Libertà di stampa cercasi!

"Word Cloud" on democracy (Credits: Pixabay)

La libertà di espressione rappresenta uno dei cardini dell’idea di democrazia; al fine di garantirla, esistono numerose convenzioni internazionali e spesso le stesse costituzioni la prevedono come fondamento. Ciononostante, il suo esercizio incontra sempre più ostacoli.

Di rilevante importanza è l’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che sancisce: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. 

RSF, Reporters sans frontières, ha pubblicato nel 2018 una classifica stilata sulla base del livello di libertà di stampa in 180 paesi del mondo. Esperti di ogni Stato hanno compilato un questionario su temi come pluralismo, indipendenza, autocensura, trasparenza, qualità delle infrastrutture e quadro legislativo dei media; il tutto corredato di dati quantitativi riguardanti abusi e atti violenti contro i giornalisti. Osservando tali dati si nota come l’Europa occidentale sia l’area geografica con i migliori risultati, insieme agli Stati Uniti, l’Australia e il Sud dell’Africa, mentre il resto del globo non può vantare risultati altrettanto positivi. Tuttavia, analizzando la situazione, parlare di “libertà di stampa” in modo assoluto anche nelle aree sopracitate, sembra ancora inappropriato.

Libertà di stampa (Credits: Flickr)

Al primo posto della classifica si trova la Norvegia, dove la violenza contro i giornalisti è più che rara e questi non sono soggetti ad alcun tipo di censura o pressione politica. Inoltre, la legge prevede che  viga un pluralismo mediatico.

L’Italia si trova invece al 46esimo posto, poiché vi sono ancora violenze contro i giornalisti, specialmente in Campania, Calabria e Sicilia: al momento, 10 giornalisti sono sotto protezione a causa di minacce di morte, principalmente da parte di gruppi mafiosi e gruppi di anarchici o di fondamentalisti. Inoltre, i giornalisti tendono ad autocensurare il proprio lavoro a causa della pressione da parte di leader politici: a preoccuparli maggiormente è il recente risultato elettorale del M5S, che infatti critica spesso l’operato dei media.

Volgendo uno sguardo generale sull’Europa, si nota come in realtà, nonostante questa abbia ottenuto in classifica ottimi risultati, rispetto agli anni precedenti ci sia stato un calo qualitativo in termini di libertà di stampa. Vi sono stati in meno di cinque mesi due assassinii: uno a Malta (65esimo posto) dove la giornalista Daphne Caruana Galizia, che stava pubblicando articoli riguardanti corruzione e riciclaggio di denaro, è stata uccisa con una bomba posizionata sotto la sua auto; uno in Slovacchia (27esimo posto) dove Ján Kuciak, che stava investigando su casi di evasione fiscale, è stato trovato morto con la sua fidanzata. Molti paesi sono inoltre scesi in classifica, come la Spagna (-2 posti, ora 31esimo posto), la Repubblica Ceca (-11, 34esimo), l’Ungheria (-2,73esimo), la Serbia (-10, 76esimo) o la Bulgaria (-2, 111esimo). Il presidente della Cecoslovacchia definisce i giornalisti “bastardi” e “iene” e si è presentato a una conferenza con un Kalashnikov sul quale era riportata la scritta “Giornalisti”, mentre in Francia alcuni partiti politici (France Insoumise, Front National, Républicain) denunciano aggressivamente articoli di critica di cui si ritengono vittime. Nel Regno Unito (40esimo posto) il ministro degli interni Amber Rudd ha minacciato ripetutamente di limitare strumenti di crittografia, come Whatsapp, e di criminalizzare la ripetuta visione di contenuti estremisti.

Indagine condotta da RSF sulla libertà di stampa negli USA (Credits: Wikimedia)

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il diritto alla libertà di stampa è sancito nel primo emendamento della costituzione del 1787, ma nel corso degli ultimi anni vi sono state sempre più violazioni, specialmente dopo l’elezione di Donald Trump, che ha definito i giornalisti “nemici del popolo americano”.  Egli ha inoltre tentato di vietare l’accesso ai media alla Casa Bianca e tende a utilizzare fin troppo spesso l’espressione “fake news”. Questo atteggiamento ha indotto un aumento della violenza verso i giornalisti, che ora rischiano l’arresto anche solo documentando proteste o tentando di intervistare pubblici ufficiali. In aggiunta, ai giornalisti stranieri che si occupano di temi delicati per gli USA è vietato oltrepassare i confini del territorio americano.

La Russia si trova invece al 148esimo posto della classifica: da quando Vladimir Putin è salito al potere nel 2012 i principali gruppi mediatici sono stati messi sotto controllo o eliminati, e inoltre molti giornalisti sono stati uccisi (tra cui Nikolay Andruschenko, Anna Politkovskaja); questo grazie a leggi che possono essere applicate in maniera arbitraria, poiché vaghe e poco chiare. Il clima di oppressione nei confronti dei giornalisti è quindi in aumento, grazie anche alla forte propaganda televisiva e alla monopolizzazione della Rete da parte del potere russo, con siti bloccati, cancellati, censurati, e con il blocco dell’uso di VPN (virtual private network).

Non si può non esaminare anche la situazione della Cina (176esimo posto), che al giorno d’oggi è il paese con il Pil più alto al mondo e che ha un’influenza economica a livello mondiale non irrilevante. Facendo affidamento sulle nuove tecnologie, il presidente Xi Jinping è riuscito ad esercitare un forte controllo su notizie, informazioni e Internet; il partito comunista gestisce media privati e statali, mentre i giornalisti stranieri lavorano in un ambiente che riscontra molte difficoltà. I giornalisti Liu Xiabao e Yang Tongyan sono morti entrambi nel 2017 a causa di un cancro non curato mentre erano sotto arresto. Infine, vi è una regolamentazione per l’uso di Internet che prevede la detenzione anche solo per aver condiviso o postato certi contenuti.

All’ultimo posto della classifica si trova la Corea del Nord, uno stato a regime totalitario che mira a contenere le fughe di notizie sensibili, esercitando il pieno controllo sui mezzi di comunicazione (tra cui i cellulari e Internet). I cittadini nordcoreani possono essere rinchiusi in campi di prigionia anche solo per aver guardato, letto o ascoltato notizie di giornali stranieri; come unico mezzo informativo possono utilizzare il KCNA, l’agenzia di stampa centrale. Nonostante questo, la Corea del Nord mostra un atteggiamento favorevole nei confronti dell’operato di giornalisti stranieri che operano sul territorio e che trattano di eventi ufficiali (per esempio l’Agence France-Presse coopera con il KCNA sul territorio). 

Se libertà di stampa è davvero un fondamento della democrazia, non resta che chiedersi quale sia l’effettivo stato di salute della democrazia nel mondo. Ma questa è un’altra storia.

 

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