Una legge elettorale da Berlino con amore: bentornata, Prima Repubblica!

C’era una volta la cara e vecchia Prima Repubblica dove i governi si formavano in Parlamento dopo estenuanti trattative, compromessi e una buona dose di accordi sottobanco. Garante dello status quo era il sistema elettorale proporzionale, che in Italia rimane in vigore per circa cinquant’anni. Poi arriva il ciclone di Tangentopoli e nulla può interpretare meglio la voglia di cambiamento degli italiani se non una legge elettorale maggioritaria.

Il Mattarellum rimane in piedi fino ai primi anni duemila, quando il governo di centro-destra vara una nuova legge proporzionale condita da correttivi maggioritari. E’ il famigerato Porcellum, tristemente noto per le sue liste bloccate e per un abnorme premio di maggioranza sganciato da una soglia minima di voti. Una legge che tutti demonizzano ma che nessuno si affretta a sostituire. Soltanto la Corte Costituzionale, colmando le “latitanze” del legislatore, interviene per riportare il Paese alla legalità.

Intanto a Palazzo Chigi arriva Matteo Renzi, si respira aria di riforme costituzionali, di modernità e semplificazione. In tale scenario, non conoscere la sera stessa del voto il vincitore delle elezioni appare intollerabile. Arriva l’Italicum, una legge che a detta dell’ex premier “tutta l’Europa ci copierà”: proporzionale, premio di maggioranza a chi raggiunge il 40% ed eventuale ballottaggio fra i più votati se il premio non dovesse scattare al primo turno. La nuova legge si applicherà solo alla Camera: il referendum è imminente e il Senato del futuro non sarà più elettivo.

Ma il lieto fine non arriva. Il fronte del “No” vince, Renzi si dimette e a gennaio la Consulta “decapita” l’Italicum. L’eliminazione del ballottaggio ad opera dei giudici costituzionali e l’impossibilità per i partiti maggiori di raggiungere al primo turno i voti necessari a far scattare il premio trasformano la legge elettorale targata Renzi, di fatto, in un proporzionale. Al Senato si applica invece il vecchio porcellum il quale, dopo l’intervento della Consulta, è diventato un proporzionale quasi “puro”. I due sistemi sono simili, ma non uguali: alla Camera ci sono il premio di maggioranza e i capilista bloccati, al Senato le preferenze e nessuna traccia di premi. Persino le soglie di sbarramento sono diverse.

Leggi elettorali nel mirino: dopo il Porcellum, anche l’Italicum finisce “azzoppato” dalla Consulta.

E’ il caos. Con due leggi elettorali non uniformi non si può andare al voto. Lo afferma anche il Presidente della Repubblica, casomai ci fosse stato bisogno di ricordarlo. Il PD tenta di rimanere aggrappato al maggioritario, proponendo una sorta di Mattarellum rimaneggiato, ma le opposizioni alzano le barricate. Le elezioni anticipate, che l’ex premier insegue dal giorno in cui ha lasciato Palazzo Chigi, si allontanano sempre di più.

Sino a quando, a quasi sei mesi dal referendum, le principali forze politiche decidono di uscire dal guado con una clamorosa “operazione nostalgia”: il ritorno del proporzionale. Partito Democratico, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle si impegnano a votare in Parlamento il sistema elettorale tedesco.

La legge elettorale della virtuosa Germania è, almeno all’apparenza, un misto fra maggioritario e proporzionale. Metà dei seggi sono attribuiti mediante collegi uninominali: in ciascuno di questi collegi vince il candidato che ha ottenuto più voti. L’altra metà è invece attribuita su base proporzionale: ciascun partito ha una quota di seggi pari alla percentuale dei voti incassati. I candidati della quota proporzionale vengono scelti in listini bloccati la cui estensione è ancora oggetto di discussione.

