Li hanno separati, i musulmani dai cristiani, per uccidere solo i secondi: la strage di Garissa

 

di Sara Castellarin

Università di Garissa, Kenya. 2 aprile 2015.

Gli studenti del campus avrebbero potuto vivere una giornata come le altre. Svegliarsi, studiare, continuare a immaginare la loro vita futura, che si stavano costruendo passo dopo passo proprio in quell’università. Invece gli spari e poi l’inizio di un inferno così difficile da immaginare per chi non l’ha mai provato sulla propria pelle. I morti sono stati circa 150 fra gli studenti e 4 sono gli agenti rimasti uccisi nell’attentato rivendicato dal gruppo estremista islamico Al Shabaab, operativo in Somalia dal 2006. Ciò che forse è inaspettato, quasi paradossale, è che l’ideatore del massacro, Mohamed Mohamud Kuno, è egli stesso un docente e chi meglio di un insegnate dovrebbe comprendere l’importanza dell’educazione. Eppure in questo caso il maestro manda gli allievi al macello, scegliendo attentamente fra loro, separando i musulmani dai cristiani di modo che solo i secondi vengano uccisi.

Per coloro che sono entrati nel dormitorio una volta terminato l’incubo, durato dalla mattina all’alba fino alle 16.00 nel pomeriggio, ne è iniziato un altro: tra i corpi degli studenti morti, gettati a terra come stracci, anche alcuni ragazzi decapitati. I più fortunati sono sopravvissuti alla strage. Fra questi Cynthia Charotich, una studentessa che si è salvata nascondendosi in un armadio. Quando è uscita ha detto ai suoi soccorritori che “stava pregando dio”. Altri si sono salvati fingendosi morti, cospargendosi del sangue dei loro compagni.

Il massacro di Garissa è l’ennesimo assalto alla cultura, un bene dal valore inestimabile, anche se a volte tanto pericoloso e per questo temuto. Basti pensare alle 200 studentesse nigeriane che erano state rapite nell’aprile dell’anno scorso dall’organizzazione Boko Haram. Non c’era stata nessuna strage quella volta, ma anche in quell’episodio delle giovani piene di sogni e speranze sono state strappate da tutte le possibilità che l’istruzione crea. Perché la scuola, l’università, la cultura più in generale, fanno proprio questo: sono generatori di possibilità; tuttavia per l’organizzazione jihadista nigeriana l’istruzione non può essere condivisa da tutti. Lo stesso nome scelto dal gruppo, Boko Haram, significa “l’istruzione occidentale è proibita”.  Vale il medesimo principio per il gruppo somalo Al Shabaab, che invece significa “Giovani”, poiché l’associazione nasce come movimento giovanile estremista all’interno dell’Unione delle corti islamiche. Dal 2012 Al Shaabab è stata riconosciuta come cellula di Al Quaeda e ha legami con la stessa Boko Haram. L’organizzazione aveva già portato avanti attentati sanguinosi come quello compiuto nell’Università di Garissa. Nel settembre 2013, infatti, era stato colpito il centro commerciale Westgate nel ricco distretto nord – occidentale di Nairobi. L’attacco era durato per ore e si era concluso con un bilancio di 68 morti e 175 feriti. Anche in quel caso vi era stata una previa selezione tra musulmani e cristiani.

Questa volta, però, il presidente keniota Uhuru Kenyatta ha reagito duramente, promettendo l’annientamento totale dei terroristi e bombardando alcune delle basi del gruppo islamista in Somalia; ma tale mossa a posteriori non potrà riportare alle famiglie i propri cari, né potrà placare la rabbia di molti kenioti nei confronti della governo (si ritiene fosse stato informato dell’eventualità di possibili attacchi) e della polizia. Quest’ultima è stata severamente criticata per la lentezza con cui ha reagito all’attacco, aspettando ben 7 ore prima di intervenire.

In questi giorni il Kenya resta in balia delle minacce di Al Shabaab. Il gruppo prospetta nuovi assalti, che hanno lo scopo di vendicare i musulmani uccisi dall’esercito keniota in territorio somalo, in particolare al momento in cui il governo del Kenya decise di partecipare a una missione delle Nazioni Unite con il fine di allontanare gli jihadisti dalle maggiori città della Somalia.

“Non solo accettate le politiche oppressive del vostro governo, ma neanche alzate la voce contro queste posizioni ed anzi rafforzate le scelte dei vostri governanti rieleggendoli. Pertanto sarete voi a pagare il prezzo con il vostro sangue” accusano i terroristi di Al Shabaab e ancora: “Le città diventeranno rosse di sangue”. Ma questa volta il governo sarà pronto ad intervenire?

Nel frattempo sono state arrestate cinque persone, di cui due lavoravano all’interno del campus e si dice che abbiano facilitato l’ingresso agli attentatori. Tra i responsabili, il ministro degli Interni del Kenya nomina anche Abdirahim Abdullahi, un giovane keniano di etnia somala. Il ragazzo si era laureato in legge all’università di Nairobi, ma aveva lasciato la famiglia per unirsi ad Al Shabaab. Così un giovane si trova ad organizzare un attentato contro studenti quasi suoi coetanei, distruggendo destini che avrebbero potuto essere luminosi, così come avrebbe potuto essere il suo. Abdirahim Abdullahi è inoltre figlio di un responsabile del governo.

Quello che rimane ora in Kenya è solo tanta rabbia, amarezza, sconforto e desiderio di rivalsa. Tanti giovani che avrebbe potuto dare un vigoroso contributo  alla crescita del paese con la loro formazione, con la loro cultura, non ci sono più. Di loro rimane una macabra foto, apparsa su molti quotidiani, sui siti internet, che mostra quei corpi massacrati, stesi a terra in una stanza spoglia, senza vita, senza futuro, senza più possibilità e speranze.

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