensare alla curiosa coabitazione degli unionisti conservatori con i “trotzkisti” del People Before Profit Alliance (PBPA). Chi però ha veramente guidato i “leaver” è stato l’UK Indipendence Party (UKIP).

In questa divisione, il partito di governo che ha dato il via al tutto, il Conservative and Unionist Party, non ha -paradossalmente- adottato una linea comune da seguire: il Premier Cameron si è fatto promotore della consultazione per avere sia una carta in più da giocare contro Bruxelles sia per guadagnare consenso in patria. Per raggiungere questi obiettivi ha anticipato il voto di un anno, schierandosi per il “remain”. L’ex Sindaco di Londra e attuale Ministro degli Esteri, Boris Johnson, si è invece fortemente battuto nel senso opposto.

È interessante sottolineare, a questo proposito, il fatto che l’attuale Capo di Governo britannico Theresa May fosse stata definita “europeista” durante la campagna referendaria. Nel 2015, come Ministro dell’Interno, aveva però dichiarato: l’accordo di Schengen, che elimina i controlli sistematici alle frontiere e al quale la Gran Bretagna non aderisce, ha alimentato la crisi dei migranti. […] Le tragedie di quest’estate sono state esasperate dal sistema europeo della libera circolazione”. Al momento dell’attivazione del famigerato articolo 50 del Trattato di Lisbona, la situazione ha mostrato la sua reale complessità.

Questa è stata alimentata dall’uscita di scena quasi teatrale di Nigel Farage, che più di tutti ha impersonato la volontà di abbandonare un’UE vista soltanto come un’oscura macchina di grigi burocrati che richiede più soldi di quanti non ne redistribuisca, permettendo a qualsiasi immigrato di entrare nel Paese e rubare posti di lavoro agli inglesi.

All’indomani della sorpresa elettorale (in Italia i giornali andavano in stampa titolando la vittoria del “remain”) si è paventata anche l’ipotesi di “un secondo referendum su un accordo – da negoziare senza attivare subito l’articolo 50 – che darebbe a Londra accesso al mercato unico e un compromesso sulla libertà di movimento delle persone”, proposto dal segretario alla Sanità Jeremy Hunt. Questi, però “Poche ore dopo ci ha ripensato: più che un secondo referendum l’opzione migliore sarebbe un ‘Manifesto dei conservatori’ (comprendente l’intesa) con cui impostare la campagna elettorale del 2020″.

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Dietro le sigle dei partiti e dei leader ci sono tuttavia oltre 30 milioni (pari al 72% di affluenza) di sudditi della Regina che si sono recati alle urne. Gli exit poll hanno evidenziato la vittoria del “leave” su base generazionale: i vecchi hanno scelto di abbandonare l’UE, i più giovani hanno preferito rimanervi legati. Ecco allora che la fascia tra i 18 e 24 anni si è espressa con il 75% dei consensi per il “remain”, a fronte degli over 65 (36%).

Bisogna però tener presente anche l’affluenza alle urne: se, infatti, l’83% degli “anziani” si è presentato al seggio, solo il 36% dei più giovani ha fatto altrettanto. Questo è ciò che l’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta ha twittato il 25 giugno, in pieno caos mediatico. Letta fa notare che nel range degli under 34 sono proprio gli astenuti la fetta maggioritaria, mantenendo buone posizioni perfino nella fascia 35-44 anni. Tuttavia anche il fattore geografico vuole la sua.

Andando a vedere dove i due schieramenti hanno ottenuto i risultati più marcati, la quasi totalità delle contee dell’Inghilterra e del Galles hanno votato “leave”, mentre si sono espresse in modo diametralmente opposto la Scozia, buona parte dell’Irlanda del Nord e, soprattutto, Londra, dove gli europeisti hanno drasticamente vinto 60 a 40. Nel marasma c’è anche Gibilterra, per quel poco che può contare, che ha registrato praticamente un plebiscito a favore del “remain” con quasi il 96% di voti in questo senso.

I numeri spiegano solo parzialmente il fenomeno Brexit, facendolo apparire di carattere prettamente rurale. Sicuramente le motivazioni che hanno portato i britannici a una scelta così netta sono legate profondamente alla propria politica interna, ma l’immagine stereotipata che loro hanno dell’UE non è diversa da quella che hanno i francesi e noi italiani. Si apre allora un grande interrogativo: ci dobbiamo aspettare un “contagio”?

About Timothy Dissegna 110 Articles
Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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