Libertà d’informazione: i promossi e i bocciati dell’estate

Cadono le prime foglie nate con la Primavera araba. Anzi, ormai s’intravedono già i primi rami spogli. Dopo le violazioni dei diritti umani perpetuate anche dalle forze ribelli in Libia e Siria, ora pure la libera informazione – già maltrattata dall’inizio delle rivolte – sta (ri)cadendo nelle mani del potere. E non solo lungo la sponda sud del Mediterraneo.
Julian Assange

GRAN BRETAGNA e USA
Il caso più eclatante di questi giorni lo troviamo sulle prime pagine di tutti i giornali. Il caso in questione è alto, biondo e dannatamente sfacciato. Julian Assange si è affacciato proprio ieri alla finestra dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove si è rifugiato per sfuggire all’estradizione in Svezia. La Gran Bretagna minaccia di revocare l’immunità diplomatica all’ambasciata sudamericana sfidando così il diritto internazionale, mentre gli avvoltoi americani aspettano pazienti. Il fondatore di Wikileaks è accusato negli Usa di spionaggio. Una bocciatura per gli alleati anglofoni.

EGITTO
Ma rialziamo lo sguardo oltre il Mediterraneo. Dopo i cambiamenti ai vertici dell’esercito e  lo stretto controllo imposto alle fabbriche delle maggiori città egiziane, il presidente islamista Mohamed Morsy (nella foto in apertura) mette le mani sui media del Paese. Wael Abbas, attivista più volte imprigionato, non si è risparmiato nelle dichiarazioni di questi giorni per segnalare la censura e la confisca dei quotidiani al-Akhbar e al-Dostour. Cambio di vertici anche presso due agenzie di stampa. Secondo il ministro dell’informazione Hani Mahmoud i provvedimenti mirano a contrastare la propaganda in favore dell’ex presidente Mubarak e l’incitamento alla violenza. Eppure proprio qualche giorno fa alcuni giornalisti d’opposizione sono stati attaccati da attivisti vicini ai Fratelli Musulmani. Tutto questo mentre l’Assemblea Costituente sta scrivendo gli articoli della nuova Costituzione relativi alla stampa. Vedremo come andrà a finire. Nel frattempo, Egitto rimandato a settembre.

Aung San Suu Kyi

CINA
Sprofonda ancor di più, se possibile, la Cina dell’omnicensura nella classifica della libertà d’informazione. Pochi mesi fa il New York Times ci ha rivelato il listino-prezzi della corruzione dei media cinesi. Vuoi scrivere un articolo sul principale quotidiano statale? Un dollaro a ideogramma, chiunque tu sia. Un articolo su un settimanale? Sono ventimila dollari a pagina. E per i più fotogenici, basta sborsare quattromila dollari per un’apparizione al telegiornale della sera. Come si dice «bocciata» in cinese?

BIRMANIA
L’unica soddisfazione estiva ce la regala la Birmania – o Myanmar, per i più formali – che, dopo la liberazione di Aung San Suu Kyi e le prime timide aperture democratiche, ha deciso in questi giorni di rimuovere la censura preventiva a cui erano sottoposti tutti i giornalisti del Paese. Articoli e notiziari, insomma, non dovranno più passare al vaglio del governo prima di poter essere pubblicati. Una promozione a pieni voti, ma anche ricca di aspettative.

About Lorenzo Alberini 50 Articles
Laureato alla triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche nel 2015, da allora studio Sicurezza Internazionale a Odense, Danimarca. Leggo e scrivo soprattutto di conflitti armati, terrorismo e del mondo arabo-islamico. Se in Danimarca ci fossero le montagne, l'alpinismo sarebbe la mia passione. Visto che ci sono le piste ciclabili, mi dedico all'escursionismo a due ruote. Da aprile 2014 ho il piacere di essere il direttore di Sconfinare.

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