Tuttavia, ed è questo il punto cruciale, gli eletti nei collegi uninominali si sottraggono ai seggi spettanti al partito su base proporzionale. Tradotto dal politichese: la nuova legge elettorale sarà a conti fatti un sistema proporzionale in salsa Prima Repubblica. L’unico correttivo è dato dalla soglia di sbarramento al 5%, che produrrà un vistoso disboscamento del frammentato panorama politico italiano: sondaggi alla mano, se domani si andasse al voto con questa legge, entrerebbero in Parlamento soltanto Pd, Forza Italia, M5S e Lega.

Il sistema proporzionale è quella legge elettorale che non piace a nessuno, ma che, alla fine, accontenta tutti. Forza Italia, consapevole di non avere nulla da guadagnare da velleità maggioritarie, potrà ottenere una quota di seggi minoritaria ma determinante nelle future trattative. Salvini e Berlusconi non saranno costretti a scomode alleanze in vista del voto. Il Pd si presenterà nelle vesti del partito disposto al tutto per tutto per conservare il maggioritario, ma che, di fronte alle miopi resistenze degli avversari, ha accettato stoicamente il compromesso proporzionale per far uscire dallo stallo il Paese. I Cinque Stelle colgono l’occasione per presentarsi alla Nazione con un volto più “istituzionale”: non più un  movimento di protesta, ma un partito (perdonino il termine) pronto a prendersi la responsabilità di governare.

Renzi, Berlusconi, Grillo: i protagonisti del ritorno al proporzionale.

L’unica nota stonata è l’opposizione dei centristi, evidentemente preoccupati di sparire sotto la tagliola del 5%. Ma, si sa, non si può mettere d’accordo proprio tutti ed i tempi di Alfano, stampella degli ultimi tre governi, evidentemente sono prossimi alla conclusione – a meno che i centristi utilizzino le armi della tattica politica di democristiana memoria per ridare vita ad una coalizione di centro.

Se questa legge elettorale dovesse entrare in vigore, non ci sarebbero più ostacoli al voto anticipato in autunno. L’ex premier potrà avere finalmente la sua rivincita, anticipando la pesante manovra di bilancio ed evitando il rischio di essere logorato da un lungo sostegno al governo Gentiloni come era accaduto a Bersani sostenendo il governo Monti nel 2012.

Ma l’importazione del sistema tedesco comporta una inevitabile conseguenza: le intese di governo dopo il voto. Il proporzionale, infatti, è destinato a fotografare la frammentata situazione politica attuale dove nessun partito, da solo, è in grado di mandare un premier a Palazzo Chigi. Su questo punto, la maggiore differenza fra Roma e Berlino viene allo scoperto. In Germania le “grandi coalizioni” sono generalmente dei fattori di stabilità che consentono alle forze politiche di intraprendere un cammino comune di riforme. In Italia, al contrario, le “larghe intese” sono da sempre viste con sospetto e nervosismo, come fonti di inciuci e trattative sottobanco.

Ed è forse per tale motivo che, nelle ultime ore, la granitica intesa sul proporzionale subisce qualche scricchiolio. In casa PD c’è chi teme di non finire nei primi posti delle liste proporzionali, i famigerati “capilista” bloccati espressione dello strapotere delle segreterie dei partiti. I primi ad avere un biglietto di ingresso in Parlamento, con precedenza addirittura sui vincitori dei collegi uninominali. Mentre nel M5S qualcuno comincia a guardare con malumore l’intesa con i nemici di sempre, forse confuso per l’aver scelto lo stesso sistema elettorale che piace a Paolo Cirino Pomicino.

Ma se davvero le votazioni in aula dovessero riservare qualche brutta sorpresa, il segretario Dem potrà sempre sostenere che sono stati gli “altri” a boicottare tutto. E la responsabilità politica di un sabotaggio, a quel punto, sarà tutta sulle loro spalle.

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About Andrea Battistone 4 Articles
Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e di tutto ciò che accade intorno a noi.

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