Lettera aperta di protesta (o almeno di indignazione)

“Nessun uomo è un’isola. […] Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto” recitava John Donne in una sua poesia: un monito per i posteri…

Cari amici lettori,

Quando ho saputo che il tema scelto per il prossimo cartaceo era (in)dipendenze, ho deciso che non mi sarei tirata indietro. Era l’occasione buona per dire la mia. Ma, appena mi sembra di scrivere senza esitazioni, mi fermo. Troppi pensieri nella testa e poco ordine. Devo controllare l’entusiasmo e ragionare a mente lucida.

Apro il dizionario e cerco “indipendenza”: “condizione di chi o di ciò che è indipendente, riferito sia a stato o nazione, sia a persone, sia a cose, fatti, ecc.”. E ancora: “con riferimento a persone singole, s’intende in genere la libertà da uno stato di soggezione, anche economica (dalla famiglia o da altri), o una condizione non subordinata e comunque autonoma”. È già un inizio. Però rimane un argomento delicato, da esaminare con le dovute cautele. Mi pare evidente che non si possa pretendere di assolutizzare la parola. Si è indipendenti da qualcuno o qualcosa, quindi l’indipendenza presuppone una liberazione.

Credits: Wikipedia

Ecco, la faccenda comincia a complicarsi. Immaginavo che non fosse sufficiente rievocare all’occorrenza le gesta di William Wallace o le marce del Mahatma.  Per non parlare di tutti gli indipendentismi dimenticati o trascurati dai media! Figurarsi se una società così interconnessa è ben disposta a lasciare che i singoli possano esprimersi liberamente! C’è sempre qualche vincolo giuridico, qualche conseguenza economica, qualche rischio di destabilizzazione sociale che costringe tutti a mantenere le proprie posizioni, senza via di scampo. Adesso invidio davvero chi scriveva sui muri “il est interdit d’interdire!”.

È innegabile, l’uomo non è un’isola, eppure come opporsi al desiderio irrefrenabile della Catalogna o del Kurdistan o del Tibet di frantumare le catene che li tengono a freno? E, dall’altra parte, il miraggio della pace, della sicurezza, della giustizia, dell’uguaglianza e dello sviluppo promossi a livello globale da un’organizzazione internazionale generata, dopo i primi tentativi fallimentari, dai fantasmi di due conflitti mondiali. I giuristi pretendono che sia una questione squisitamente gerarchica, gli storici una questione di tempo, la classe dirigente una questione insolubile. D’altronde, se esiste un “villaggio globale”, i suoi abitanti sono tenuti a rispettare le norme di convivenza, altrimenti ne risentirebbe il bene collettivo. Senza ignorare le reazioni spropositate dei mercati, che senza ombra di dubbio contano più dell’identità storica e culturale di un qualche popolo irrequieto.

Credits: Wikipedia

Il ragionamento si è arrestato a un bivio. Forse è troppo tardi perché si possa conferire ancora un senso alla lotta per l’indipendenza. Forse è solo un anacronismo riemerso dall’Ottocento, una capsula del tempo sotterrata dai patrioti romantici nella speranza che qualcuno rilanciasse la loro sfida. Ma la storia è inclemente con gli indipendentismi, o meglio, li imbriglia per evitare che interferiscano con le politiche di potenza macchinate nelle riunioni di palazzo. Non era ammissibile lasciare l’Europa in mano ai popoli affrancati nel segno della rivoluzione francese, per cui, dopo il trambusto del ’48, urgeva un nuovo sistema continentale.

E allora come a Versailles, nel 1919, c’era chi sbandierava il principio di autodeterminazione dei popoli, che potessero così disporre liberamente del proprio destino. Progetto naufragato. Oggi rimane una costellazione di gruppi di resistenza armata (gli ormai sciolti IRA, ETA e FARC), gruppi terroristici che cavalcano l’onda antimperialista, sovranismi e identitarismi esasperati. Insomma una miscela altamente esplosiva, che non è prudente abbandonare alla luce del sole nella convinzione che non possa comunque provocare grandi danni. È una questione di buon senso, cari lettori, da una parte e dall’altra, da parte di chi difende l’integrità e da parte di chi tutela le minoranze. Affinché nessuno abbia a dire che dopo tutto la maggioranza ha sempre ragione.

Cordiali saluti,

L’Indipendenza

About Francesco Laureti 9 Articles
Nato a Chieti il 19 marzo 1998, mi sono diplomato presso il Liceo Classico Statale "G. D'Annunzio" di Pescara. Al momento sono iscritto al primo anno del corso di Scienze internazionali e diplomatiche del polo universitario goriziano. Entusiasta di mettermi in gioco senza grandi aspettative, costantemente in cerca di opportunità. Appassionato di Storia, Arte, Letteratura e Lingue classiche.

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