L’esercitazione militare congiunta di Egitto e Russia

La notizia è stata riportata da numerose testate internazionali la settimana scorsa, annunciando l’esercitazione in programma per il 15 e il 16 ottobre, in contemporanea col vertice dei paesi BRICS a Goa. I numeri ufficiali parlano di un coinvolgimento di 500 soldati, 15 aerei ed elicotteri e di 10 mezzi militari, per simulare un’operazione anti-terrorismo che prevede l’eliminazione di milizie nel mezzo del deserto, la prima che vede coinvolte le truppe russe aviotrasportate sul suolo africano.

Le relazioni tra l’Egitto e la Federazione Russa hanno visto profondi mutamenti nel corso degli ultimi anni: una volta alleati durante la guerra fredda, quando il rapporto tra l’Unione Sovietica e lo stato arabo proliferava (assistenza militare, nonché infrastrutturale), dopo il 1991 e il crollo della stessa URSS le relazioni diplomatiche tra i due paesi conobbero un lungo silenzio, avviato dalla presidenza filo-statunitense di Mubarak e rimasero tali fino al 2013, quando il generale Abdel Fattah Al-Sisi (già ministro della difesa) prese il potere, con un colpo di stato supportato dalle forze armate e con l’appoggio deciso dell’Arabia Saudita. La Russia, dopo aver osservato da distante l’evoluzione della situazione politica al Cairo dopo la caduta di Hosni Mubarak e le successive elezioni che avevano decretato vincitore Mohamed Morsi e i Fratelli Musulmani, si è cautamente inserita nella questione egiziana, dialogando con il nuovo presidente insediatosi dopo il golpe militare, trovando un nemico comune nell’islamismo militante, un fenomeno che dopo le primavere arabe è dilagato nell’Africa settentrionale e non solo. Inoltre, lo scorso settembre una delegazione militare egiziana ha fatto visita a Mosca, segno di chiara intensificazione dei rapporti bilaterali, specialmente nel settore della difesa.

Doveroso è poi ricordare l’esplosione dell’Airbus A321 della compagnia aerea russa Metrojet, partito da Sharm-el-Sheikh e diretto a San Pietroburgo, avvenuta nei cieli del Sinai il 31 ottobre dello scorso anno e della quale causa si sa ancora poco o nulla. Sospetti di piste terroristiche ve ne sono stati sin dall’apprendimento della notizia, su tutte quella che indicherebbe come responsabili i militanti dell’ISIS, operanti nella penisola del Sinai e il diretto coinvolgimento dei russi nella guerra civile siriana al fianco del Presidente Bashar al-Assad (assieme al quale combattono non solo le milizie del Califfo, bensì anche altre formazioni ribelli come Al-Nusra) potrebbe aver attirato le mire dei terroristi su obiettivi russi, ma ci si deve limitare a ipotesi che potranno essere comprovate solo con i fatti.

L’Egitto di Al-Sisi non ha ritenuto opportuno supportare alcuna delle parti coinvolte nel conflitto siriano, né il governo di Assad e tantomeno le numerose formazioni ribelli che lo combattono (sostenute e finanziate dalla Turchia e da diverse monarchie del golfo) o l’ISIS stesso che si è dichiarato apertamente ostile al governo egiziano. La neutralità del paese nel duraturo e aspro conflitto in Siria ha però incrinato i rapporti del governo con l’Arabia Saudita che ha fortemente criticato la decisione egiziana, alquanto incoerente e bizzarra, di votare nel corso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dell’8 ottobre a favore sia della risoluzione francese che prevedeva una tregua per Aleppo, sia di quella russa contraria alla tregua stessa. L’ambasciatore egiziano alle Nazioni Unite ha difeso e rivendicato il proprio diritto a operare in tale modo, affermando che la posizione diplomatica non deve necessariamente sempre coincidere con la posizione politica del paese rappresentato.

I Sauditi però non hanno voluto sentire alcuna giustificazione e hanno avvisato verbalmente gli egiziani (senza una motivazione ufficiale), dell’interruzione della fornitura mensile di petrolio raffinato: firmato lo scorso anno dalla Saudi Aramco (la principale compagnia petrolifera saudita) e dalla Egyptian General Petroleum Corporation, l’accordo di durata quinquennale prevede la consegna di 700.000 tonnellate a cadenza mensile, per un valore di 23 miliardi di dollari. A breve è arrivata la smentita da parte del governo egiziano proprio nella persona di Al-Sisi, riportata da Middle East Monitor, che l’interruzione della fornitura di petrolio non è in alcun modo legata al voto a favore della risoluzione russa all’ultimo Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che tale fermo era previsto da un ulteriore accordo siglato in aprile tra i due paesi arabi.

Siamo ben lontani da quella che potremmo definire una crisi diplomatica, tuttavia essa rappresenta sicuramente una brusca frenata e ciò che è certo è che Riyad non approva la neutralità e l’ambiguità egiziana e desidera una maggiore presa di posizione da parte del governo del Cairo sul conflitto siriano, naturalmente a favore dei ribelli sostenuti dalla monarchia Sa’ud. È legittimo credere inoltre che a Riyad non sia stata ben accolta la notizia di un’esercitazione militare congiunta tra le forze armate egiziane e Mosca, con la quale i rapporti rimangono poco cordiali, nonostante un accordo raggiunto per il prezzo del greggio nel corso dell’ultimo vertice dei G20 in Cina.

Putin e al-Sisi
Putin e al-Sisi

L’operazione “Protectors of Friendships – 2016” sembrerebbe volta ad intensificare i rapporti bilaterali tra i due paesi coinvolti, addirittura il quotidiano russo Izvestija ha riportato la notizia (poi rilanciata anche dagli altri media russi) secondo la quale Mosca potrebbe riaprire una base navale in Egitto, nella località di Sidi-el-Barrani, in precedenza attiva nel corso della guerra fredda al fine di controllare le attività statunitensi nel Mediterraneo. I responsabili della difesa egiziani hanno subito smentito, affermando che non sono intenzionati a concedere basi a potenze straniere e che ciò va contro gli interessi nazionali.

Bisognerà attendere i prossimi sviluppi, ma possiamo intuire che vi è un netto interesse da parte russa di stabilizzare la propria presenza navale nel Mediterraneo orientale, poiché in aggiunta alla base siriana di Tartus, la Federazione aveva raggiunto nel febbraio del 2015 un accordo formale con Cipro e le ostilità con la Turchia sembrano essersi incredibilmente dissolte dopo l’episodio dell’abbattimento del Sukhoi Su-24 nei cieli siriani nel novembre dello stesso anno. Lo scenario mediorientale sta conoscendo nuovi sviluppi e vede la Russia sempre più protagonista e sempre più in grado di esercitare la propria influenza, in un percorso fortemente voluto dalla presidenza Putin, per ritornare ad essere la superpotenza di un tempo.

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